Ventimiglia, il bar che aiuta i migranti in transito a rischio chiusura. La raccolta fondi supera 20mila euro in pochi giorni

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“Oggi abbiamo raggiunto 20000 euro!!! Un enorme GRAZIE a tutti quelli che ci hanno sostenuto materialmente ed emotivamente e che ci hanno permesso di sperare nel futuro!!! Abbiamo superato l'emergenza grazie al vostro enorme contributo, il Bar Hobbit tira avanti! Chi volesse continuare a supportarci può farlo, la campagna rimarrà aperta e le donazioni che riceveremo d'ora in avanti serviranno a supportare il bar in futuro. Grazie!!!”

Più di 20mila euro in meno di una settimana. Ce l’ha fatta Delia Buonomo, titolare da oltre 15 anni del Bar Hobbit, a Ventimiglia, a salvare il bar della stazione, diventato negli ultimi tre anni il punto di riferimento delle migliaia di migranti che giungono nella cittadina ligure nella speranza di poter varcare il confine, distante appena 9 km, e poter andare in Francia e in altri paesi europei per raggiungere familiari o conoscenti. Ce l’hanno fatta le associazioni impegnate sul territorio, gli amici, le tante persone che si sono attivate per dare vita alla campagna di raccolta fondi per tenere in piedi il bar, ormai prossimo alla chiusura, boicottato dai cittadini di Ventimiglia, dopo che Delia aveva iniziato a dare da bere, da mangiare e un posto dove potersi rifocillare ai tanti migranti presenti in città. Insulti, atti vandalici e pressioni di vario genere hanno messo il bar in una situazione economica sempre più difficile, racconta Fausta Chiesa sul Corriere della Sera.

Quasi 650 persone hanno donato, chi 5 euro, chi 200, ringraziato e sostenuto Delia per “quello che fa e per avermi fatto sentire meno sola nella voglia di dare e condividere”, come si legge in uno dei messaggi che accompagnano le donazioni.

Delia rende questo paese migliore, un paese di cui andare ancora fieri nonostante le attuali politiche sull'accoglienza.

Solidarietà per Delia. Stai facendo una cosa bellissima, e importante non solo per chi aiuti direttamente, ma per tutti noi. Grazie.

Perché ho conosciuto Delia e il bar Hobbit e ci vorrebbero in ogni quartiere di ogni città. Oasi di tolleranza nel mare di odio che dilaga in Italia.

Grazie di cuore per ciò che fa. Grazie perché mi ricorda che vale ancora la pena di lottare. Grazie perché non ho il coraggio di guardare negli occhi i migranti, ciò che oggi riserviamo loro è inumano. Lo è, tranne che per casi come il suo. Grazie perché ha un grande cuore. E grazie perché loro, i migranti, in lei vedono speranza ed amore, noi italiani invece vediamo un esempio.

E già prima che partisse il crowdfunding sulla piattaforma GofundMe, alcuni cittadini avevano avviato una raccolta fondi su Facebook, come Marita Cassan, che per il suo compleanno (2 settembre) era riuscita a raggiungere in pochi giorni la cifra di 5mila euro, a testimonianza di come da più di un anno si fosse attivata intorno al bar Hobbit una comunità pronta a sostenere Delia e il suo impegno. Il bar è diventato in poco tempo, infatti, simbolo di accoglienza, solidarietà, resistenza. È «un piccolo miracolo, che mi dà la spinta ad andare avanti. Tanta generosità va ripagata», ha commentato alcuni giorni fa Delia a Redattore Sociale, quando la campagna era avviata al successo. «Questo risultato per me significa che esiste un’altra Italia, diversa da quella che viene descritta o fatta vedere in tv, un’altra Italia che ha ancora il cuore che batte e che non va dietro alle battute infelici di Salvini».

