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Cosa sappiamo delle prove della virologa cinese, Li-Meng Yan, sul virus fabbricato in laboratorio

1 Ottobre 2020 16 min lettura

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Cosa sappiamo delle prove della virologa cinese, Li-Meng Yan, sul virus fabbricato in laboratorio

15 min lettura

di Ettore Meccia

Dall’inizio della pandemia da SARS-CoV-2 si sono susseguiti ciclicamente timori, sospetti e accuse che quel nuovo virus venuto dal nulla fosse stato fabbricato da qualcuno in un laboratorio e che non fosse un prodotto della natura. Quello che per virologi, biologi ed infettivologi è un evento ordinario, quasi atteso, apparentemente ha spiazzato un’umanità ormai abituata a controllare tutto, e molti hanno trovato più facile cercare colpevoli improbabili piuttosto che scoprirsi alla mercé di qualcosa che non è nemmeno vivente e che si riteneva relegato al passato. Qualcuno invece ne ha fatto una questione di opportunità politica.

Ricordiamo come siamo arrivati a tutto questo.

A dicembre 2019 le autorità sanitarie cinesi notano casi di polmonite anomala.

Il 3 gennaio Yong-Zhen Zhang dello Shanghai Public Health Clinical Center riceve dal Wuhan Central Hospital un campione di lavaggio bronchiale di un paziente ricoverato il 26 dicembre con polmonite in condizioni critiche. L'RNA isolato dalle cellule contenute nel campione viene immediatamente sequenziato. Il 5 gennaio, all’1,30 del mattino, Zhang controlla i risultati e si rende conto che si tratta di un coronavirus con notevole omologia di sequenza (circa l'80%) con il virus responsabile della SARS nel 2003. Il giorno stesso la sequenza viene depositata sul database GenBank per essere messa a disposizione della comunità scientifica e Zhang informa sia l'ospedale di Wuhan che il Ministero della Salute perché, in caso di un virus simile a un SARS, ci si sarebbe trovati di fronte a un'emergenza. Nei giorni successivi, il professore ha incontri con le autorità sanitarie e contatti col collaboratore australiano Edward Holmes. L'11 gennaio visto il silenzio delle autorità cinesi, Zhang e Holmes rompono gli indugi e comunicano ufficialmente su Twitter e sul sito Virological.org l'isolamento del nuovo virus e la disponibilità della sequenza. La pubblicazione ufficiale andrà in preprint su bioRxiv il 25 gennaio e su Nature il 3 febbraio.

Leggi anche >> La pandemia e l’incidente in laboratorio: l’articolo del Washington Post è scorretto e la sua tesi non è supportata dai fatti

Dall'11 gennaio succedono molte cose:

1) Le autorità cinesi chiudono senza molte spiegazioni lo Shanghai Public Health Clinical Center, forse colpevole di essersi mosso senza rispettare le gerarchie politiche e scientifiche del sistema.

2) Il CDC cinese e il Wuhan Institute of Virology depositano altre 5 sequenze del virus, che evidentemente già avevano.

3) La comunità scientifica si avventa su quei 30.000 nucleotidi messi a disposizione rivoltandoli uno a uno, trovando di tutto, quello che c'è (omologie, strutture, funzioni, approcci terapeutici) e a volte anche quello che non c’è, come frammenti di HIV. È la prima volta in assoluto che viene isolato e caratterizzato in poche ore il microrganismo responsabile di un'epidemia appena iniziata. Purtroppo questioni politiche (dalla burocrazia al timore di perdere consenso) vanificheranno questa tempestività quasi ovunque, risultando in tentennamenti, ritardi e inefficienze nella risposta, prima in Cina, poi negli altri paesi man mano che il virus si diffondeva (Europa, Brasile, Stati Uniti…).

È lecito comunque chiedersi cosa sarebbe successo se non avessimo avuto da subito a disposizione la sequenza del virus per mettere a punto test diagnostici e individuare i positivi.

4) Ad oggi, sono stati sequenziati e sono disponibili 105.228 isolati virali da tutto il mondo e sono stati pubblicati 31.619 articoli indicizzati in Pubmed come "SARS-CoV-2".

