Cyberbullismo, come creare un’emergenza inesistente in 10 mosse


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All'esame dell'Aula del Senato arriva un disegno di legge (Ddl 1261) che punta alla tutela dei minori "per la prevenzione e il contrasto del fenomeno del cyberbullismo". Il testo del ddl, però, nasce da un'emergenza inesistente creata in 10 "semplici" mosse:

1. Un istituto di ricerca, IPSOS, svolge un'indagine sul fenomeno del bullismo - *anche* online - per Save The Children.

2. Save the Children sbaglia a leggere un dato - non intenzionalmente, dice - e a questo modo la ricerca da piuttosto banale diventa una bomba: «Il cyber bullismo è il pericolo maggiore secondo il 69 per cento dei ragazzi under 18» (piuttosto frequenti le disattenzioni su questo tema, comunque: la smettiamo?).

3. *Tutti* i giornali, nessuno escluso, sintetizzano più o meno a questo modo: “Il cyberbullismo fa paura al 70 per cento dei ragazzi”

4. La bufala, pur smentita da Save The Children grazie a un pezzo su Wired di Carola Frediani e del sottoscritto, giunge ai nostri rappresentanti in Parlamento (e del resto, il comunicato stampa di Save The Children ancora consultabile mantiene l'errore).

5. Che non solo non la riconoscono come tale, ma ne fanno la base (è il primo dato menzionato con grande evidenza nel preambolo) per un disegno di legge che oscilla in buona parte tra l'inutile e il dannoso, specie nella parte così sintetizzata dall'Ansa: «Il ddl prevede la rimozione contenuti offensivi dalla rete e dai social. Basterà una segnalazione e il materiale lesivo sarà direttamente rimosso dai gestori». Semplice no? Ovviamente no, come già argomentato sempre su Wired, ma tanto secondo la prima firmataria, la senatrice PD Elena Ferrara, “è una legge non sanzionatoria, che non criminalizza il web”. E vissero felici e contenti.

6. Fino a quando mesi dopo, nel silenzio e disinteresse generale, la norma finisce in Commissione Affari Costituzionali del Senato.

7. Lì, passa all'unanimità – chi potrebbe essere favorevole al cyberbullismo? – così che ora è pronta per l'esame dell'Aula.

8. E non restano che le domande: possibile che a nessuno sia venuto in mente di verificare che quel dato – eclatante e fuori scala rispetto a ogni altro studio abbia affrontato – sia vero? Possibile nessuno abbia letto il pezzo con cui lo confutavamo? Possibile nessuno abbia cercato la versione originale della ricerca? Eppure la Commissione ha avuto tempo per discutere se l'enforcement della norma debba verificarsi entro 12, 24, 36 o 48 ore (che sia un limite di tempo inaccettabile per tutelare i diritti degli accusati evidentemente è un'altra considerazione sfuggita al senno dei senatori)

9. Ma è perfino peggio. Se nessuno finora si è posto alcun dubbio, nemmeno di fronte all'evidenza, viene da chiedersi: che senso hanno le domande? E, se non ce l'hanno, come si riconduce il dibattito (inesistente) su se e come regolamentare questo fenomeno a una sua corretta rappresentazione – indipendentemente da come la si pensi sulle soluzioni? Più in generale, che senso ha la differenza tra una verità e una bugia, perfino per il legislatore?

10. Nessuna, viene da rispondere, se serve a ottenere un po' di visibilità e apprezzamento da un'opinione pubblica ingannata – con la complicità di troppo cattivo giornalismo, e di troppa buona propaganda.

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