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Gli scienziati del clima: “Le preoccupazioni dei giovani che protestano sono giustificate”


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La rivista Science ha pubblicato una lettera scritta da un gruppo di scienziati (e firmata da oltre 3mila colleghi) a sostegno delle manifestazioni globali per il clima, come quelle organizzate in molti paesi dai movimenti di Fridays For Future. Gli scienziati, oltre a sottolineare che le preoccupazioni dei giovani sono giustificate e supportate dalla migliore scienza disponibile, osservano che:

È cruciale avviare immediatamente una rapida riduzione delle emissioni di ‎CO2 e di altri gas serra. Il livello di crisi climatica che l'umanità sperimenterà in futuro sarà determinato dalle nostre emissioni cumulative; una riduzione rapida ora limiterà il danno. Ad esempio, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) ha stimato di recente che dimezzare le emissioni di CO2 entro il 2030 (rispetto ai livelli del 2010) e raggiungere a livello globale emissioni di CO2 nette pari a zero entro il 2050 (oltre a forti riduzioni in altri gas serra) permetterebbe di avere una probabilità del 50% di rimanere al di sotto di 1,5 gradi di riscaldamento. Considerando che i paesi industrializzati hanno prodotto più emissioni e hanno beneficiato maggiormente delle emissioni precedenti, hanno una responsabilità etica di compiere questa transizione più rapidamente rispetto al mondo nel suo complesso.

Di seguito alcune ricerche, rapporti e aggiornamenti pubblicati in questi giorni sul cambiamento climatico, sulle emissioni di anidride carbonica e sugli effetti del riscaldamento globale.

La dipendenza dalle fonti energetiche fossili spinge di nuovo le emissioni di CO2

L'accordo sul clima firmato a Parigi nel 2015 avrebbe l'obiettivo di limitare l'aumento della temperatura della Terra al di sotto dei 2 gradi, rispetto ai livelli precedenti l'inizio del riscaldamento globale in corso. L'accordo prevede anche, da parte dei paesi firmatari, uno sforzo aggiuntivo a non superare il grado e mezzo (l'aumento finora è stato di circa un grado). Ma il rispetto di questi impegni avrebbe richiesto un taglio delle emissioni di anidride carbonica (CO2) più drastico e rapido di quello attuato fino ad ora. Il 2018 ha segnato perfino una battuta di arresto rispetto alla direzione che avremmo dovuto da tempo imboccare. Anzi, una vera e propria retromarcia. Secondo un rapporto dell'Agenzia Internazionale dell'Energia, le emissioni di CO2 dovute ai consumi energetici sono aumentate dell'1,7% rispetto al 2017. La causa, spiega l'Agenzia, è stato l'aumento del 2,3% della domanda energetica globale, per il 70% da attribuire ai consumi degli Stati Uniti, della Cina e dell'India. Questi paesi sono stati responsabili del 85% dell'aumento delle emissioni di CO2.

A spingere i consumi, e quindi le emissioni, è stato per il 45% l'uso di gas naturale, cresciuto del 46% nel 2018. Il ruolo del carbone come fonte di energia continua lentamente a declinare. Nel 2018 la sua domanda è aumentata dello 0,7%, un dato molto inferiore alla crescita che si registrava nel decennio 2000-2010. Eppure il carbone continua a rappresentare una causa importante di emissioni a livello globale. L'anno scorso, all'interno del “mix” di fonti impiegate per la produzione di energia elettrica, la fetta del carbone è stata la più grande (il 38%). La produzione di elettricità da carbone ha generato il 30% delle emissioni di CO2 durante lo scorso anno. La maggior parte di questa CO2 è uscita da impianti che si trovano in Asia. Sono centrali molto giovani, con un’età media di appena 12 anni, e che perciò potrebbero rimanere in funzione per altri decenni prima di essere spente.

 

Andamento delle emissioni di anidride carbonica per la produzione di energia, da carbone e altre fonti fossili (fonte: International Energy Agency)

Se dal 2014 al 2016 le emissioni sono rimaste stabili nonostante l'economia stesse continuando a crescere è stato perché la diffusione delle fonti rinnovabili e l'aumento dell'efficienza energetica sono riusciti a soddisfare la domanda. Anche nel 2018 le energie rinnovabili sono cresciute del 4% (il 40% di questo aumento si deve alla Cina). Ma nel 2017 la domanda energetica ha iniziato a salire a una velocità tale da non riuscire ad essere ovunque soddisfatta. Ciò che è accaduto nell'ultimo anno dimostra che l'impiego delle fonti alternative a quelle fossili non sta crescendo abbastanza velocemente da riuscire a “inseguire” le dinamiche dell'economia globale e quindi la domanda di energia. Il rapporto fotografa quindi un'economia globale ancora in larga parte dipendente dalle fonti fossili, compreso il petrolio, la cui domanda è cresciuta dell'1,3%. Di questo passo rispettare gli obiettivi dell'accordo di Parigi sarà un'impresa sempre più difficile.