Il bar di "Mamma Africa"

La storia di Delia inizia 3 anni fa, nell’estate del 2015. La Francia aveva applicato gli “Accordi di Chambery”, che prevedevano la possibilità di respingere i migranti dall’altra parte del confine, sollevando le accuse di violazione dell’accordo di Schengen. In quei giorni uomini, donne e bambini erano rimasti bloccati a Ventimiglia, senza accesso ai servizi primari (acqua potabile, bagni pubblici, cibo, un luogo dove dormire). Centinaia di migranti avevano dormito sulla scogliera che affaccia sul mare e nella stazione ferroviaria di Ventimiglia, dove era stata adibita una struttura apposita per l’accoglienza. Le immagini dei migranti assiepati sugli scogli a protestare e dei violenti sgomberi erano sulle home page di praticamente tutte le testate giornalistiche.

Di fronte alle condizioni molto critiche di queste persone che avevano già dovuto affrontare un lungo e tragico percorso migratorio e che ora si trovano impossibilitate a lasciare l’Italia, Delia Buonomo, titolare del bar Hobbit, vicino la stazione di Ventimiglia, decide di intervenire. «Ho seguito l’intuito», dice Delia nel video che accompagna la raccolta fondi su GoFundMe. «Per strada c’erano donne incinte, altre con i loro bambini, faceva caldissimo e istintivamente ho detto alle mamme e ai bambini di entrare, che avrei dato loro da bere e che non avevano l’obbligo della consumazione». Da lì è nato un passaparola, “andate da quella signora, vi potete sedere, vi darà da bere”, e nel giro di pochissimi giorni il bar è diventato il luogo di ritrovo di uomini, donne, bambini. «Mi sono trovata impreparata di fronte a questo flusso di gente: un papà aveva perso la moglie nel mare, i bambini sono rimasti orfani. Un altro ragazzino ha visto uccidere i genitori. Mi sono messa nei loro panni e ho pianto insieme a loro. Se non siamo solidali, umani, a me il futuro fa paura».

All’inizio, scriveva lo scorso anno su Medium l’attivista britannica Peggy Whitfield, giunta a Ventimiglia dopo essere stata in diversi campi profughi in Grecia, Delia ha iniziato a distribuire cibo alla fine di ogni giorno ai tanti uomini, donne e bambini che dormivano all’aperto. La polizia le ha permesso di farlo fino all'11 agosto 2016, quando il sindaco della città ligure, Enrico Ioculano (Pd), aveva emesso un’ordinanza (poi ritirata quasi un anno dopo di fronte all’annuncio di una manifestazione di massa da parte di associazioni locali e alle pressioni da parte di Amnesty International, Medici Senza Frontiere, Antigone e addirittura del Siap, il Sindacato Italiano Appartenenti Polizia) che vietava per ragioni igienico-sanitarie la somministrazione di cibo e bevande “a persone migranti, senza fissa dimora e in condizioni di necessità”.

Delia, però, non si è data per vinta e ha aperto il bar alle tante donne e bambini seduti al sole senza cibo né acqua. Ha consentito loro di entrare per bere e mangiare, caricare i telefonini, utilizzare il bagno “per cambiare i pannolini dei più piccoli, gli assorbenti per le donne, poter usare spazzolini e dentifrici da viaggio”, come racconta Dafne Anastasi su Contropiano.

Il bar di Mama Africa a Ventimiglia – Foto: Shendi Veli

L’Hobbit, prosegue Whitfield, non era più un bar per come li immaginiamo di solito, era diventato un centro sociale per i migranti in transito per Ventimiglia. Grazie alla donazione di giocattoli usati, all’interno viene allestita una sala giochi per l’infanzia e uno scaffale per libri, quaderni e materiale scolastico, parte della giornata viene dedicata a corsi di italiano per coloro che intendono rimanere in Italia, il menù viene cambiato per venire incontro anche ai nuovi frequentatori del bar. Una delle persone che hanno frequentato il «corso di italiano qui al bar», dice Delia a Il Manifesto, «adesso lavora per l’Oxfam», una confederazione internazionale di organizzazioni non profit che "si dedicano alla riduzione della povertà globale, attraverso aiuti umanitari e progetti di sviluppo".

