Se la soluzione al bullismo dei ragazzi è il bullismo degli adulti

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In questi ultimi giorni su diversi quotidiani nazionali si sono susseguiti pezzi di intellettuali che trattano il problema del bullismo a scuola. Alcuni casi di cronaca, in cui degli insegnanti sono stati offesi e minacciati in classe, hanno portato prima Michele Serra, poi Susanna Tamaro e infine Paola Mastrocola a intervenire nel dibattito, suscitando anche grosse polemiche con le loro affermazioni.

Unica a essere stata insegnante nelle scuole, Paola Mastrocola, ora in pensione, il 30 aprile ha scritto un lungo articolo su Il Sole 24 Ore che lega l’emergenza bullismo all’incapacità da parte degli insegnanti e dei genitori di punire i piccoli bulli. Il pezzo, infatti, si intitola senza giri di parole “Mettiamoli in castigo”.

Mastrocola inizia con alcuni flash su scene a cui ha personalmente assistito, o che le sono state raccontate: un bimbo di quattro anni in un bar che sguscia via come un serpente ai genitori acquattandosi sotto al tavolo mentre questi vorrebbero prendere un caffè, finché mamma e papà non si arrendono e lo lasciano per terra perché non riescono a costringerlo a comportarsi educatamente; una baby sitter che si lamenta in autobus perché i due bimbi che le sono stati affidati la insultano; una cena in pizzeria di una comitiva di amici con figli, i cui i bambini delle varie coppie hanno dato fastidio finché non è stato concesso loro di svagarsi con i tablet e i cellulari; infine l’esperienza di una delle ultime ore di supplenza tenute dalla Mastrocola in una classe non sua, in cui i ragazzi non si sono in pratica nemmeno degnati di salutarla o di ascoltarla. Tutti questi aneddoti servono all’autrice per suffragare la sua idea, che è la seguente:

Ho inanellato questa serie di scenette, così diverse e lontane tra di loro, perché credo che siano invece straordinariamente legate, e unite da una parola cruciale: autorità.
È questa parola che non tolleriamo più, da una sessantina d’anni. Per ragioni ideologiche (l’autorità non è democratica, discrimina, colloca qualcuno in basso e qualcuno in alto), ma anche per ragioni più esterne che attengono a quel che chiamiamo progresso: perché viviamo immersi nei social, in questo universo della rete che ci attrae in modo esorbitante e morboso, e in cui nessuno ha ed è un’autorità, tutti possono dire la loro, sparare ognuno il loro pensiero, anche delirante, ignorante, volgare, offensivo, stupido. Tutti possono parlare, insegnare, scrivere, governare l’Italia. Tutti, di qualsiasi ceto, età, provenienza, etnia, ruolo, professione, cultura. A nessuno è riconosciuta alcuna superiorità: culturale, morale. Non occorre un titolo, né aver dimostrato di saper fare o di sapere qualcosa più degli altri. Occorre soltanto esserci. Farsi notare, apparire in video, essere citato, cliccato, condiviso, likato. Azzerata qualsiasi competenza. Se arrivi a essere in un video, sei. Se no, non esisti.

Questo poco rispetto nei confronti dell’autorità sarebbe alla base degli episodi di bullismo fra ragazzi e contro gli insegnanti:

Certo, nei casi di bullismo tra ragazzi emerge anche il non rispetto dell’altro, l’assenza di ogni limite, il narcisistico parossismo dell’apparire e dell’occupare la scena del mondo ad ogni costo. Ma il bullismo verso gli insegnanti è altro. È disprezzo per l’autorità.

Ora la tesi sostenuta dalla Mastrocola pone una serie di problemi piuttosto complessi, sia a livello di argomentazione logica che di dati a supporto, che ora cercheremo di analizzare.

Esiste una emergenza bullismo sugli insegnanti?