La continua riduzione del ghiaccio nell'Artico, «un assoluto disastro per la Terra»

Il 13 marzo scorso è stata misurata l’estensione massima annuale del ghiaccio del Mare Artico: 14,78 milioni di chilometri quadrati. Come riporta il sito del National Snow and Ice Data Center, si tratta del settimo dato più basso in 40 anni di rilevazioni satellitari. Il ghiaccio del Mare Artico raggiunge il suo massimo tra la fine di febbraio e l’inizio di aprile. Dal 1979 al 2019 la superficie misurata a marzo è diminuita di 41700 chilometri quadrati, un calo di circa il 2,7% per decade. Il dato di quest’anno conferma la tendenza alla riduzione del ghiaccio artico che si registra ormai da quando sono iniziate le misurazioni satellitari. La sua estensione a settembre sta diminuendo al ritmo del 12,8% per decade. Uno studio del 2018 ha mostrato che il 70% della calotta artica a gennaio è ormai composto da ghiaccio stagionale, cioè da da ghiaccio che si forma in inverno per poi sciogliersi in estate. Il ghiaccio pluriennale, cioè quello più vecchio, più spesso e resistente al disgelo estivo, è in progressivo ritiro. Dal 1958, inoltre, il ghiaccio ha perso mediamente i due terzi dello spessore misurato al termine dell’estate.

La progressiva diminuzione dell'estensione del ghiaccio del mare artico registrata a settembre (fonte: NASA)

Ciò che sta accadendo nell'Artico è una delle conseguenze più preoccupanti del riscaldamento globale, perché innesca fenomeni che aggravano ulteriormente gli effetti del cambiamento climatico nel resto del pianeta. L’arretramento del ghiaccio artico e il suo scioglimento anticipato in estate diminuiscono l’albedo, cioè la frazione di radiazione solare che una superficie riesce a riflettere. Come sa chi frequenta la montagna in inverno, una superficie completamente innevata ha un forte potere riflettente tanto da risultare abbagliante per gli occhi. Allo stesso modo, quando il mare Artico in inverno diventa ghiacciato e ricoperto da neve, l’albedo di questa regione del pianeta raggiunge il suo valore massimo. Questo valore diminuisce man mano che il ghiaccio arretra e si scioglie esponendo pozze di acqua sulla sua superficie. Fino quasi ad annullarsi quando il mare ritorna allo stato liquido. Il mare aperto ha un potere riflettente praticamente nullo rispetto a quello di una distesa di ghiaccio coperta da neve.

Un Artico sempre meno ghiacciato nel corso dell’anno tende quindi ad “attirare” più calore e a riscaldarsi ulteriormente. E con se stesso, anche l’intero pianeta. Ricercatori dello Scripps Institution of Oceanography, in uno studio pubblicato nel 2014, avevano calcolato che la diminuzione dell’albedo artico dal 1979 corrispondeva a un riscaldamento a livello medio globale pari al 25% di quello causato dalla CO2 emessa negli ultimi 30 anni. Per questo ed altri feedback negativi causati dal riscaldamento dell'Artico, lo scienziato Peter Wadhams, in un recente saggio intitolato Addio ai ghiacci, scrive che «la riduzione del ghiaccio marino artico deve essere considerata un assoluto disastro per la Terra».

Uno studio conferma: mezzo grado centigrado di riscaldamento globale in più fa la differenza

Mezzo grado centigrado è la scarto tra i due obiettivi dell’accordo di Parigi: quello “minimo” (contenere l’aumento della temperatura globale entro i 2 gradi) e quello per cui i firmatari dell’accordo hanno concordato (almeno sulla carta) un impegno “aggiuntivo”. Mezzo grado può sembrare poco, ma può pesare parecchio per le conseguenze che può avere sul clima della Terra. Di questo la scienza del clima ne era già consapevole. Anche il rapporto dell'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) dello scorso ottobre sottolineava che se l'aumento della temperatura del pianeta venisse contenuto entro 1,5 gradi, rispetto alla temperatura dell'età pre-industriale, si ridurrebbe l'impatto del riscaldamento globale sugli ecosistemi, la salute umana, la sicurezza alimentare, la crescita economica.

Una conferma giunge da uno studio realizzato da ricercatori giapponesi e pubblicato su Scientific Reports. Attraverso l’applicazione di alcuni modelli, gli autori della ricerca hanno tentato di comprendere come quel mezzo grado di differenza tra i due possibili scenari futuri di riscaldamento del pianeta potrebbe cambiare l’intensità e la frequenza sia di periodi particolarmente piovosi che siccitosi. In particolare hanno cercato di stimare quanto potrebbe intensificarsi la variabilità  dei fenomani climatici al punto da aumentare anche la probabilità che in una stessa regione si possano verificare, anche nel corso della stessa stagione, eventi estremi di segno opposto: siccità prolungate seguite da forti alluvioni e viceversa.

I risultati evidenziano chiaramente che una differenza di mezzo grado potrebbe effettivamente esasperare questa variabilità e accentuare gli estremi climatici. Si tratta, ricordano i ricercatori, di fenomeni che si stanno già verificando sul pianeta, come le forti siccità seguite da alluvioni in California negli anni recenti. I ricercatori concludono che «l’elevato potenziale di danno di tali drastici cambiamenti pone una seria sfida per l’adattamento». Questo studio rafforza dunque le indicazioni contenute nel rapporto dell'IPCC: contenere il riscaldamento del pianeta entro 1,5 gradi permetterebbe di ridurre sensibilmente il rischio che questi eventi estremi possano infliggere gravi danni a molte popolazioni sulla Terra.

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