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Risparmio e rinnovabili per sfuggire al più grosso shock energetico degli ultimi 40 anni

14 Marzo 2022 11 min lettura

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Risparmio e rinnovabili per sfuggire al più grosso shock energetico degli ultimi 40 anni

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Il round-up settimanale sulla crisi climatica e i dati sui livelli di anidride carbonica nell'atmosfera.

Il mondo sta per entrare (o forse lo è già) nel bel mezzo del più grosso shock energetico e di approvvigionamento di materie prime dagli anni ‘70 e in una delle peggiori interruzioni alle forniture di grano dalla prima guerra mondiale. È lo scenario presentato da due articoli pubblicati la scorsa settimana dall’Economist e da Bloomberg che descrivono le ripercussioni immediate e nel futuro più o meno prossimo della guerra in Ucraina (incluse le sanzioni alla Russia e le prefigurate reazioni di Putin). 

Le crisi globali delle materie prime tendono a provocare gravi danni economici e sconvolgimenti politici. Gli shock petroliferi degli anni '70 hanno lasciato le economie occidentali con un'inflazione galoppante e profonde recessioni. L'impennata dei prezzi dei cereali nel 2010 e nel 2011 è stata l'innesco delle proteste di piazza che hanno portato alla primavera araba. Prepariamoci a una cosa del genere anche ora, scrive l’Economist. “Sebbene gli scambi di merci siano già nel caos, la gente comune deve ancora sentire tutti gli effetti dell'aumento delle bollette della benzina, dello ‘stomaco vuoto’ e dell'instabilità politica”. 

Come nel 1973 dopo la crisi petrolifera, l’Europa è a rischio stagflazione, la “terribile combinazione di inflazione, ridotta crescita economica e aumento della disoccupazione”, scrive Javier Blas, editorialista esperto di energia di Bloomberg. Ma, a differenza di quasi 50 anni fa, la crisi energetica non si limita al solo prezzo del petrolio, riguarda “tutte le fonti di carburante tranne le rinnovabili. Messe insieme petrolio, carbone e gas costituiscono il 75% del consumo mondiale di energia primaria. E non sono coinvolti solo i trasporti, ma anche il riscaldamento, la cucina, l’elettrificazione”.

I leader mondiali si trovano in una posizione delicata, prosegue Blas: imporre dei divieti alle importazioni dalla Russia di petrolio, gas e altre materie prime, e vedere i prezzi impennarsi; oppure continuare a lasciare inalterate le relazioni commerciali con la Russia e finanziare il Cremlino. In questo momento, si stanno alzando i prezzi e stanno aumentando gli introiti alla Russia.

Cosa fare nell’immediato, dunque? 

Se la strada sarà quella dell’embargo di tutte le materie prime russe e sarà seguita da tutti – osserva sempre Javier Blas in un altro articolo su The Spectator – “i leader mondiali dovranno preparare la popolazione mondiale alla tempesta economica (e non solo) che ne conseguirà”. 

Con 8 milioni di barili al giorno, la Russia è seconda per esportazioni di petrolio solo all’Arabia Saudita; fornisce il 26% di consumo mondiale di gas; è un’importante fornitrice di grano, mais, alluminio, rame, palladio, nichel. Le materie prime sono alla base dell’economia russa, prosegue Blas: circa il 40% delle entrate del governo proviene dalla vendita di petrolio e gas e le esportazioni di materie prime valgono più di un miliardo al giorno. Se è vero, dunque, che l’embargo potrebbe colpire l’economia russa, è altrettanto vero che ci saranno ricadute importanti sul fabbisogno mondiale.

Già adesso le forniture si stanno esaurendo, i prezzi all’ingrosso stanno salendo, alimentando i costi al dettaglio, e l’embargo non farà altro che esasperare questa situazione tra crisi di forniture e innalzamento dei costi. “L'aumento dei prezzi del petrolio significherà benzina e diesel più costosi. Con ripercussioni ad altri beni, come il pane, che includono le materie prime prodotte dalla Russia. (...)  I paesi del Nord Africa e del Medio Oriente sono fortemente dipendenti da Russia e Ucraina per le importazioni di grano: è stata una siccità russa nel 2010 a causare un aumento dei prezzi del pane, uno dei fattori scatenanti della Primavera Araba. I prezzi del grano oggi sono del 55% al ​​di sopra del picco del 2010”.