Negli ultimi tempi i giornali hanno dato risalto a tutta una serie di episodi violenti in cui gli insegnanti sono stati presi di mira dai loro allievi o dai genitori. Tuttavia in questi casi è bene essere cauti. L’apparire sui giornali di notizie tutte relative ad episodi di un certo tipo non è di sicuro prova che questi episodi avvengano con maggiore frequenza rispetto al passato, ma solo che in questo periodo i mass media tendono a dare loro spazio o maggiore risalto. Casi in cui insegnanti si sono trovati ad essere attaccati verbalmente o fisicamente dagli allievi sono sempre avvenuti nelle classi, ma spesso questi venivano risolti o intra moenia con provvedimenti di sospensione contro coloro che compivano la bravata o senza che la stampa ne desse notizia. Questo post di Leonardo Tondelli (anche lui insegnante) spiega come in questi casi “l’effetto bulldog” sia sempre in agguato: i casi riportati nell’articolo sono del 2007 e sono del tutto simili a quelli odierni. Il che lascia supporre che non vi sia nessuna emergenza particolare, semmai appare chiaro che sono ormai presenti da anni nelle scuole alcuni comportamenti violenti, ma tutto sommato minoritari, che vengono messi in atto ai danni degli insegnanti da gruppi di alunni o dai loro genitori.

Su quanto sia diffuso il fenomeno mancano dati precisi. Non esiste a tutt’oggi alcuna rilevazione su quanti casi di questo tipo si verifichino all’anno nelle nostre scuole.

È sempre bullismo?

Ogni volta che un insegnante (o un alunno) è vittima di un episodio violento è sempre un caso di bullismo? No. Su questo bisognerebbe una volta per tutte fare chiarezza. Gli errori sono due. Non sempre il bullismo è un atto violento. Il peggiore bullismo, in realtà, è psicologico e apparentemente non violento. Gioca su umiliazioni verbali e sottili inflitte alla vittima, ma raramente arriva allo scontro fisico. Inoltre una delle caratteristiche tipiche del bullismo è la sua reiterazione. Un singolo episodio non è sufficiente per caratterizzare una persona come “un bullo”: può essere semplicemente un caso isolato che non ha seguito. L’insegnante quindi che in classe venga dileggiato una sola volta da un alunno o da un gruppo, o che riceva anche delle minacce o peggio venga malmenato non è di per sè vittima di bullismo. Il che non rende meno grave l’episodio, ben inteso, ma è proprio la catalogazione dell’episodio che deve essere diversa.

Maleducazione o bullismo?

Tornando agli episodi citati nell’articolo della Mastrocola, è quindi chiaro che quasi tutti non sono episodi di bullismo. L’unico che parli di un atteggiamento reiterato e consapevole è quello narrato dalla baby sitter sistematicamente insultata dai bambini che sorveglia. Gli altri sono al massimo episodi di maleducazione di bambini educati poco e male dai genitori, o di normale indifferenza da parte di una classe di liceali nei confronti di una insegnante capitata in classe per caso e solo per supplire una collega e che non è stata per altro né insultata né derisa. Insomma, davvero, il bullismo non c’entra nulla.

Educazione o autoritarismo?

Quello che lascia perplesso è però come la Mastrocola descrive e pensa di risolvere il problema. Secondo l’autrice infatti il problema sarebbe originato da un disprezzo per l’autorita che non è democratica, discrimina, colloca qualcuno in basso e qualcuno in alto. Ora però questa che viene delineata non è affatto una “autorità”, semmai è un caso plateale di autoritarismo. L’autorità infatti è un qualcosa di molto democratico: si conquista infatti o attraverso il riconoscimento da parte del gruppo di una superiore competenza detenuta da un singolo individuo, o attraverso l’esercizio da parte di un singolo di una carica che però viene assegnata per merito specifico. L’autorità, quindi, al contrario di quanto sostenuto dalla Mastrocola, è di per se stessa democratica e basata sul consenso. Persino il bullo riconosce in qualche modo il principio di autorità democratica, nel senso che per riuscire ad ottenere il rispetto dei pari agisce in modo violento o subdolo per dimostrare di essere il più temibile o il più astuto. L’autorità nasce sempre da una autorevolezza di chi viene investito. Non può essere conquistata attraverso il solo possesso del titolo di studio, o l’appartenenza ad un ceto sociale. Viene costruita da ogni singolo individuo partendo dal suo vissuto, elaborando esperienze personali, sociali e politiche e traendone insegnamento. Se questa autorevolezza non c’è, l’autorità, cioè la sola carica ricoperta, è come un sacco vuoto che non sta in piedi.

