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La pandemia e l’incidente in laboratorio: l’articolo del Washington Post è scorretto e la sua tesi non è supportata dai fatti

18 Aprile 2020 9 min lettura

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La pandemia e l’incidente in laboratorio: l’articolo del Washington Post è scorretto e la sua tesi non è supportata dai fatti

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Il nuovo coronavirus si è diffuso per errore da uno dei laboratori di Wuhan a causa delle carenti condizioni di sicurezza e da lì poi ha contagiato tutto il mondo? È l’ultima ipotesi sull’origine di SARS-CoV-2 rilanciata in questi giorni dai media statunitensi, ripresa anche dall’amministrazione Trump, condivisa da alcune testate anche in Italia, ma smorzata praticamente sul nascere dall’esercito americano.

Alcuni giorni fa il Washington Post ha pubblicato un articolo, scritto da un suo editorialista di politica estera e sicurezza internazionale, che ricostruiva come due anni fa funzionari dell’ambasciata americana a Pechino, dopo aver visitato più volte il Wuhan Institute of Virology (WIV), avessero inviato a Washington due dispacci diplomatici in cui esprimevano la loro preoccupazione per le condizioni di sicurezza del laboratorio che stava svolgendo alcune ricerche sui coronavirus presenti nei pipistrelli.

Nel 2015 il WIV era stato il primo laboratorio cinese a raggiungere il più alto livello di sicurezza internazionale nell’ambito della bioresearch (livello BSL -4), una categoria riservata a quelle strutture che si occupano dei patogeni dal rischio collettivo più elevato per i quali i trattamenti efficaci o preventivi sono limitati o non esistenti (come ad esempio il vaiolo o ebola, mentre le sindromi respiratorie come SARS e MERS rientrano tra i gruppi di rischio di livello 3).

Nei dispacci inviati a gennaio 2018, i funzionari statunitensi informavano di aver rilevato la carenza di “tecnici e investigatori adeguatamente formati necessari per operare in sicurezza in questo laboratorio ad alto contenimento” che stava facendo ricerca sui coronavirus dei pipistrelli e sui rischi della possibilità di una nuova epidemia simile alla SARS, verificatesi nel 2003.

Nel corso dei loro sopralluoghi, i funzionari USA avevano incontrato la coordinatrice del gruppo di ricerca Shi Zengli, autrice di diverse ricerche sui coronavirus dei pipistrelli e che nel novembre 2017 aveva pubblicato uno studio su alcuni pipistrelli presi in una grotta nella provincia di Yunnan, molto probabilmente dello stesso gruppo di quelli che avevano generato SARS.

L’articolo, poi, riflette sui rischi che si possono correre svolgendo ricerche di questo tipo che permettono di conoscere meglio come i virus possono evolvere e minacciarci in futuro ma potrebbero allo stesso tempo esporre la popolazione mondiale a pericolose epidemie, e insinua il dubbio che il nuovo coronavirus SARS-CoV-2, seppur “non creato” artificialmente in laboratorio possa essere “fuoriuscito” da lì nel 2019 a causa dei carenti sistemi di sicurezza evidenziati dai funzionari dell’ambasciata USA nel 2018.

«Non ci sono prove che il virus che ora affligge il mondo sia stato progettato, gli scienziati concordano sul fatto che sia di origine naturale e provenga da i pipistrelli. Ma questo non esclude che non provenga da uno dei laboratori che da anni testano i coronavirus dei pipistrelli sugli animali», afferma Xiao Qiang, esperto di sicurezza, privacy e intelligenza artificiale alla School of Information dell'Università della California a Berkeley, sentito dal Washington Post. «Oltre al WIV preoccupa anche un altro laboratorio, il Wuhan Center for Disease Control and Prevention che opera a un livello di biosicurezza 2, più basso dell’altro. È importante saperlo perché il governo cinese non sta rispondendo a chi chiede delucidazioni su un eventuale coinvolgimento dei due laboratori».

All’epoca i dispacci inviati dai funzionari USA non ebbero seguito (anche perché, ricostruisce il Guardian, in quel momento la presidenza degli Stati Uniti stava tagliando i Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie all'estero), ma negli ultimi due mesi l’ipotesi della “fuoriuscita” del virus dal laboratorio ha iniziato a prendere credito all’interno dell’amministrazione Trump.

Secondo quanto riportato dalla CNN e raccolto da Fox News e Yahoo News (che hanno sentito fonti della sicurezza nazionale attuali e passate), l’intelligence statunitense sta esaminando l’attendibilità di questa ipotesi, verificando se qualcuno sia stato infettato all’interno dei laboratori di Wuhan, ma al momento non è in grado di confermare questa tesi, negata dal governo cinese e da molti esperti. Una fonte vicina alla task force su COVID-19 della Casa Bianca, prosegue CNN, ha anche ammonito che «ogni volta che c'è un focolaio qualcuno suggerisce che il virus o altri agenti patogeni escano da un laboratorio».

