Il movimento #metoo arriva in India: la denuncia di una giornalista costringe alle dimissioni il vice ministro degli Esteri

[Tempo di lettura stimato: 6 minuti]

È passato poco più di un anno da quando è esploso, prima in America a seguito del caso Weinstein e poi nel resto del mondo, il movimento #MeToo che ha spinto milioni di donne e uomini a far sentire la propria voce per denunciare abusi, aggressioni sessuali e comportamenti inappropriati fino a quel momento taciuti. A distanza di 12 mesi il movimento ha preso piede anche in India dove nelle ultime settimane si è registrato un aumento delle denunce di soprusi e violenze, soprattutto nel mondo dei media e in quello dello spettacolo.

Nonostante l'affermazione del movimento sia avvenuta in modo palese soltanto recentemente risale a un anno fa, precisamente al 12 ottobre 2017, la prima denuncia pubblica di molestia subita in India, proprio mentre #MeToo scoppiava in America, quando Priya Ramani, affermata giornalista di Bangalore, ha scritto e pubblicato su Vogue India un articolo intitolato "A tutti gli Harvey Weinstein nel mondo". Nel pezzo Ramani ha raccontato la sua storia facendo un resoconto dettagliato delle molestie subite da un direttore nonché fondatore di due giornali a tiratura nazionale omettendo un elemento fondamentale della vicenda: il nome del molestatore.

Priya Ramani via She the People TV

Per le donne indiane esporsi pubblicamente e avere il coraggio di svelare l'identità di un uomo di potere è estremamente complicato. In una società patriarcale e conservatrice, dove le molestie sessuali rientrano quasi nella normalità, la testimonianza di chi le ha subite non viene tenuta in gran conto. Se a questo si aggiungono le divisioni tra regioni e le diverse lingue parlate ecco che la diffusione di #MeToo per lungo tempo si è limitata inizialmente a una cerchia ristretta della società e alle aree urbane.

La determinazione di un personaggio pubblico come Ramani e il racconto di quanto subito a 23 anni da un uomo di 43, affermato e in una posizione di potere rispetto a lei che credeva che l'incontro con lui fosse finalizzato esclusivamente ad un colloquio di lavoro in vista di un'assunzione, hanno spinto molte donne indiane ad abbattere quel muro di silenzio che in India è particolarmente difficile da rompere.

A distanza di un anno, l'8 ottobre scorso, Priya Ramani ha deciso di svelare con un tweet il nome dell'uomo che l'aveva molestata.

Si tratta di Mobashar Jawed Akbar che intanto aveva abbandonato il giornalismo per ritornare alla vita politica e unirsi al partito di governo Bharatiya Janata (BJP) diventando, nel 2016, vice ministro degli Esteri.

Qualche giorno dopo la rivelazione del nome del molestatore e la successiva denuncia di Akbar per diffamazione sporta nei confronti di Ramani, 20 giornaliste hanno accusato l'uomo di molestie di vario genere, subite quando lavoravano presso The Asian Age, nel periodo in cui era direttore e proprietario, e Deccan Chronicle. Tutte e 20, inoltre, hanno sottoscritto una dichiarazione con la quale hanno chiesto di essere chiamate a testimoniare nel processo contro Ramami. Per alcuni giorni, tutti i giorni, sui social sono comparsi racconti di molestie ad opera di Akbar accompagnati dall'hashtag #MeToo.

Nonostante le denunce e l'impegno più volte ribadito di voler assicurare alle donne sicurezza e protezione, il governo indiano di cui Akbar faceva parte è rimasto in silenzio. Il 16 ottobre scorso, grazie esclusivamente alle pressioni delle donne, pur continuando a negare le accuse, Akbar si è dimesso dall'incarico. Un successo importante per il movimento indiano #MeToo.

