Post Round-up clima

Il piano dell’Agenzia Internazionale per l’Energia per tagliare le importazioni di gas dalla Russia

7 Marzo 2022 9 min lettura

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Il piano dell’Agenzia Internazionale per l’Energia per tagliare le importazioni di gas dalla Russia

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Il round-up settimanale sulla crisi climatica e i dati sui livelli di anidride carbonica nell'atmosfera.

Le notizie provenienti dall’Ucraina, le possibili conseguenze dell’invasione russa a livello globale e nei singoli contesti nazionali, gli scenari che si possono prefigurare nell’immediato e in un futuro più lontano hanno catalizzato l’attenzione degli articoli sul cambiamento climatico e sulla transizione energetica di questa settimana. In questa cornice di grande incertezza, martedì scorso è arrivato il rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) sugli impatti, l'adattamento e le vulnerabilità al cambiamento climatico.

Il cambiamento climatico, afferma il rapporto, sta già determinando un insieme di perturbazioni «pericolose e diffuse» dei sistemi naturali, incidendo sulla vita di miliardi di persone. Con temperature del pianeta attualmente di oltre 1 grado al di sopra dei livelli dell’era pre-industriale, alcuni sistemi naturali si stanno avvicinando al limite (o lo stanno superando) della loro capacità di adattamento. Diverse specie si stanno spostando verso latitudini o altitudini dove trovano condizioni più favorevoli. Sono stati osservati aumenti di temperature estreme, di piogge torrenziali, siccità e condizioni climatiche che favoriscono incendi. 

Ampio spazio è dedicato al ruolo dell’acqua, una risorsa che rischia di diventare sempre più scarsa e potenziale detonatore di conflitti. Secondo il rapporto, metà della popolazione mondiale è esposta in alcuni momenti dell’anno a una grave scarsità idrica. Questa quota potrebbe aumentare ancora di più nei prossimi anni a causa dell’incremento delle temperature, delle trasformazioni nei pattern delle precipitazioni e il maggiore consumo idrico. È fortemente indicativo, riflette Fabio Deotto su Fanpage, che “una delle prime infrastrutture distrutte dall’esercito russo sia stata una diga situata nella regione di Cherson, nell’Ucraina meridionale. Non si è trattato di un incidente, o di un danno collaterale, Mosca ha scelto quell’obiettivo per una ragione precisa: consentire alla Crimea, una zona che controlla dal 2014, di avere accesso all’acqua proveniente dal fiume Dnepr riallacciandosi a un lungo canale che percorre tutto il confine nord della regione. Prima del 2014, da questo canale passava l’85% dell’acqua utilizzata dalla Crimea, abbastanza per rifornire 3,7 milioni di persone e diversi impianti industriali. Ma in seguito all’annessione della Crimea l’Ucraina ha ridotto il flusso d’acqua, prosciugando letteralmente quella che per la Russia è una regione cruciale. Il risultato è che negli ultimi due anni la Crimea ha attraversato i peggiori periodi di siccità della sua storia”.

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E poi ci sono i rischi per la salute pubblica, la sicurezza alimentare, le infrastrutture, l’economia. Il documento dell’IPCC mostra come miliardi di persone abitino in aree del mondo altamente vulnerabili ai cambiamenti climatici. Il rapporto è “un atlante della sofferenza umana”, ha commentato il segretario generale dell’ONU, António Guterres. “È un codice rosso per l’umanità”.

Come osserva Antonio Scalari in un articolo sul rapporto dell’IPCC sempre su Valigia Blu, “la crisi climatica non è solo un problema ambientale, è anche un'enorme questione sociale. (...) Per ridurre questi rischi dovremo adattarci. L'adattamento comprende un complesso di azioni che hanno l'obiettivo di anticipare gli impatti e diminuire le nostra vulnerabilità”. E oltre ad adattarci dovremo uscire dal carbon lock-in, abbandonando i combustibili fossili e forzando quello “stato di inerzia che blocca il sistema e ritarda il passaggio alle fonti energetiche alternative, anche se sono già da tempo disponibili”. 

La guerra in Ucraina, scrive il Guardian, non può diventare un motivo per abbandonare l’impegno globale verso l'obiettivo di emissioni zero nette.

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Il 3 marzo l’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) ha presentato un piano in 10 punti che porterebbe a tagliare le importazioni di gas dalla Russia di oltre un terzo in un anno. Oltre ad azioni più immediate (diversificare i fornitori non rinnovando i contratti in scadenza oltre i 15 miliardi di metri cubi di gas l’anno; ridurre i consumi; introdurre un minimo di stoccaggio di gas entro il prossimo inverno), la IEA inserisce tra le condizioni ineludibili una maggiore efficienza energetica e un’accelerazione della transizione energetica attraverso l’espansione delle energie rinnovabili (punto 4) e l’aumento della produzione delle fonti a basse emissioni esistenti, come bioenergia e nucleare (per il quale la IEA suggerisce di rinviare la chiusura programmata nel 2022-2023 di alcune centrali). 