È questa la strada suggerita dall’Economist che scrive: “La priorità è aumentare l'offerta. I paesi ricchi potrebbero accelerare il rilascio degli 1,5 miliardi di barili di petrolio che detengono in riserva. L'amministrazione Biden dovrà riprendere le attività di fracking che erano state accantonate. L'UE dovrà posticipare prolungare l'utilizzo di quelle centrali nucleari di cui aveva programmato la chiusura, promuovere le fonti rinnovabili e continuare a usare il carbone per garantirsi scorte di gas per il prossimo inverno. Senza escludere, nel peggiore degli scenari, il razionamento del gas”.

La scorsa settimana gli Stati Uniti hanno vietato le importazioni di petrolio e gas dalla Russia, seguiti a stretto giro dal Regno Unito. Una decisione, commenta Financial Times, destinata a non sortire grandi effetti se resterà una mossa isolata e non condivisa dai paesi dell’Unione Europea. Subito dopo l’embargo di USA e UK, i prezzi del petrolio sono aumentati di un ulteriore 4%, raggiungendo livelli che non si vedevano dal 2008, scrive il Times.

Nel frattempo, il direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale per l'Energia (IEA), Fatih Birol, ha detto al Financial Times che i paesi membri sono pronti a rilasciare più petrolio dalle scorte di emergenza per far fronte all'impennata dei prezzi dell'energia. L’annuncio però non ha sortito gli effetti sperati: il prezzo del petrolio è aumentato di quasi il 10% prima di scendere, segnale che i trader si aspettavano un rilascio maggiore.

Birol ha aggiunto di aver discusso anche con i paesi produttori di petrolio in Medio Oriente, America Latina e Asia per aumentare la produzione: “Siamo in stretto contatto con diversi paesi produttori che si comportano in modo più responsabile di altri”, ha affermato con una critica velata all'Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti che finora si sono rifiutati di pompare più petrolio. La IEA presenterà nei prossimi giorni delle raccomandazioni su come ridurre rapidamente la domanda di petrolio nel mondo da qui alla stagione estiva, quando di solito la domanda aumenta.

L'aumento dei prezzi del petrolio e della domanda di produzione arrivano proprio nel momento in cui gli scienziati del clima stanno affermando con forza che le nazioni devono ridurre drasticamente l'uso di combustibili fossili.

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Sono in molti a temere che i governi dei diversi paesi trascurino le politiche di decarbonizzazione per rispondere all’emergenza di questi mesi, restando così dipendenti dai combustibili fossili, vulnerabili a shock energetici di questo tipo in futuro e ulteriormente esposti alle conseguenze dell’aumento delle temperature, scrivono Brad Plumer, Lisa Friedman e David Gelles sul New York Times.

“L'allentamento delle normative ambientali o il ritiro degli investimenti nell'energia pulita non abbasseranno i prezzi dell'energia per le famiglie”, ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, annunciando lo stop alle importazioni di petrolio dalla Russia. “Trasformare la nostra economia intorno all’introduzione di veicoli elettrici alimentati da energia pulita, con crediti d'imposta per aiutare le famiglie americane a riscaldare le proprie abitazioni e utilizzare meno energia, aiuterà. In questo modo figure dispotiche come Putin non saranno in grado di utilizzare i combustibili fossili come armi contro altre nazioni. Questo è l'obiettivo verso cui dobbiamo andare”. 

Tuttavia, negli Stati Uniti, il Build Back Better Act – il progetto di legge sul cambiamento climatico e la spesa sociale che prevede 555 miliardi di dollari di spesa per implementare tecnologie a basse emissioni di carbonio come l'energia eolica, solare, geotermica e nucleare – è ancora fermo al Senato, nel Regno Unito fonti governative hanno detto al Times che Boris Johnson starebbe valutando di aumentare la produzione di gas in attesa di attuare la transizione al nucleare e alle rinnovabili, nell’Unione Europea un eurodeputato bulgaro, Radan Kanev, ha chiesto di “riconsiderare e adattare” alla situazione geopolitica attuale il pacchetto “Fit For 55” (le proposte dell’UE su clima ed energia), e la vice primo ministro Nadia Calviño ha esortato la Commissione europea a “rivedere” le sue normative energetiche per aiutare l'Europa a “distaccarsi” dal gas russo, riferisce Politico