Oltre a test diagnostici, cure, terapie e vaccini si cerca immediatamente di capire anche l'origine del virus, che come già accaduto per casi precedenti di epidemie virali, si ritiene provenire da un altro animale a seguito di un salto di specie, zoonosi. L'ipotesi del salto di specie è praticamente un atto dovuto alla luce delle esperienze precedenti, e porta in modo peraltro prevedibile al pipistrello per diverse ragioni: a) Viene riscontrata immediatamente una omologia di sequenza dell'89% con un altro Coronavirus chiamato SL-CoVZC45, isolato in alcuni pipistrelli della città di Zhoushan; b) I pipistrelli, per peculiarità metaboliche e immunologiche, sono il reservoir naturale di moltissimi virus, non solo coronavirus, parecchi dei quali sono poi saltati all'uomo.

Questi sono anche i motivi per cui molti laboratori studiano i coronavirus SARS-like di pipistrello sia in Cina sia nel resto del mondo specialmente dopo l’epidemia di SARS del 2003.

Prima di proseguire, è importante capire che un virus isolato in un pipistrello è adattato al pipistrello e probabilmente non è in grado di infettare l'uomo in modo efficiente (però mai dire mai quando si tratta di numeri enormi). Mentre un virus isolato nell'uomo c'è perché si è adattato all'uomo tramite mutazioni selezionate. Quindi non lo troveremo uguale anche nel pipistrello, non c'è. Se non abbiamo assistito al momento del salto di specie, e non lo abbiamo fatto, possiamo solo sapere che un virus isolato nel pipistrello e uno isolato nell'uomo si assomigliano perché hanno un progenitore comune, ma sono distinti. Più le sequenze sono simili, più il salto di specie è recente.

A causa delle differenze tra virus di pipistrello e SAR-CoV-2 si ipotizza il passaggio in un ospite intermedio con contatti frequenti con l'uomo (mentre il contatto con il pipistrello sarà stato occasionale), all’interno del quale si è selezionato, fra i tanti, proprio quel virus che è andato incontro per caso alle mutazioni adatte per saltare. Di tutti gli altri che non ce l'hanno fatta non sapremo mai nulla.

L'ospite intermedio di SARS-CoV-2 però non è stato ancora trovato ed è difficile che questo accada.

5) Sul nuovo virus si avventa immediatamente anche una comunità molto diversa da quella scientifica, proveniente da ambienti politici, militari, di intelligence, che alimenta a sua volta fonti di informazione alternativa, non allineata, cospirazionista, che diffondono su scala mondiale la tesi che il ”Chinavirus” sia stato creato in un laboratorio cinese e disperso, mediamente per errore e negligenza, e che il governo cinese sia da condannare perché sapeva e ha tenuto tutto sotto silenzio. Altri danno la colpa invece agli USA, o alla Francia e il Canada.

Prove a sostegno di queste tesi non ce ne sono, se non la constatazione che il focolaio principale da cui è partito tutto è la città di Wuhan dove, guarda caso, si trova un centro di virologia di massima sicurezza, un BSL4. Serve altro?

Leggi anche >> Dai pipistrelli al laboratorio: le ipotesi sull’origine del nuovo coronavirus. Cosa dice la scienza

Oggi però siamo di fronte a qualcosa di molto diverso.

Il 16 settembre, infatti, Li-Meng Yan, virologa cinese, intervistata da Tucker Carlson di Fox News racconta senza dubbi o esitazioni che il virus SARS-CoV-2, responsabile della pandemia attualmente in corso, è stato creato in laboratorio.

In passato, Li-Meng Yan aveva già accusato pubblicamente il governo cinese di essere stato tardivo e reticente nel riconoscere che fosse in corso un'epidemia, fatto difficile da negare. Ma stavolta l'accusa è di aver deliberatamente creato e diffuso un virus patogeno. "E perché l'avrebbero fatto?", chiede Tucker Carlson. Risposta: "Per creare questo disastro". Che il virus abbia colpito per primo lo stesso popolo cinese, passando per l'Europa, la Russia, l'Iran, l'India, il Brasile, la Colombia, l’Argentina... prima di arrivare negli Stati Uniti, l'obiettivo scontato agli occhi di chi ha condiviso le rivelazioni di Li-Meng Yan, non sembra destare perplessità.

Questo tweet è una sintesi estrema ma efficace del messaggio che è stato diffuso e recepito negli Stati Uniti:

"La dottoressa afferma che la Cina ha intenzionalmente rilasciato COVID per distruggere il mondo.  Dovete tutti svegliarvi e capire che siamo in guerra".