In questa direzione sembra andare il nuovo piano che la Commissione Europea presenterà il prossimo 8 marzo. Secondo la bozza messa in circolazione la scorsa settimana, l’UE punta a soluzioni a breve, medio e lungo termine: diversificazione delle forniture di gas in Europa, incremento della quota minima di stoccaggio di gas (che “in Europa dovrebbe essere almeno dell’80% entro il 30 settembre 2022”) e “nuovo patto energetico” per incrementare l’energia rinnovabile negli Stati membri. “Ridurre la nostra dipendenza da un unico fornitore di gas fossile richiede la diversificazione dell’approvvigionamento di gas e l’utilizzo del pieno potenziale delle fonti energetiche verdi e a basse emissioni di carbonio”, si legge nella bozza.

Per facilitare la transizione alle fonti di energia alternativa, la “Commissione propone di rimuovere gli ostacoli normativi e consentire l’accelerazione degli investimenti nell’elettricità rinnovabile, nelle reti e nell’efficienza energetica, oltre ad approfondire l’integrazione del sistema energetico attraverso l’elettrificazione basata sulle rinnovabili e i gas rinnovabili”. Tra le proposte, anche l’accelerazione dell’idrogeno. 

Allo stesso tempo, il vicepresidente della Commissione Europea Frans Timmermans ha affermato che di fronte alla “svolta molto brusca che hanno preso gli eventi una settimana fa, non ci sono tabù sul carbone in questo momento”. Intervenuto al programma BBC Radio 4 Today, Timmermans ha detto che “i paesi che intendono bruciare carbone come alternativa al gas russo potrebbero farlo in linea con gli obiettivi climatici dell’UE”. Il riferimento a quei paesi come la Polonia che “avevano in programma di uscire dal carbone, utilizzare temporaneamente il gas naturale e poi passare alle energie rinnovabili. Se rimangono più a lungo con il carbone, ma poi passano immediatamente alle rinnovabili, potrebbero rientrare ancora nei parametri che abbiamo fissato per la nostra politica climatica”, ha precisato Timmermans.

ONU, storico accordo sulla plastica. Ora ridurre produzione e consumi

Con un colpo di un martelletto fatto di plastica riciclata e una standing ovation, il 2 marzo i ministri dell’Ambiente e i rappresentanti dei 175 paesi riuniti a Nairobi, in Kenya, per la quinta Assemblea delle Nazioni Unite sull'Ambiente, hanno raggiunto un accordo che impegna tutti i paesi a scrivere un trattato giuridicamente vincolante che regolamenti tutto il ciclo della plastica – dalla produzione, il consumo e lo smaltimento fino al riciclo e il riutilizzo. In questo modo potrebbe diventare concreto il divieto della plastica monouso, uno dei principali fattori di spreco.

“Questa giornata segna il trionfo del pianeta sulla plastica monouso”, ha commentato la direttrice esecutiva del Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente (Unep) Inger Andersen. “Oggi stiamo facendo la storia”, ha aggiunto Espen Barth Eide, ministro norvegese del Clima e dell'Ambiente e presidente dell'UNEP. “È particolarmente significativo che nel pieno della guerra in Ucraina questo mondo diviso possa ancora essere d'accordo su qualcosa, basato su evidenze scientifiche”. D’altronde, come sottolineava alcuni giorni fa il giornalista di Domani Ferdinando Cotugno, “i negoziati climatici sono sempre anche negoziati di pace”.

Secondo quanto previsto dalla risoluzione votata la scorsa settimana, un Comitato intergovernativo di negoziazione avvierà nel 2022 una serie di colloqui per arrivare a una una bozza di accordo globale giuridicamente vincolante entro la fine del 2024. Se raggiunto, spiega Hiroko Tabuchi sul New York Times, si tratterebbe dell’accordo sull’ambiente più importante dopo quello di Parigi del 2015 sui cambiamenti climatici. Il trattato di Parigi sembra essere il modello al quale i rappresentanti in seno all’UNEP vogliono ispirarsi: i singoli paesi fissano obiettivi vincolanti ma che raggiungo adottando una serie di politiche diverse.

L'enorme volume di plastica prodotta nel mondo è inimmaginabile. Secondo uno studio pubblicato su Nature, nel 2020 la quantità prodotta era superiore al peso di tutti gli animali terrestri e marini messi insieme. E di tutta la plastica mai immessa nell’ambiente, solo il 9% è stata riciclata, stima il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente. In larghissima parte è pensata per essere utilizzata una sola volta (i simboli del ciclo di riciclo non sono di per sé garanzia di riciclabilità) e poi finire nelle discariche, nell’ambiente naturale o essere incenerita. La plastica ha causato il 4,5% delle emissioni globali di gas serra nel 2015, più di tutti gli aeroplani del mondo messi insieme, riporta uno studio recente sempre su Nature.

