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Estrema destra sempre più violenta e l’uso della Rete

16 Luglio 2019 9 min lettura

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Estrema destra sempre più violenta e l’uso della Rete

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C’è una minaccia crescente della destra estrema online? L’attività online porta poi a episodi di violenza nel mondo reale? Cosa stanno facendo governi e società tecnologiche per contenere e contrastare questo aumento di violenza? Se lo chiede in un’inchiesta sul sito della BBC il giornalista Gordon Corera che, partendo dalla strage di Christchurch in Nuova Zelanda, dove lo scorso marzo un suprematista bianco, l’australiano Brenton Tarrant, ha massacrato 51 persone in diretta live streaming su Facebook, prova a delineare come si organizzano in Rete i gruppi di estrema destra e come diffondono i loro messaggi fino a renderli politicamente mainstream. 

Ripercorrendo gli spostamenti di Tarrant prima della strage di Christchurch, Corera ricostruisce il background culturale in cui l’autore dell’attentato in Nuova Zelanda elabora i suoi convincimenti politici e di idea di società, esplicitati poi nel manifesto pubblicato su Internet prima dell’attacco, traccia le sue fonti di ispirazione e i suoi riferimenti ideologici.

Seguire a ritroso il percorso di Tarrant consente al giornalista della BBC (e di conseguenza ai lettori) di addentrarsi nella fitta rete online di gruppi suprematisti e di estrema destra che sui social si scambiano informazioni e documenti, elaborano strategie, organizzano incontri dal vivo di persona, e di capire se e come tutto questo lavorio online si trasformi poi in episodi di violenza nella vita reale. Come accaduto quest'anno a Christchurch, a Danzica, in Polonia, dove è stato ucciso il sindaco Pawel Adamowicz, a Wolfhagen, in Germania, con l'uccisione del politico di centro-destra Walter Lübcke, e due anni prima a Charlottesville. Proprio ieri in Italia la sezione antiterrorismo della Digos di Torino ha sequestrato a un gruppo di neo-nazisti un vero e proprio arsenale da guerra: 9 fucili d’assalto, una pistola mitragliatrice, 7 pistole, 3 fucili da caccia, 20 baionette quasi un migliaio di cartucce e molti parti di armi e un missile aria – aria, privo di carica esplosiva ma riarmabile.

Seguire la matassa

Anche se ha agito da solo, Tarrant – comparso in Tribunale a giugno per negare tutte le accuse – si è mosso in un ambiente internazionale che utilizza internet come sito di scambio di informazioni, la cui ideologia, scrive Corera, sta diventando piano piano politicamente mainstream.

Per quanto gran parte dei suoi spostamenti sia sconosciuta, Tarrant ha lasciato diverse tracce che consentono di risalire ai suoi riferimenti culturali e ideologici. Si è spinto in Corea del Nord e in Pakistan e ha trascorso la maggior parte del suo tempo in Europa, dalla Spagna ai Balcani, spesso per visitare i luoghi di battaglie storiche. Alla fine del 2018 è andato in Austria, per alcuni dell’estrema destra prima linea nella guerra di alcuni secoli fa tra l’Europa cristiana e il mondo musulmano. Pochi giorni prima dell’attacco di Christchurch, Tarrant aveva pubblicato un tweet che faceva riferimento a “Vienna 1683”, l’anno in cui l’avanzata delle forze ottomane fu fermata alle porte della città.

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La battaglia di Vienna – via BBC

Ma c’è un altro collegamento tra Tarrant e l’Austria, spiega Corera. Ed è Martin Sellner, influencer austriaco che svolge un ruolo importante nell’ecosistema dell’estrema destra in Europa. Tarrant lo ammira a tal punto da fargli una donazione di 1500 euro.

Sellner è una figura di spicco del gruppo austriaco di Generazione Identitaria, il movimento, nato in Francia nel 2012 e che poi si è diffuso in altri 9 paesi tra cui Germania, Italia e Regno Unito, che si oppone ai migranti musulmani ritenuti una minaccia per l’Europa e il cui obiettivo sarebbe a loro avviso la sostituzione etnica delle popolazioni native europee. 

Due settimane dopo l’attacco di Christchurch, quando si seppe della donazione di Tarrant, gli inquirenti setacciarono l’abitazione di Sellner, sequestrarono computer e carte bancarie, per poter appurare eventuali collegamenti tra i due. 

Nonostante Sellner abbia definito Tarrant un “deviato” in un video subito dopo l’attacco, condannato l’attentato e negato di averlo mai incontrato di persona (fatta eccezione per alcuni scambi via email), non è possibile dissociare l’azione del terrorista dalle ideologie diffuse da persone come Sellner, commenta Corera. I suoi post online si concentrano spesso sulla minaccia del multiculturalismo e sull'idea che i musulmani conquisteranno l'Europa e diverse frasi pronunciate dal trentenne austriaco erano presenti nel manifesto pubblicato da Tarrant.