Sulla questione sollevata dall’articolo del Washington Post è intervenuto anche il generale dell’esercito americano, Mark A. Milley, che ha specificato che «l'intelligence degli Stati Uniti ha esaminato la possibilità che l'epidemia di coronavirus sia stata originata in un laboratorio cinese, che c’erano molte voci e speculazioni su diversi media, blog e siti, ma che alla fine le indagini si sono rivelate inconcludenti». Le evidenze raccolte, ha aggiunto il generale, propendono per un’origine “naturale” del nuovo coronavirus, trasmesso da un pipistrello all’uomo tramite un animale intermedio.

Posizione ribadita anche dal segretario alla Difesa Mark Esper che ha dichiarato alla NBC: «È ipotesi sotto osservazione da un po’ di tempo, ma i risultati dell'indagine sono finora inconcludenti».

Tuttavia, il presidente Donald Trump non ha chiuso la vicenda. Nel corso di una conferenza stampa, riprendendo la ricostruzione di Fox News, come già fatto in diverse occasioni anche su altre questioni, il presidente USA ha detto che gli Stati Uniti stanno verificando se il virus si sia diffuso “non come un’arma biologica” ma per un “errore umano”, rifiutando però di rispondere a chi chiedeva più dettagli.

Le criticità dell’articolo del Washington Post

Subito dopo la sua pubblicazione, l’articolo del Washington Post è stato duramente criticato da diversi esperti anche sui social.

Secondo Jeremy Konyndyk, esperto di salute pubblica presso il Center of Global Development, il pezzo del Washington Post è “misleading”, fuorviante, ingannevole perché avvalora una ipotesi (quella del salto di specie in laboratorio) che, per quanto non impossibile, non è suffragata da nulla di fondato se non da speculazioni. 

“L’origine di SARS-CoV-2 è naturale e ha seguito un percorso naturale, dai pipistrelli fino agli uomini, passando per un vettore intermedio, probabilmente un pangolino, anche se non è stato ancora accertato”, ha scritto su twitter Konyndyk chiamando in causa direttamente l’autore dell’articolo, Josh Rogin: “Josh, prima di scrivere questo pezzo hai parlato con alcuni scienziati? In particolare, prima di sostenere che «le evidenze circostanziali di un’origine naturale del virus sono quasi nulle»? Quest’affermazione è falsa”.

A queste critiche, Rogin ha risposto di aver sentito scienziati (pur non esplicitando quali) e di trovare molto debole l’ipotesi di un’origine naturale del virus secondo la quale “un pipistrello di Yunnan avrebbe percorso 1000 miglia per raggiungere e infettare un pangolino di Wuhan giusto vicino il laboratorio e un mercato del pesce”. 

Alla replica del giornalista, Konyndyk ha risposto che gli scenari sull’origine dell’epidemia sono multipli e non possono ridursi all’alternativa mercato/laboratorio: “Il virus potrebbe essere stato trasmesso dai pipistrelli agli uomini tramite i pangolini, ma i modi attraverso SARS-CoV-2 è arrivato a Wuhan possono essere molteplici. Le persone interagiscono con tanti animali potenzialmente vettori del virus in modi e luoghi diversi, si muovono molto e possono portare con sé il virus o un animale portatore del virus. Potrebbe essere stato un commerciante che aveva a che fare con animali nella provincia di Yunnan, è stato esposto al virus lì e poi si è recato a Wuhan. Il salto di specie potrebbe essere avvenuto attraverso diversi pangolini (che sono presenti nello Yunnan) e poi qualcuno lo ha  portato a Wuhan. Potrebbe essere stato un altro animale intermedio non ancora trovato. O proprio qualcos'altro”.

“Il punto – prosegue Konyndyk nel thread su Twitter – è che la biologia lascia aperte una serie di spiegazioni plausibili che non comportano uno spillover di laboratorio. E ci sono ampie prove circostanziali che indicano che questa ipotesi è improbabile (anche se non impossibile)”. Alla luce della complessità della questione, conclude l’esperto del Center of Global Development, sostenere lo spillover di laboratorio come lo scenario plausibile principale, non facendo riferimento a tutti gli altri o lasciandoli inesplorati, è nella migliore delle ipotesi lacunoso e traballante da più punti di vista, nella peggiore, fuorviante o ingannevole. Soprattutto se questo scenario può diventare un’arma politica. 