Che cosa rimpiange la Mastrocola? Da come parla, l’autoritarismo, l’idea che alcuni individui abbiano sempre ragione in virtù della loro nascita, appartenenza ad un ceto, o sulla base dei titoli acquisiti, e gli altri debbano obbedire senza un fiato. Ma questa è una visione classista, una idea che la scuola democratica non solo respinge, ma deve respingere, perché il suo compito è appunto formare dei cittadini consapevoli, non dei sudditi divisi in caste.

L’orrido mondo dei social

Secondo la Mastrocola questo disprezzo per l’autorità è figlio della diffusione dei social: "In questo universo della rete che ci attrae in modo esorbitante e morboso, e in cui nessuno ha ed è un’autorità, tutti possono dire la loro, sparare ognuno il loro pensiero, anche delirante, ignorante, volgare, offensivo, stupido. Tutti possono parlare, insegnare, scrivere, governare l’Italia. Tutti, di qualsiasi ceto, età, provenienza, etnia, ruolo, professione, cultura. A nessuno è riconosciuta alcuna superiorità:culturale, morale. Non occorre un titolo, né aver dimostrato di saper fare o di sapere qualcosa più degli altri. Occorre soltanto esserci. Farsi notare, apparire in video, essere citato, cliccato, condiviso, likato. Azzerata qualsiasi competenza. Se arrivi a essere in un video, sei. Se no, non esisti.

L’analisi dei social è quantomeno superficiale. Proprio perché è un mondo in cui tutti possono esprimere la propria opinione liberamente, il mondo dei social al contrario è una perfetta palestra per costruire una autorevolezza. Per essere riconosciuti una “autorità”, è necessario dimostrare sul campo di saper partecipare alle discussioni, portare dati e prove di quanto si afferma o anche imparare a ragionare sul fatto che in certi campi avere un ampio consenso non è un dato sufficiente a dimostrare di avere ragione secondo logica. In realtà anche l’idea che stare sui social azzeri qualsiasi competenza è fallace. Per essere una star su Youtube non basta apparire, come dice la Mastrocola, ma è necessario avere delle specifiche competenze: saper parlare al proprio pubblico, trovare argomenti, caratterizzarsi come personaggio. Magari non saranno quelle che piacciono alla Mastrocola, ma ci devono essere. Sennò resti uno che ha fatto un video o scritto un post che nessuno si fila e si filerà mai.

Combattere il bullismo: l’occhio per occhio?

Ma se tutto questo mondo social di video condivisi e effimeri like è secondo la Mastrocola un fenomeno di decadenza, perché la sua soluzione è una sorta di “punizione social” per i bulli? L’autrice infatti dice che contro il bullismo non servono convegni o approfondimenti, ma una sorta di legge del taglione: “Già che tutto è video, vorrei vedere non solo il video dei ragazzi che oltraggiano il professore, ma anche il video in cui si prendono le loro responsabilità, rendono conto, chiedono scusa. E pagano per quel che hanno commesso. Pubblicamente, davanti a tutti. Se ogni cosa dev’essere mediatica, lo sia anche la sanzione, non solo l’ingiuria. Non occhio per occhio, dente per dente. Ma video per video.”

Quindi il modo per colpire i bulli è renderli vittime di bullismo? Se il loro cercare la fama con la scorciatoia di un video in cui immortalavano le loro imprese, la nostra civile, meditata risposta di adulti consapevoli sarebbe la gogna, la vendetta, il dileggio. Esattamente che lezione dovrebbero imparare da ciò? Che qualcuno è più forte di te (non ha più ragione o è civile) e quindi ha il diritto di umiliarti, sbeffeggiarti, ridurti a nulla.

Esattamente in cosa saremmo migliori e cosa staremmo insegnando loro?

Foto in anteprima via Pexels

 

 

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