Mobashar Jawed Akbar non è l'unico esponente politico coinvolto in casi riguardanti reati commessi contro le donne. Secondo i dati raccolti dall'Association for Democratic Reform, una ong che opera nell'ambito delle riforme elettorali e politiche con sede a Nuova Delhi, sono 48 i membri del parlamento indiano, un quarto dei quali appartenenti al BJP, contro cui sono in corso procedimenti.

Il fermento che sta caratterizzando le ultime settimane in India è stato alimentato da storie di molestie che hanno coinvolto personaggi del mondo dello spettacolo e che hanno ricevuto grandissima attenzione grazie alla fama dei protagonisti. È il caso di Tanushree Dutta, vincitrice di Femina Miss India nel 2004 - la competizione che seleziona le partecipanti indiane a Miss Mondo - e giovane attrice di Bollywood, rientrata in India dopo essersi trasferita negli Stati Uniti. In un'intervista, Dutta ha raccontato di essere stata molestata sessualmente dall'attore Nana Patekar durante le riprese di un film girato 10 anni fa. L'uomo ha sempre negato le accuse.

Tanushree Dutta via The News

All'epoca dei fatti, per alcuni giorni, la storia e le accuse mosse immediatamente dalla donna sono state ampiamente riprese dai media per poi improvvisamente sparire. «Non c'era compassione», ha dichiarato Dutta. «Nessuno mi dava veramente retta».

Dopo aver ottenuto la cittadinanza americana, Dutta ha scelto di tornare in India, grazie anche all'influenza positiva suscitata dal movimento #MeToo statunitense, per chiudere definitivamente col passato, rivelando ciò che ha conosciuto del mondo dell'industria cinematografica, prima di decidere di abbandonarlo e interrompere la carriera. Ha raccontato di un "club dei ragazzi" e della sofferenza scaturita dalla consapevolezza che nonostante "tutti sapessero" delle molestie che aveva subito "non avevano fatto nulla". Ma stavolta, a differenza di dieci anni fa, la sensazione è che il paese sia pronto e disposto ad ascoltarla. «Essere ascoltata è qualcosa a cui avevo rinunciato», ha rivelato.
A seguito dell'attenzione nuovamente rivolta a quanto accaduto dieci anni prima, Patekar, che ha continuato a negare le accuse, ha abbandonato il set del film che stava girando, già lasciato dal regista Sajid Khan accusato a sua volta di molestie da tre donne.

Un'altra storia che ha suscitato grande clamore è quella dell'autrice e attrice comica Mahima Kukreja che ha pubblicato su Twitter i messaggi espliciti, accompagnati da foto di parti intime, del collega Utsav Chakraborty.

Kukreja ha raccontato di aver provato grande frustrazione perché mentre pubblicamente Chakraborty fingeva di essere un alleato delle donne, in privato le molestava. Nonostante immaginasse di non essere l'unica ad essere stata oggetto delle sue attenzioni, Kukreja non si aspettava di ricevere via Twitter tanti messaggi da parte di donne vittime delle molestie di Chakraborty.

«Siamo diventate - io in particolare, nei primi due giorni - "custodi di traumi". Tutte queste donne stavano aspettando di raccontare le loro storie, di essere ascoltate, di essere viste, di sentirsi esseri umani», ha dichiarato a Vox.

Anche il mondo del cricket, uno degli sport più amati e popolari del paese, non è rimasto immune dalle denunce per molestie. L'amministratore delegato del Board of Control for Cricket in India, l'organismo più ricco e potente del cricket, Rahul Johri è stato accusato di comportamento inappropriato da una donna che ha voluto mantenere l'anonimato e che lo ha denunciato via Twitter.