Li-Meng Yan sostiene di avere informazioni riservate grazie al suo ruolo presso il Centro per il controllo delle malattie (CDC) di Hong Kong, che però smentisce le sue affermazioni, e di poter dimostrare con prove scientifiche inequivocabili che il virus è frutto di una manipolazione, che arrivano con la pubblicazione di un articolo intitolato "Unusual Features of the SARS-CoV-2 Genome Suggesting Sophisticated Laboratory Modification Rather Than Natural Evolution and Delineation of Its Probable Synthetic Route".

Dall'isolamento del SARS-CoV-2 i tentativi di sostenere che il virus provenisse dal laboratorio di massima sicurezza di Wuhan (WIV) sono stati tanti. Ma erano affermazioni non supportate da evidenze o ricostruzioni pseudo-scientifiche senza attendibilità, secondo le quali era stato disperso per negligenza un virus isolato in natura e studiato al WIV, o che al WIV stavano modificando per motivi sperimentali (di studio, per un vaccino). Ma, se così fosse stato, quei virus avrebbero riportato nella loro sequenza una precisa impronta molecolare e qualche traccia delle manipolazioni, che SARS-CoV-2 invece non ha.

Su questo Li-Meng Yan costruisce una narrazione molto articolata, cerca di dimostrare con dovizia di dettagli che chi non ha competenze in biologia molecolare fa fatica a seguire, come SARS-CoV-2 sia stato (o potrebbe essere stato) creato in laboratorio, per collocare alla fine la pistola fumante nelle mani di Shi ZhengLi, ricercatrice del WIV.

L'articolo è scritto utilizzando un linguaggio e concetti molto tecnici, decisamente non alla portata dei non addetti ai lavori, ed è necessario analizzarlo con attenzione.

Li-Meng Yan nel suo articolo sostiene che SARS-CoV-2 è stato creato deliberatamente in un laboratorio cinese basandosi su 3 punti:

  1. Il genoma del virus SARS-CoV-2 non esiste in natura, ma è simile in modo sospetto a uno in possesso di un laboratorio militare.
  2. La regione del virus che determina la specificità dell'infezione assomiglia in modo sospetto (di nuovo) a quella del virus SARS-CoV-1 responsabile della SARS del 2003.
  3. Nella proteina Spike di SARS-CoV-2 c'è un sito di taglio per la furina che manca in tutti gli altri coronavirus simili a SARS-CoV-2. Questa caratteristica del nuovo coronavirus non sarebbe il prodotto dell'evoluzione naturale ma sarebbe stato inserito in modo artificiale.

Tutto nasce dalla constatazione che siccome SARS-CoV-2 non assomiglia nel modo giusto (omologia di sequenza alta su tutto il genoma e non solo su alcune regioni) a nessun SARS like coronavirus già noto (SL-CoV, quelli che stanno ancora nei pipistrelli) non può che essere stato creato in laboratorio. In realtà ci sarebbe un SL-CoV isolato in pipistrelli tempo fa che condivide con SARS-CoV-2 un'omologia di sequenza del 96,1%, si chiama RaTG13. Probabilmente non è quello che ha fatto il salto, ma potrebbe essere un buon candidato per tracciare una linea evolutiva. Però, Li-Meng Yan sostiene che è sempre più sicuro che la sua sequenza sia stata inventata per creare una falsa origine naturale del virus ("... the theory that fabricated scientific data has been published to mislead the world’s efforts in tracing the origin of SARS-CoV-2 has become substantially convincing and is interlocked with the notion that SARS-CoV-2 is of a non-natural origin").

Una spiegazione più semplice sarebbe che SARS-CoV-2 non assomiglia in modo sufficiente ai coronavirus che già conosciamo perché non sappiamo nemmeno quanti ce ne siano. È ragionevole pensare che non si sia ancora trovato, fra tanti, il pipistrello giusto nella grotta giusta, nella regione giusta della Cina? La Cina è grande, e i pipistrelli sono sicuramente tanti. È ragionevole pensare che SARS-COV-2 sia il prodotto della ricombinazione con un altro coronavirus, evento frequente in virus a singolo filamento di RNA? Non aver trovato il virus giusto fra quelli che conosciamo, non ci autorizza a concludere che non esista. Tanti anni fa qualcuno che di scienza ne sapeva scrisse una cosa simile a proposito di cigni bianchi e cigni neri.