«Non penso che sia il responsabile diretto degli attentati, ma le idee che figure come Sellner diffondono sono utilizzate dalla gente per giustificare la violenza», spiega alla BBC, Peter Neuman, fondatore del Centro Internazionale per lo studio della radicalizzazione e docente al King’s College di Londra. 

Sellner racconta a Corera di essere stato in passato vicino all’ambiente neonazista austriaco, ma di essersi poi allontanato, di aver abbracciato la causa della Generazione Identitaria e di non ritenersi un razzista ma un “etnopluralista” e cioè che ogni cultura debba mantenere la propria identità separata. 

Il giovane austriaco ha aperto la strada all'uso dei social media nel mondo dell'estrema destra germanofona e di fatto, spiega Joe Mulhall, dell'organizzazione HOPE not Hate, per come diffonde le sue idee e usa i social è il leader europeo di Generazione Identitaria e una delle figure snodo della rete dei gruppi identitari e di estrema destra in Europa. L’operazione che Sellner sta mettendo in atto è la creazione di «un nuovo linguaggio e un nuovo lessico per l'estrema destra europea» che piano piano si sta facendo mainstream.

«L'ideologia neonazista non attirava più le masse in Austria, c’era la necessità di modernizzare la loro immagine, il loro linguaggio e in parte anche le loro idee», spiega alla BBC Bernard Weidinger, del Centro di documentazione della Resistenza austriaca. «Hanno sostituito termini con connotazioni storicamente negative con altri di più facile diffusione verso un pubblico più ampio: ad esempio non parlano di deportazione di massa ma di "re-migration" (cioè il rimpatrio forzato degli immigrati nei loro paesi di origine), non si definiscono “razzisti” ma “etnopluralisti”». Il nuovo lessico ha trovato permeabilità nel linguaggio politico tradizionale e ha consentito di normalizzare e di rendere accettabili alcune idee e concetti che in altri temi (e formulati in modo diverso) non sarebbero stati concepibili. Per esempio, prosegue Weidinger, la “re-migration” è diventata argomento politico mainstream in Austria nonostante le deportazioni di massa rimandino a un passato che si riteneva superato.

Come funziona la rete online dei gruppi di estrema destra

Tutto questo sta avvenendo velocemente perché, scrive Corera, “i gruppi identitari sono altamente interconnessi tra di loro, fanno circolare idee in modo agile tramite i social network, imparano gli uni dagli altri e riescono ad adattare i loro messaggi ai rispettivi contesti nazionali”.

Dal 2014 Julia Ebner, autrice del libro “La Rabbia. Connessioni tra estrema destra e fondamentalismo islamista” e ricercatrice austriaca all’Institute for Strategic Dialogue, un think tank con sede a Londra, ha iniziato a studiare sotto-copertura i canali di diffusione della propaganda jihadista e di quella di estrema destra.

Ebner ha creato dei profili falsi per poter entrare in gruppi, canali e chat ai quali si accede solo su invito e poter analizzare linguaggi, riferimenti culturali, organizzazione dei movimenti di estrema destra e di quelli jihadisti. Ha dovuto familiarizzare con il gergo di questi gruppi per non essere scoperta. «Sono arrivata alle prime riunioni dopo avere realizzato miei diversi profili in Rete, in cui dovevo essere credibile. Ho creato un mio nuovo presente e passato, fingendomi una simpatizzante, interessata ai loro temi, come per esempio il conflitto in Kashmir [ndr, regione contesa dal 1947 da India e Pakistan]», spiega in un’intervista dello scorso ottobre. «Per molte settimane ho chattato con loro, così hanno iniziato a fidarsi di me, a condividere le loro informazioni. Poi ho iniziato a parlare con alcuni anche offline e la strategia migliore per avvicinarmi a qualcuno interno al team che garantisse per me e mi presentasse come nuovo membro. Così nessuno aveva dubbi sulla mia presenza. Sia nei gruppi di estrema destra che con i fondamentalisti islamici».

Più il gruppo è estremo, aggiunge la ricercatrice alla BBC, più si è soggetti a valutazioni tramite interviste e verifica dei profili sui social. Una volta le è stato chiesto di fornire i risultati di un test genetico per dimostrare la sua discendenza e dimostrare di essere "pura" e ha dovuto dedicare del tempo a costruire delle prove false.

Ebner spiega che i gruppi jihadisti online e quelli di estrema destra funzionano più o meno allo stesso modo, sia nelle loro tattiche sia nelle loro discussioni sull’inevitabilità dei conflitti tra musulmani e non musulmani. «Per entrambi l’obiettivo è radicalizzare e influenzare le ideologie principali per arrivare a un drastico cambiamento politico, coinvolgere le persone scettiche», catturando l’attenzione dei media, provocando reazioni, dando vita a campagne di disinformazione».

Questi gruppi cooperano in quello che lei chiama "network del nazionalismo". Un gruppo statunitense, ad esempio, può creare una piattaforma di condivisione dei contenuti con una banca-dati di meme anti-immigrati facilmente utilizzabili da altri gruppi in paesi diversi.