Eppure la strada da seguire dovrebbe essere un’altra, scrive sempre Javier Blas nel suo articolo su Bloomberg. Il divieto ai flussi energetici russi non può essere compensato da una maggiore fornitura da altri paesi produttori di petrolio né per il gas potrebbero essere sufficienti le riserve presenti e la diversificazione dei fornitori potrebbe non essere sufficiente. L'Europa deve ridurre la domanda di energia, adesso. “Ci sono semplici misure da adottare: ridurre i limiti di velocità sulle autostrade; chiedere ai consumatori di abbassare leggermente i termostati; incoraggiare l'uso dei trasporti pubblici riducendo il costo dei biglietti o consentendo alle persone di viaggiare gratis nel weekend. Se i politici non riusciranno a capire la strada da seguire, ci penseranno i mercati. E non perdoneranno”.

Una soluzione di questo tipo era stata suggerita già lo scorso ottobre da Simone Tagliapietra e Georg Zachmann in un commento su Bruegel quando i governi europei stavano cercando di proteggere le famiglie più vulnerabili e le piccole imprese con tagli fiscali di fronte all’aumento vertiginoso dei prezzi dell'energia e in vista dell’inverno. Ma, spiegavano Tagliapietra e Zachmann, se quella situazione fosse perdurata, il problema non sarebbe stato più “quello dei prezzi elevati per i consumatori, ma dell'inadeguatezza dell'approvvigionamento energetico” e la politica dei sussidi energetici sarebbe diventata insostenibile. "L'unica cosa che l'Europa può fare rapidamente per prevenire un inverno potenzialmente difficile – scrivevano i due studiosi – è promuovere attivamente il risparmio energetico sia nel settore residenziale che in quello industriale”. 

La promozione di una cultura del risparmio energetico, spiega il thing tank ECCO in un recente documento, è un’azione prioritaria che insieme al rilancio delle rinnovabili permetterebbe al nostro paese la sostituzione del 50% dei volumi delle importazioni di gas russo e un risparmio della spesa nazionale [dell’Italia] di 14,5 miliardi di euro ai costi attuali del gas entro il prossimo inverno”.

In questa direzione vanno il piano presentato dall’Agenzia Internazionale dell’Energia, di cui avevamo parlato la scorsa settimana, e REPowerEU, il piano della Commissione Europea per ridurre la dipendenza dal gas russo. Oltre alla diversificazione delle forniture di gas, il piano prevede un’accelerazione della transizione energetica. Se già “la piena attuazione delle proposte “Fit for 55” ridurrebbe già il nostro consumo annuale di gas fossile del 30%, equivalente a 100 miliardi di metri cubi, entro il 2030”, con il piano REPowerEU, spiega la Commissione, “si potrebbero rimuovere gradualmente almeno 155 miliardi di metri cubi di gas fossile, che equivale al volume importato dalla Russia nel 2021. Quasi due terzi di tale riduzione possono essere raggiunti entro un anno”.

Il piano prevede più idrogeno (ulteriori 15 milioni di tonnellate oltre alle 5,6 già previste da “Fit For 55”), il raddoppio della produzione di biometano e dell’installazione delle pompe di calore domestiche, e accelerando l’installazione di eolico e fotovoltaico rispetto a quanto previsto, semplificando e riducendo le procedure amministrative. «È dura, maledettamente dura. Ma è possibile, se siamo disposti ad andare oltre e più velocemente di quanto abbiamo fatto prima», ha commentato il vice-presidente della Commissione Europea, Frans Timmermans.

In Germania, il ministro delle Finanze, Christian Lindner, ha annunciato che il governo tedesco ha “stanziato 200 miliardi di euro da qui al 2026 per politiche per il clima, tra cui investimenti nell’idrogeno e nell’espansione della rete di ricarica dei veicoli elettrici”. “Dobbiamo investire con la massima urgenza nella nostra sovranità energetica. E sono contento che come coalizione stiamo andando tutti nella stessa direzione. Dobbiamo concentrare ogni sforzo per diventare più indipendenti e neutrali dal punto di vista climatico”, ha aggiunto il ministro dell'Economia Robert Habeck. La Germania ha finora rifiutato di sanzionare le importazioni di energia dalla Russia.