La risoluzione – che partiva da tre bozze iniziali presentate da diversi paesi – ha attinto in gran parte da una proposta congiunta presentata da Perù e Rwanda, che da oltre un decennio ha imposto severi divieti all’importazione, produzione, uso o vendita di sacchetti e imballaggi di plastica.

L’accordo di Nairobi ha formalmente riconosciuto per la prima volta l’importanza dei raccoglitori di rifiuti nell’economia della plastica. In gran parte del mondo, il compito di raccogliere, smistare e riciclare la plastica spetta spesso a raccoglitori informali di rifiuti che lavorano tra roghi e vapori tossici per una piccola paga.

Nel corso dei negoziati Stati Uniti, Giappone e India avrebbero tentato di “annacquare” il testo della risoluzione, riporta il New York Times. In particolare, il Giappone aveva presentato una risoluzione concorrente limitata alla plastica marina, mentre l’India puntava all’adozione di misure su “base volontaria”. 

Solo il 6% dei soldi spesi per i piani post-pandemici dai paesi G20 sono andati a progetti green

I paesi del G20 hanno investito solo il 6% dei fondi usati per la ripresa dalla pandemia in progetti “verdi”, riporta uno studio pubblicato la scorsa settimana su Nature, smentendo così quanto sostenuto da molti governi che hanno parlato in questi mesi di “ripresa verde” dopo i lockdown per la pandemia di COVID-19. Anzi, rileva l’analisi, circa il 3% della spesa è stata destinata ad attività che aumenteranno le emissioni di gas climalteranti.

“Abbiamo perso un’occasione per ancora la ripresa economica post-pandemia all’obiettivo di mantenere l’aumento delle temperature entro 1,5°C dai livelli pre-industriali. È deludente che i governi non abbiano ancora compreso appieno che la crescita economica, la prosperità e la riduzione delle emissioni sono in realtà complementari”, ha commentato al Guardian Jonas Nahm, assistente professore presso la School of Advanced International Studies alla Johns Hopkins University negli Stati Uniti e autore principale dello studio

Alcuni governi hanno destinato ingenti somme ai combustibili fossili: l’India ha speso 14 miliardi di dollari per sostenere la sua industria del carbone durante la recessione economica, mentre il Sudafrica ha stanziato 11,4 miliardi di dollari in garanzie per l'acquisto di elettricità, in gran parte da centrali elettriche a carbone. La Cina ha aumentato la produzione delle miniere di carbone.

“Le economie del G20 non solo non riescono a ricostruire in modo più ecologico, ma non sono in grado nemmeno di essere quella leadership globale di cui l'economia mondiale ha un disperato bisogno per passare a zero emissioni nette di carbonio entro il 2050”, ha affermato Ed Barbier, professore di Economia alla Colorado State University, tra i principali studiosi della crisi finanziaria del 2008.

I giganti del settore agroalimentare hanno cercato di contrastare il piano di deforestazione dell'UE dopo gli impegni presi alla COP26 di Glasgow

Secondo documenti visionati dal Guardian, cinque delle più grandi aziende agroalimentari del mondo avrebbero cercato di indebolire il piano dell'Unione Europea che vieta le importazioni di cibo (come caffè, soia, carne bovina o cacao) legate alla deforestazione, appena otto giorni dopo essersi impegnati ad accelerare i loro sforzi di protezione delle foreste durante la COP26. 

L'agricoltura è responsabile di un quarto delle emissioni mondiali di gas serra e le aziende hanno promesso un piano di riforma della filiera alimentare entro novembre 2022. Ma il 10 novembre, le associazioni di categoria che rappresentano cinque delle grandi aziende - ADM, Bunge, Cargill, LDC e Viterra - hanno detto al vicepresidente della Commissione Europea, Frans Timmermans, che se l’UE avesse proceduto con il proprio piano si sarebbe andati incontro a un’impennata dei prezzi e a una carenza di cibo. 

I firmatari della lettera affermano di mantenere il proprio impegno a frenare la deforestazione. Un portavoce di Viterra ha aggiunto che l’obiettivo era “creare consapevolezza sulle possibili sfide che potrebbero influenzare negativamente le importazioni in Europa”. Secondo ADM, che detiene la vicepresidenza di Fediol, l'attuale proposta dell'Ue “creerà un mercato a due livelli, uno per l'Europa e uno per il resto del mondo”.

“È molto deludente che alcune delle stesse società che si sono impegnate alla COP26 ad agire contro la deforestazione [chiedano] alla Commissione Europea di annacquare le misure da adottare. Il vero cambiamento può avvenire solo se le aziende praticano in privato ciò che predicano in pubblico”, ha dichiarato al Guardian l'eurodeputata dei Verdi, Anna Cavazzini.

Immagine in anteprima: Leo Hoogendijk, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

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