Invece, nel suo primo punto Li-Meng Yan propone che per creare SARS-CoV-2 sia stato usato un SARS-like-CoV isolato anni fa da un laboratorio militare, SL-CoVZC45. La sequenza è regolarmente pubblicata, ma certo è difficile sapere se il laboratorio militare possieda il virus e cosa ne abbia fatto. Sono affermazioni impossibili da confermare e da smentire.

Nell'articolo Li-Meng Yan descrive dettagliatamente la procedura che il WIV avrebbe seguito per modificare SL-CoVZC45, aggiungendo, togliendo e modificando pezzi fino ad arrivare a SARS-CoV-2. È una procedura complessa, e per come è descritta con poche probabilità di riuscita. Onestamente, lo stesso risultato si potrebbe ottenere molto più facilmente con tecniche diverse oggi disponibili che però non vengono considerate. Chi lavora nel campo le conosce. Ma in effetti a Li-Meng Yan non interessa dimostrare che si possa costruire in laboratorio un virus tipo SARS-CoV-2, lei deve dimostrare come sia stato costruito esattamente SARS-CoV-2, ricostruendo in laboratorio anche quei dettagli strutturali che nessuno avrebbe inserito disegnando un virus a tavolino se non il caso.

Alla fine dello sforzo di ricostruzione rimane, non affrontato e quindi non risolto, il problema che SL-CoVZC45 e SARS-CoV-2 condividono "solo" l'89% della sequenza nucleotidica. Significa che ci sono circa 3500 differenze sparpagliate casualmente nei 30.000 nucleotidi del genoma. Abbastanza poche per dire che i due virus hanno origine comune, ma decisamente troppe e distribuite in modo troppo casuale per sostenere che l'uno derivi per manipolazione diretta dall'altro.

Come secondo argomento Li-Meng Yan nota come la regione definita RBM (Receptor Binding Motif), all'interno della proteina Spike di SARS-CoV-2 (ovvero quella parte di Spike che prende contatto in modo specifico col recettore ACE2 per entrare nelle nostre cellule), non assomigli a quella del virus SL-CoVZC45 che sarebbe stato usato come struttura di base (e che essendo stato isolato in un pipistrello infetterebbe poco le cellule umane). Questa differenza è dovuta al fatto che si tratta di due virus diversi? No, per Li-Meng Yan, è un’ulteriore dimostrazione dell’origine artificiale del virus: la regione RBM di SL-CoVZC45 sarebbe stata sostituita con quella di SARS-CoV-1, che ha maggiore affinità per ACE2. La virologa spiega anche con quale tecnica, decisamente complicata, sia stato fatto questo scambio di pezzi. E siccome in passato Shi ZhengLi al WIV aveva seguito per motivi di studio una procedura analoga su altri virus, ciò dimostra che la ricercatrice è in grado di fare queste operazioni e questa è proprio la pistola fumante nelle mani del colpevole ("...it is the smoking gun proving that the RBM/Spike of SARS-CoV-2 is a product of genetic manipulation).

Però alla fine se si confronta l’RBM di SARS-CoV-2 con quello di SARS-COV-1 che dovrebbero avere la stessa sequenza, si nota che non si assomigliano tanto. Li-Meng Yan aggira il problema aprendo un’ulteriore questione che in effetti nessun ricercatore si porrebbe: è necessario anonimizzare il virus appena costruito perché non si possa risalire al laboratorio che lo ha costruito.

In altre parole, Li-Meng Yan non si pone il problema che due sequenze che dovrebbero essere uguali non lo sono, ci sta solo conducendo per mano sulla sua strada, che è dimostrare come l'RBM di SARS-CoV-2 sia stato manipolato e provenga da SARS-CoV-1.

Per cui prima dimostra come sia possibile scambiare il frammento con tecniche di biologia molecolare tradizionale (e nella seconda parte entra nei dettagli), poi scrive: “... Sebbene possa essere conveniente copiare l'esatta sequenza di SARS RBM, sarebbe un segno troppo chiaro di progettazione e manipolazione artificiale. L'approccio più ingannevole sarebbe quello di modificare alcuni residui non essenziali, preservando quelli critici per il legame…” (“... Although it may be convenient to copy the exact sequence of SARS RBM, it would be too clear a sign of artificial design and manipulation. The more deceiving approach would be to change a few non- essential residues, while preserving the ones critical for binding…”) e poi poche righe dopo: “... È importante sottolineare che le modifiche potrebbero essere state apportate intenzionalmente a siti non essenziali, rendendolo meno simile a un ‘copia e incolla’ del SARS RBM” (“… Importantly, changes might have been made intentionally at non-essential sites, making it less like a ‘copy and paste’ of the SARS RBM”).