La foresta amazzonica sempre più vicina al punto di svolta per trasformarsi in savana secca

Tre quarti della foresta pluviale amazzonica hanno perso la loro capacità di “resilienza” negli ultimi venti anni, diventando più vulnerabili a eventi estremi e intensi. Uno studio pubblicato su Nature Climate Change ha misurato la velocità con cui la foresta riesce a riprendersi dalla siccità o da un evento meteorologico estremo e ha osservato che le aree più vicine a strade e terreni agricole sono diventate meno “resilienti”.

Già da tempo gli studiosi avvertono che i cambiamenti climatici e la deforestazione provocata dall'uomo potrebbero spingere la foresta amazzonica oltre un “punto di svolta”, che vedrebbe il deperimento di vaste sezioni della lussureggiante foresta pluviale e il passaggio alla savana secca.

“La foresta pluviale amazzonica sostiene il proprio clima riciclando l'acqua nell'atmosfera, che mantiene le precipitazioni e riduce la durata delle stagioni secche. La deforestazione mina questi meccanismi di regolamentazione e può, in definitiva, portare a un punto di svolta”, spiega a Carbon Brief Peter Cox, dell'Università di Exeter. “Questo, in combinazione con stagioni secche abbastanza lunghe da creare le condizioni per incendi naturali, potrebbe portare alla transizione della foresta verso una savana permanente. Un sistema misto di alberi e prati con una chioma aperta che, oltre a immagazzinare molto meno carbonio, rende il terreno molto più caldo e asciutto”.

Nella conferenza stampa di presentazione dello studio, gli autori della ricerca hanno affermato che le loro osservazioni mostrano che ci stiamo “avvicinando a un punto di svolta”, ma di non poter dire con certezza “quando questo accadrà”, sulla base delle loro analisi.

Le emissioni globali di anidride carbonica del settore energetico ai livelli più alti di sempre nel 2021

Secondo nuovi dati dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA), nel 2021 le emissioni di anidride carbonica prodotte dal settore energetico sono salite ai livelli più alti della storia. In termini assoluti, le emissioni sono aumentate di oltre 2 miliardi di tonnellate (GtCO2) raggiungendo il livello record di 36,3 GtCO2 (+6% rispetto al 2020), in concomitanza con la ripresa dopo le restrizioni per contenere la pandemia da COVID-19. 

Il raggiungimento degli obiettivi climatici richiede la riduzione delle emissioni. E, secondo uno studio pubblicato la scorsa settimana su Nature Climate Change, gran parte delle emissioni vengono prodotte dai paesi e dalle fasce della popolazione più ricche del pianeta. L’1% più ricco del mondo (che rappresenta il 15% delle emissioni totali) emette più del doppio del 50% della popolazione mondiale più povera, circa 3 miliardi di persone. L’impronta pro-capite media è 75 volte superiore e tra il 1990 e il 2015 le emissioni dell’1% più ricco sono cresciute a un tasso tre volte superiore rispetto al 50% più povero.

Dei 116 paesi studiati, il Lussemburgo ha avuto l'impronta di Co2 media più alta, con oltre 30 tCO2 a persona. Valore che balza a 76,9 tCO2 se prendiamo in considerazione il 10% più ricco della popolazione. Un valore altissimo visto che, spalmato su tutta la popolazione mondiale, ognuno di noi ha un’impronta pro-capite di 3,2 tCO2 e che il livello da non superare per limitare il riscaldamento a 1,5–2 °C è tra l'1,6 e 2,8 tCO2

Questi dati diventano ancora più stridenti se pensiamo che le aree più esposte agli effetti del cambiamento climatico sono di solito quelle più povere e che l’impronta pro-capite di chi è in condizioni di povertà è in genere inferiore a 1 tCO2.

Nel corso della CERAWeek, la conferenza annuale globale sull'energia ospitata questa settimana a Houston, i leader di Nigeria, Guinea Equatoriale e Malesia hanno ribadito che i loro paesi sono i meno responsabili del cambiamento climatico e che aspettarsi che passino all'energia pulita sarebbe ingiusto e dannoso rispetto allo sviluppo delle loro economie. “Siamo ancora nel pieno del passaggio dalla legna da ardere al gas”, ha affermato alla conferenza Timipre Sylva, ministro del petrolio nigeriano. “Per favore, permetteteci di continuare con la nostra transizione”.

Immagine in anteprima: blazejos via pixabay.com

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