L'India è un paese profondamente segnato dalla violenza sulle donne e sulle bambine. Nel 2012, uno stupro di gruppo perpetrato a Nuova Delhi, ai danni di Jyoti Singh, una donna di 23 anni morta due settimane dopo l'aggressione, ha scatenato proteste e critiche sulla gestione del caso da parte del governo. Da allora si è aperta una discussione permanente sulla violenza contro le donne e altre disuguaglianze di genere, nonostante parlarne resti estremamente difficile perché le vittime sono spesso accusate di aver provocato gli abusi a causa di un meccanismo diffuso che sposta l'attenzione su di loro allontanandola dai colpevoli. Come è accaduto lo scorso luglio a una bambina di 11 anni, ripetutamente drogata e violentata da più uomini nell'arco di sette mesi, sotto la minaccia della morte della madre se avesse raccontato a qualcuno le sevizie alle quali veniva sottoposta.

Per provare ad arginare un fenomeno così violento il governo, guidato dal primo ministro Narendra Modi, ha approvato lo scorso aprile un provvedimento che ha inasprito le pene e previsto la pena di morte per gli stupratori di bambine di età inferiore ai 12 anni.

Quanto è successo in India in quest'ultimo mese squarcia il buio che da anni avvolge le donne. Il cambiamento è in larga parte dovuto ai social media. Le discussioni con l'hashtag #MeToo sono notevolmente aumentate anche grazie alla testimonianza della dottoressa Christine Blasey Ford davanti alla commissione Giustizia del Senato degli Stati Uniti relativamente alle accuse di molestie da lei mosse nei confronti di Brett Kavanaugh, prima che diventasse membro della Corte suprema. Attraverso i social le donne sanno di avere un'opportunità di poter fare i nomi dei colpevoli ed essere accolte in una comunità dove trovano la solidarietà di altre vittime.

Come scrive sul Guardian Rana Ayyub, giornalista e scrittrice indiana, nelle ultime settimane l'India ha assistito a un cambiamento che assomiglia a una rivoluzione culturale. Gli spazi dei social media, che in passato hanno creato più danni alle donne desiderose di raccontare, forniscono oggi una piattaforma dove poter condividere prove e testimonianze. Le donne finora dissuase dal parlare dalle loro famiglie per "proteggere l'onore", che evitavano di lamentarsi al lavoro per non essere etichettate "impiegate problematiche", ora usano #MeToo per liberarsi.

È come se si stesse assistendo allo smantellamento di un'architettura maschilista che domina arte e cultura attraverso le vicende accadute recentemente: le dimissioni del direttore di un giornale, la chiusura di una casa di produzione cinematografica (il riferimento è alla Phantom Films, società di produzione e di distribuzione cinematografica indiana, chiusa a causa di un'accusa di molestie di una ex dipendente nei confronti di uno dei suoi fondatori), lo scioglimento del più popolare collettivo comico del paese (All India Bakchod, dopo che si è appreso che uno dei membri era a conoscenza delle molestie di Utsav Chakraborty nei confronti di Mahima Kukreja e un altro è stato accusato di molestie).

Questo movimento però, aggiunge Ayyub, non avrà futuro se chi è al potere ritiene che le molestie sessuali siano un problema esclusivo dell'élite urbana, liquidandolo come un fenomeno occidentale.

Quando all'inizio di quest'anno nel Kashmir, Asifa, una bambina di otto anni, è stata sequestrata da un gruppo di uomini che sembrerebbe l'abbiano drogata, fatta morire di fame e poi violentata per giorni prima della sua morte, i membri del BJP hanno marciato in segno di protesta contro l'arresto dei presunti colpevoli perché lo hanno ritenuto un attacco agli indù (la bambina apparteneva a una famiglia musulmana). I rappresentanti del BJP e il primo ministro sono rimasti in silenzio, senza rilasciare commenti, come hanno fatto per il caso di Akbar e per le rivelazioni di #MeToo in India.

Ma le donne sono ormai stanche di questi silenzi. Hanno importato dall'America un movimento che le sosterrà e le aiuterà a dire forte e chiaro che non sono più disposte a rimanere zitte, tanto meno ad accettare passivamente l'indifferenza delle autorità che dovrebbero difenderle garantendo loro protezione ed incolumità.

Foto anteprima via BAAZAA

Iscriviti alla nostra Newsletter

Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI