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La resistenza del popolo georgiano contro la deriva autoritaria del governo

15 Maggio 2024 6 min lettura

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La resistenza del popolo georgiano contro la deriva autoritaria del governo

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La presidente della Georgia ha messo il veto alla legge sugli 'agenti stranieri', ma il parlamento può ancora farla entrare in vigore

Aggiornamento 19 maggio 2024: La presidente della Georgia, Salomé Zourabichvili, ha posto il veto alla legge sui cosiddetti “agenti stranieri”, approvata definitivamente dal parlamento il 14 maggio scorso tra le proteste di centinaia di migliaia di georgiani. La legge è stata voluta fortemente dal governo guidato dal partito Sogno Georgiano, di cui Zourabichvili non fa parte. Tuttavia, il veto della presidente probabilmente riuscirà solo a far posticipare l’entrata in vigore della legge: il parlamento può infatti respingere il veto e far passare la legge ugualmente

Da oltre un mese la Georgia è travolta da manifestazioni di protesta. I cittadini scendono in piazza per protestare contro il governo e la cosiddetta “legge sugli agenti stranieri”, approvata lo scorso 14 maggio. Quanto sta avvenendo è considerato un bivio cruciale nella storia del paese da molti dei suoi abitanti: da una parte il futuro della Georgia nell’Unione Europea, dall’altra il rischio concreto che quella che definiscono come una “legge russa” possa portare a una deriva autoritaria che non solo fermerebbe il cammino verso l’Europa, ma riporterebbe inevitabilmente il paese nell’orbita dell’odiata Russia, la potenza colonizzatrice che ancora oggi occupa l’Abcasia e l’Ossezia del Sud, due regioni che sono internazionalmente riconosciute come parte della Georgia.

Per questo motivo oltre 100mila persone sono scese in piazza lo scorso 28 aprile e, secondo alcune stime, più di 200mila hanno partecipato alla “marcia europea” del 12 maggio che ha bloccato Tbilisi per ore e ci ha riempito gli occhi di immagini bellissime. Sono numeri ancora più impressionanti se si considera che la Georgia è un paese di poco più di tre milioni e mezzo di abitanti.

È difficile immaginare che una qualsiasi questione politica arrivi a coinvolgere una percentuale simile di popolazione italiana. Non è un giudizio di merito, ma un dato di fatto: Italia e Georgia sono in momenti completamente diversi delle loro rispettive storie. Inoltre, forse perché si combatte per una causa che dalle nostre parti non genera passioni così forti, le immagini dei manifestanti che fronteggiano le violenze della polizia imbracciando bandiere europee faticano a destare interesse ed empatia diffusa nell’opinione pubblica italiana (e, forse, più generalmente europea). C’è chi indubbiamente vede con simpatia la causa portata avanti dai manifestanti georgiani, ma c’è anche altrettanto scetticismo: qualcuno paventa il fantasma ucraino come un’ineluttabilità per la Georgia; altri, invece, considerano come inevitabile che, nello scenario in cui Tbilisi dovesse entrare nell’Unione Europea, subirebbe una deriva autoritaria sulla falsariga di paesi come Ungheria e Polonia; c’è chi infine semplicemente ritiene che la Georgia non appartenga al continente europeo.

L’orso russo e il fantasma ucraino

I timori che azioni politiche troppo evidenti in supporto dell’Unione Europea e contro la Russia in Georgia possano portare a uno scenario apocalittico sulla falsariga di quanto avvenuto in Ucraina dopo la rivoluzione di Maidan sono molto presenti nel dibattito italiano.

Per via del passato sovietico condiviso è quasi inevitabile fare paragoni tra Georgia e Ucraina, anche rafforzati da etichette molto amate dalla stampa. Per esempio, nella narrazione degli avvenimenti di Tbilisi il governo georgiano viene superficialmente descritto come “filorusso”, categorizzazione non necessariamente sbagliata, ma semplicistica e che rischia di portare fuori strada chi non conosce le dinamiche del paese.

È infatti importante specificare che quella di “governo russo” è la descrizione usata dalle opposizioni e da chi è contrario alla legge per mobilitare gli abitanti. La Russia e l’influenza russa sono considerate come un anatema dalla maggior parte dei georgiani. Per questo motivo, non è immaginabile che un partito maggioritario in Georgia persegua una politica apertamente filorussa, cosa che già differenzia il paese dall’Ucraina pre-Maidan dove si negoziava apertamente con il Cremlino e dove esistevano forze come il Partito delle Regioni (al riguardo si consiglia la lettura di “Il destino dell'Ucraina. Il futuro dell'Europa” di Simone Attilio Bellezza).