YouTube e Instagram sono i canali più utilizzati per cercare di raggiungere il pubblico più vasto e più giovane. A coloro che si imbattono in contenuti di estrema destra e iniziano a condividerli viene offerto un passaggio successivo, viene inviato un link a un’app di messaggistica crittografata cui si accede solo su invito. Altri vengono reclutati su siti come Reddit, 4Chan e 8Chan.

Una delle app di messaggistica utilizzate è Telegram ma, spiega Ebner, i siti di giochi per computer stanno diventando sempre più appetibili per i gruppi di estrema destra. Ad esempio viene usata Discord, un’applicazione progettata per consentire a chi gioca online di comunicare tra di loro.

Lo stile e i linguaggi utilizzati variano a seconda del canale utilizzato: «Per reclutare persone sui siti di giochi, viene usato un approccio molto “gamificato” con riferimenti alla cultura pop. Sulle piattaforme ultra-libertarie vengono enfatizzati gli argomenti intorno alla libertà, nelle reti cospirazioniste si fa riferimento immediatamente alle teorie della cospirazione».

La terza fase è la condivisione dei contenuti e, osserva la ricercatrice, la diffusione della propaganda e la mobilitazione dell’estrema destra sta diventando sempre più massiccia e rapida, con l’obiettivo di aumentare la polarizzazione e di incentivare all’odio e anche all’uso della violenza.

Da questo punto di vista, la prima volta è stata Charlottesville, la prima manifestazione fuori dalla Rete organizzata delle comunità online. Una specifica chat room su Discord si è occupata della logistica, dicendo anche alle persone cosa indossare. Ebner e i suoi colleghi avevano programmato di partecipare, ma hanno desistito quando hanno visto circolare nei gruppi foto di armi da fuoco. Sappiamo tutti come è andata. Durante la manifestazione, un ventunenne, James Alex Fields, ha deliberatamente guidato la sua auto verso un gruppo di contro-manifestanti, uccidendo Heather Heyer e ferendo 28 persone. È stato condannato all'ergastolo nel giugno 2019.

Discord ha detto alla BBC di verificare e intraprendere azioni immediate in caso di segnalazioni di incitamento all’odio o alla violenza, ma Ebner ha spiegato che finora le sue continue segnalazioni hanno sortito poco effetto.

Se Charlottesville ha fatto scoprire all'opinione pubblica l'esistenza di un pericolo estrema destra, Christchurch sembra essere stato recepito come un momento di non ritorno rispetto all'efficacia e alla pervasività dei discorsi di incitamento all'odio e alla violenza nelle nostre società. «Quello che è successo non dovrà accadere mai più», aveva dichiarato il Presidente francese Emmanuel Macron. «La dimensione social di questo attacco è stata senza precedenti e la nostra risposta oggi è senza precedenti. Mai prima d'ora paesi e aziende tecnologiche si sono unite e si sono impegnate in un piano d'azione per sviluppare nuove tecnologie per rendere più sicure le nostre comunità», aveva aggiunto la Presidente della Nuova Zelanda Jacinda Ardern.

Dopo la strage di Christchurch, la Commissione europea e alcuni Stati, fra cui l'Italia, guidati da Nuova Zelanda e Francia, hanno sottoscritto con le più importante aziende tecnologiche un impegno volontario per agire contro i contenuti terroristici ed estremisti violenti online. Definita da studiosi ed esperti di Internet un’iniziativa lodevole, l'accordo ha sollevato anche diverse critiche. Ancora una volta ci si è concentrati sulla rimozione dei contenuti online e non sull’importanza della loro moderazione da parte di team umani, e non sembrano essere stati presi in considerazione le conseguenze dell’adozione di policy esclusivamente ispirate alla rimozione dei contenuti affidate alle aziende private che gestiscono le piattaforme che, in alcuni paesi, favorisce la repressione delle forme di dissenso e la limitazione dell’accesso a Internet, spazio invece di pluralismo delle fonti di informazione e motore di maggiore inclusione sociale.

Ma si è trattato, in ogni caso, di un primo tentativo da parte di governi e aziende di dialogare, seppur tardivamente, con studiosi ed esperti di Internet. Resta da chiedersi se questa iniziativa andrà nella direzione giusta e darà gli strumenti per prevenire futuri attacchi o sarà una volta di più un modo per rendere Internet uno spazio sempre più controllato mettendo così a rischio la libertà di espressione.

Di seguito tutti i nostri articoli sui temi sollevati dall'inchiesta della BBC:

La normalizzazione mediatica dell’estrema destra: dall’alt-right ai “sovranisti”

Facebook vieta il razzismo di nazionalismo e suprematismo bianco. Ma la decisione arriva tardi

La strage di Christchurch e gli accordi con i social contro terrorismo ed estremisti violenti. Luci e ombre

I problemi di YouTube nella sua lotta contro l’odio: rimossi video antirazzisti e canali di storia

La sfida del terrorismo ai media e ai social network

Foto in anteprima via BBC

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