Sulla questione è intervenuta anche Angela Rasmussen, virologa alla Columbia University e collaboratrice di Forbes, chiamata in causa direttamente da Konyndyk: “Non sappiamo come si sia originato questo virus, ma tutte le evidenze portano allo spillover da un vettore naturale, che si tratti di un pipistrello o di altre specie intermedie, pangolini o altro. Portare avanti la tesi dell’incidente di laboratorio, senza alcuna prova a sostegno, ostacola gli sforzi per determinare effettivamente l'origine del virus. È irresponsabile per giornalisti politici come Rogin riprendere acriticamente dispacci segreti senza interpellare un virologo o un ecologo per comprenderne la plausibilità e il contesto scientifico”.

Ma è verosimile l’ipotesi dell’incidente in laboratorio?

Come spiegato dalla dottoressa Filippa Lentzos del King’s College di Londra su BBC, anche nei laboratori più sicuri possono verificarsi incidenti di laboratorio per diversi motivi: mancata formazione, protezioni inadeguate durante l’accesso ai laboratori, mancata segnalazione di agenti patogeni o notifica di incidenti, lacune nelle procedure di emergenza. Ad esempio, nel 2014, furono trovate fiale di vaiolo in una scatola di cartone in un centro di ricerca vicino a Washington, mentre nel 2015 furono spediti per errore campioni di antrace viva a nove laboratori americani e una base statunitense in Corea del Sud. 

Tuttavia, secondo diversi esperti l’ipotesi dell’incidente di laboratorio è poco verosimile.  «Tutte le procedure di controllo sono tese a minimizzare i rischi e gli operatori lavorano con grande scrupolo e attenzione a partire dalla vestizione, con controllo reciproco alla gestione dei patogeni. È interesse della comunità scientifica comunicare un eventuale incidente: meglio sapere e rimediare subito. Non esiste nessun obbligo, ma è la comunità scientifica che se lo è autoimposto perché tra di noi ci si deve fidare, si chiama fiducia. Del resto si sono verificati incidenti biologici in laboratorio anche con SARS e MERS e sono stati prontamente notificati con la massima trasparenza a tutta la comunità scientifica internazionale. Inoltre, anche l’esistenza di un nuovo patogeno sarebbe stata notificata e non tenuta nascosta», spiega al Corriere della Sera Maria Rosaria Capobianchi, direttrice del laboratorio di virologia all’istituto Spallanzani di Roma. 

Inoltre, come aveva spiegato nel corso del programma TGR Leonardo su Rai 3 dello scorso 26 marzo Enrico Bucci, biologo della Temple University a Philadelphia, negli Stati Uniti, e dottore di ricerca in Biochimica e Biologia Molecolare al Leibniz Institute on Aging, in Germania, con una tesi sul virus a RNA come il nuovo Coronavirus, l’ipotesi della fuga di SARS-CoV-2 dal laboratorio non è sostenibile anche per la struttura stessa del virus: «Sars-CoV-2 presenta un certo di numero di differenze rispetto ai suoi progenitori in pipistrello. Affinché queste differenze si siano evolute c’è bisogno di due cose: o un grandissimo numero di pipistrelli o di un grandissimo numero di anni perché le mutazioni sono un fatto casuale. In laboratorio non abbiamo avuto né abbastanza tempo né abbastanza pipistrelli».

Leggi anche >> Il servizio del TGR Leonardo del 2015 non ha niente a che vedere con il nuovo coronavirus

La realtà è molto più banale di quanto vogliono sostenere tesi che parlano di virus prodotto in laboratorio da americani o cinesi oppure fuoriuscito per un errore umano, spiega a Snopes il dottor Gregory Poland, capo della ricerca sui vaccini alla Mayo Clinic di Rochester, nel Minnesota. «Ci troviamo di fronte a un tipico coronavirus di pipistrello che ha sviluppato la capacità di infettare altri mammiferi e anche i pipistrelli sono mammiferi».  

«L’ipotesi dell’incidente di laboratorio andrebbe messa in un elenco di mille scenari diversi», ha aggiunto Nathan Grubaugh della Yale University, che studia l'epidemiologia delle malattie microbiche.

Tutta questa vicenda, scrive Jon Allsop su Columbia Journalism Review, si inserisce nello scontro in atto tra Cina e Stati Uniti su più fronti, tra i quali rientra anche COVID-19, che ha visto la diffusione di ipotesi contrapposte sull’origine del virus, ora attribuita alla sua realizzazione in un laboratorio cinese, ora in uno statunitense in Cina, infine a un incidente non voluto.

Immagine in anteprima via pixabay.com

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