Tutto è più sfumato in Georgia e i legami tra il partito di governo, Sogno Georgiano, e Mosca, se esistono, non sono palesi. L’etichetta di filorusso va usata quindi con attenzione, come scrivevamo già in un altro articolo, e affermazioni come “Putin ha ordinato il passaggio di questa legge”, che si legge su certa stampa italiana come dati di fatto, sono in realtà indimostrate e, forse, indimostrabili.

Quello su cui non ci sono dubbi, e che ci dovrebbe far preoccupare, è l’aperta deriva autoritaria di Sogno Georgiano. Proprio nelle ultime settimane, infatti, il governo è ricorso a tattiche intimidatorie che ricordano la repressione in Russia. Oltre all’uso della forza e agli arresti da parte della polizia durante le proteste, molte persone che hanno manifestato o sono particolarmente attive sui social nell’esprimere il dissenso contro la legge hanno iniziato a ricevere chiamate da numeri anonimi in cui vengono insultate e minacciate. Inoltre, le sedi di diverse organizzazioni non governative sono state vandalizzate, le porte marchiate con la scritta “agente straniero”. Infine, i famigliari di diversi esponenti dell’opposizione sono stati attaccati e picchiati da individui non identificati. 

È normale che di fronte a questo genere di azioni la reazione di molti sia esclusivamente il timore di provocare la Russia? Non ci interessa sapere che cosa ne sarebbe della Georgia nel caso in cui l’adozione della legge portasse a un effettivo allontanamento dall’Unione Europea di cui noi siamo parte?

Lo spauracchio di Polonia e Ungheria  

Un altro tipo di reazione di fronte alle aspirazioni europee della Georgia (ma anche a quelle di Moldova e Ucraina) è che, in quanto Tbilisi rientra tra i cosiddetti “paesi dell’est”, finirà inevitabilmente per seguire la traiettoria di Ungheria e Polonia, tra nazionalismo e derive autoritarie.

Sono indubbiamente timori validi, ma è anche necessario sottolineare quello che l’Unione Europea ha portato nei paesi dell’Europa centro-orientale nell’ultimo ventennio. Oltre agli aspetti sopramenzionati, ci sono problematiche di cui è giusto parlare quali lo spopolamento e lo sfruttamento di manodopera a basso costo, ma ci sono anche fattori quali la stabilità, gli investimenti e un considerevole sviluppo economico che non passano inosservati a chi è rimasto fuori dall’allargamento dell’Unione Europea. Non è certo un quadro completo della situazione in questi paesi, ma chi di noi nel 2004, quando Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia entrarono nella UE, si sarebbe aspettato che, a vent’anni di distanza, località come Cracovia, Brno o Bratislava sarebbero diventate destinazioni capaci di attirare un numero considerevole di lavoratori italiani? Eppure questa è la realtà nel 2024.

L’Unione Europea per molti ucraini, georgiani e moldavi non solo è sinonimo di sviluppo economico, ma incarna anche (e forse soprattutto, come evidenziato dalla presidente della Moldova, Maia Sandu, in una recente intervista) una garanzia contro l’espansionismo russo. L’Ucraina, la Georgia e la Moldova sono già sotto attacco militare di Mosca e guardare a Occidente è quasi una necessità per prevenire future offensive.

Tutto questo dovrebbe farci riflettere. Come possiamo rispondere a queste aspirazioni? Non è forse arrivato il momento di dotare l’Unione Europea degli strumenti necessari sia a evitare derive autoritarie tra i suoi membri che a garantirne la sicurezza?

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“La Georgia non è in Europa”

Infine, un altro punto di vista molto diffuso è quello secondo cui la Georgia non si trova nel continente europeo e che vede i georgiani come non “abbastanza” europei. Sono commenti figli di un malcelato razzismo e a cui si può controbattere chiedendo cosa significa essere europei: cosa fa di me un europeo? Probabilmente in pochi saremmo in grado di rispondere a queste domande.

“Sono georgiano e quindi sono europeo”: nel 1999 il primo ministro georgiano Zurab Zhvania usò questa semplice frase per esprimere le aspirazioni europee della Georgia nell’emiciclo del Consiglio d’Europa. A distanza di venticinque anni sono pochi i dubbi che tali parole abbiano attecchito nella popolazione del paese, tanto da spingere molti a mettersi in prima persona in difesa di tali aspirazioni. In un momento cruciale per la parte orientale del nostro continente, dove l’Ucraina combatte per la propria stessa esistenza, la Moldova il 20 ottobre andrà al voto per un referendum costituzionale (il cui risultato definirà la traiettoria del paese) e la Georgia scende in piazza da un mese al grido di “Sì all’Europa e no alla legge russa”, si può invertire la domanda e chiedersi chi tra i due non è “abbastanza” europeo: “Noi” o “Loro”?

Immagine in anteprima: frame video Channel 4 via YouTube

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