Col passare del tempo, i migranti che frequentavano il bar hanno riconosciuto quello che Delia faceva per loro e l’hanno ribattezzata “Mamma Africa”. «Io sono un’immigrata doc e ho voluto evitare che altri patissero le mie stesse sofferenze». «Appena nata venni in Liguria con i miei genitori dal Sud. A tre anni emigrai in Australia. Lì ho fatto le scuole elementari. A 10 anni i miei mi hanno riportata in Italia. Mi vestivo, mangiavo, e parlavo in maniera diversa dai miei coetanei e per questo sono stata maltrattata. Mi sono sentita immigrata in patria. Ho voluto trasformare la mia esperienza negativa in qualcosa di positivo».

"Se la gentilezza diventa un costo troppo oneroso"

Ma questi atti di gentilezza hanno avuto un costo elevato per Delia, racconta ancora Peggy Whitfield su Medium. In poco tempo il bar inizia a non essere frequentato più dagli abitanti del posto, che cominciano a boicottare e anche insultare Delia. «Ho ricevuto minacce, mi hanno sputato addosso, di notte hanno bloccato le porte del bar. Ho dovuto installare le telecamere di sorveglianza per non essere più disturbata. Ma una delle due porte ancora non funziona, i pezzi di ricambio costavano troppo» racconta a Repubblica.

via parolesulconfine.com

Se per i migranti Hobbit è il bar di “Mamma Africa”, per gli abitanti di Ventimiglia il bar della stazione è diventato il “bar dei neri”, il ”bar degli immigrati”. A dare una mano al bancone del bar, scrive Shendi Veli su Il Manifesto, ora c’è la nipote di Delia, Alessandra: «Non posso più permettermi di assumere perché da tre anni i clienti non entrano più in questo bar. Solo perché faccio entrare tutti e do una mano a chi ha bisogno». Certamente mille persone al giorno, con esigenze fisiche, creano scompiglio, spiega la sessantenne barista a Repubblica, ma quello che i cittadini non riescono a capire è che «la colpa non è loro, ma di come l'emergenza viene gestita. Se chiudono le fontane per non permettergli di lavarsi, se i bagni pubblici sono a pagamento, se i bidoni della spazzatura sono pochi, e non bastano già per noi abitanti, il disagio è dietro l'angolo».

Due campi dove erano accampati i migranti sono stati sgomberati, spiegano a Il Manifesto due attivisti di 20k, una rete che unisce diversi gruppi locali impegnati nella solidarietà, tra gli organizzatori della manifestazione “Ventimiglia città aperta” lo scorso luglio, alla quale hanno partecipato circa 10mila persone “per chiedere la libertà di movimento per tutte e tutti, per denunciare le violenze dell’Europa nella gestione dei confini interni ed esterni, per dare una risposta diretta alla xenofobia e ai razzismi”. «Oggi i pochi [ndr migranti] rimasti in città si devono nascondere nelle anse del fosso. Fare solidarietà attiva è sempre più difficile mentre fiorisce il business dei passeur, persone che offrono passaggi per la Francia in cambio di soldi».

L’unico sostegno a Delia è arrivato proprio dal progetto 20k, dai volontari no borders, dall’associazione Penelope, dal Sister Group di NonUnaDiMeno che a Ventimiglia si occupa di donne. Da più di un anno collettivi, organizzazioni non governative, giovani universitari, attivisti di Ventimiglia si sono avvicinati al bar Hobbit e hanno organizzato diverse iniziative: «D’estate riesco ad andare avanti grazie all’aiuto delle persone che vengono a fare aperitivi o mi mandano comitive di volontari, ma d’inverno diventa difficile. La città si svuota e quelli che dovrebbero garantire le entrate sono i ventimigliesi che lavorano nei dintorni», spiega Delia. Nell'agosto 2016, ricorda Peggy Whitfield, il bar è rimasto chiuso diversi giorni perché «non c’erano i soldi per pagare le bollette».

«Questa situazione difficile mi ha portato anche tante cose belle», riflette Delia sempre su Il Manifesto. «Ho conosciuto persone che come me aiutavano gli altri e questo mi ha fatto sentire meno sola. Mi fanno rabbia certe persone, mandano i figli a studiare all’estero per un futuro migliore e maltrattano gli immigrati. Tutti abbiamo diritto a un futuro migliore. Se i residenti dicessero a questi ragazzi anche solo “buongiorno”. Basterebbe già quello a cambiare le cose».

Immagine in anteprima via contropiano.org

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