Per capire, nella sequenza di una proteina ci sono alcuni aminoacidi (residui) ritenuti essenziali, che non si possono toccare altrimenti salterebbe la struttura 3D della proteina. Gli altri sono ritenuti “non-essentials” e se si modificano in teoria cambia poco. Sono quelli che Li-Meng Yan sostiene che siano stati modificati intenzionalmente in modo tale che non risultasse un “copia e incolla”.

In ogni caso le differenze tra le due regioni sono troppe per essere state introdotte appositamente, sarebbe stato un lavoro enorme e inutile se fatto solo per sostituire un pezzo con l’altro, e pure imprudente perché quando si modificano dei residui anche non essenziali non si sa mai cosa può accadere.

Questo è un punto importante perché di fatto si toglie dal tavolo la possibilità di dispersione accidentale del virus per errore, giocando la carta ben più pesante della liberazione deliberata dopo aver reso il virus manipolato, mediante mutagenesi diretta, non riconducibile al laboratorio che lo ha creato. È un’accusa molto diretta ed estremamente dettagliata: aver creato un virus letale con lo scopo di diffonderlo senza essere scoperti.

Il terzo punto è un po’ complicato e richiederebbe un articolo dedicato. In sintesi, nella proteina Spike di SARS-CoV-2, attiguo all’RBM c'è un sito specifico che viene riconosciuto e tagliato da una proteasi, chiamata furina. Nell’articolo si afferma che questo elemento non è presente nei virus SARS-like più simili a SARS-CoV-2, perché è stato inserito in laboratorio e non è un prodotto dell'evoluzione naturale. Le proteasi sono una specie di forbici molecolari che tagliano le proteine quando riconoscono un sito specifico. Hanno tante funzioni diverse, qui ce ne interessa una poco fisiologica, il loro utilizzo opportunistico da parte dei virus nel corso dell'infezione. Dopo che SARS-CoV-2 si è attaccato alla membrana della cellula tramite l’interazione tra Spike e recettore ACE2, la furina taglia in due Spike consentendo al virus di liberarsi all'interno della cellula. Altri virus usano altre proteasi (le usa anche SARS-CoV-2) che riconoscono sequenze segnale diverse, ma la furina è molto abbondante nelle cellule respiratorie e SARS-CoV-2 indubbiamente se ne avvantaggia.

Tuttavia un sito di taglio per la furina esiste in altri coronavirus più distanti da SARS-CoV-2, e c'è in MERS-CoV. E questo vuol dire che quella sequenza può trovarsi in un coronavirus ed è naturale.

Ma andando a vedere a cosa corrisponde questo sito sulla sequenza del virus, scopriamo che ci è familiare, perché coincide con uno dei quattro elementi identificati a fine gennaio da un gruppo di bioinformatici indiani come inserzioni da ricombinazione con il virus HIV che spinse il team di ricerca ad avvertire che Spike di SARS-CoV-2 conteneva pezzi di HIV. La notizia alimentò molto complottismo (“Hanno ricombinato in laboratorio HIV e SARS per renderlo più letale…"). In effetti, i bioinformatici indiani in buona fede pensavano che se HIV infetta i linfociti e in SARS-CoV-2 ci sono pezzi di HIV, vuol dire che SARS-CoV-2 ha ricombinato con HIV quindi infetta i linfociti, e questo cambia completamente la trasmissibilità e gli effetti del virus.

La buona fede però non impedisce la cattiva scienza, e l'articolo fu ritrattato non appena si scoprì l'errore di metodo: quei quattro frammenti erano uguali a HIV se confrontati con il database di HIV. Ma, confrontati con altri database, si trovavano in tantissimi altri organismi. In pratica erano solo elementi casuali frutto di errori di replicazione o di ricombinazione. In fondo, abbiamo solo 4 lettere, A, T, G e C per scrivere il libro della vita, una combinazione casuale ripetuta è molto probabile, come per le lettere nelle parole, o le note musicali in un brano. E in fondo i coronavirus non hanno, come per esempio HPV, (ndr, il virus del papilloma umano) un solido e stabile doppio filamento di DNA che gli consente di annidarsi per decenni in una cellula, ma un singolo, instabile filamento di RNA che li costringe a vivere all’avventura mutando, scambiando, ricombinando per sfuggire al sistema immunitario e trovare sempre nuovi ospiti da sfruttare.

Spesso vediamo nell'evoluzione un percorso lineare, finalizzato, razionale che porta all'acquisizione di nuovi caratteri utili. Così un virus "trova" quella piccola sequenza che gli consente di infettare meglio una specie, o quella mutazione che gli consente di replicarsi più in fretta, o di resistere a un farmaco. Ma non è per niente così, l'evoluzione è solo il gioco tra il caso, ovvero una quantità enorme di eventi stocastici, e il filtro che la selezione naturale esercita su di essi. La maggior parte delle variazioni casuali è deleteria e noi non la vedremo mai perché sparisce. Alcune sono neutrali e possono restare, possono sparire, possono cambiare di nuovo. In genere durano poco. Mentre pochissime variazioni sono vantaggiose e vengono selezionate positivamente e mantenute. E in effetti sono quelle che vediamo, dandoci l’illusione di un processo razionale, perché tutte le altre non ci sono.

Dei quattro siti “simili a HIV” trovati dai bioinformatici indiani, è capitato per coincidenza che uno creasse la sequenza segnale giusta al posto giusto, ed è stato selezionato, gli altri non hanno alcun ruolo ma stanno li e nessuno ci fa caso. Come tanti altri che si potrebbero cercare e trovare. Casuali, come il sito di taglio della furina. Che c’è e funziona. Ma se non ci fosse stato, SARS-CoV-2 avrebbe trovato un sito per una proteasi diversa. E magari avrebbe infettato cellule diverse. E se non avesse trovato quel sito, magari non ci sarebbe stato. Il caso e la selezione naturale creano meccanismi complessi e perfetti senza nessun disegno intelligente dietro. Richard Dawkins giustamente ha parlato dell’orologiaio cieco.

In sintesi, secondo Li-Meng Yan, SARS-CoV-2 è stato creato in laboratorio assemblando, modificando, creando pezzi di altri virus, e poi modificandoli ancora perché non se ne riconoscesse più l'impronta molecolare, perché sembrasse a tutti gli effetti un virus nuovo e sconosciuto. A tutti meno che a Li-Meng Yan.

"Se stai camminando per Greene Street e senti un rumore di zoccoli dietro di te, non voltarti aspettandoti di vedere una zebra. Aspettati un cavallo".
(Theodore Woodward)

Infine, può aiutare a contestualizzare l’articolo di Li-Meng Yan ricordare che l'articolo è pubblicato da quattro autori affiliati non a un istituto di ricerca ma alla "Rule of Law Society & Rule of Law Foundation”, due enti che non hanno interesse in campo scientifico ma politico e che fanno capo a Steve Bannon, personaggio di spicco dell'ultradestra americana, ex consigliere di Donald Trump, e a Guo Wengui, miliardario cinese in esilio (o in fuga) molto vicino a Donald Trump. Recentemente Li-Meng Yan è stata anche ospite del podcast di Steve Bannon "War Room: Pandemic" sulla sua TV.

Inoltre, l’articolo non è stato pubblicato su una rivista scientifica ma su Zenodo, una piattaforma di condivisione di dati, risultati e anche articoli scientifici open access. Non c'è controllo o revisione dei contenuti come è prassi per gli articoli scientifici. Ed è scritto in modo decisamente anomalo: non è frequente leggere un articolo in cui l'autrice non esita ad attaccare altri ricercatori con accuse di frode scientifica, di conflitto di interessi e, in particolare, con accuse dirette (a Shi ZhengLi, ricercatrice che da anni studia i coronavirus al WIV) di aver fatto ricorso a stratagemmi appositi per creare e liberare un virus senza che si potesse risalire al suo laboratorio ("... However, this template virus [ndr, quello usato come base da modificare] ideally should not be one from Dr. ZhengLi Shi’s collections, considering that she is widely known to have been engaged in gain-of-function studies on coronaviruses").

Io credo che a questo punto la questione dell'origine del virus torni ad essere, come è sempre stata, politica e non scientifica. Come, forse, i motivi dietro la pubblicazione di questo articolo.

Immagine in anteprima via YouTube

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