La dipendenza dei giovani dai cellulari è un allarme fondato?


[Tempo di lettura stimato: 5 minuti]

di Tiziana Metitieri, psicologa, neuropsicologa

La settimana d'aprile appena passata ha riportato l'allarme sull'uso dei telefonini nei bambini e negli adolescenti.

Sono di volta in volta clinici, educatori, politici, scrittori, figure istituzionali e religiose a farsi carico di rivelare l'impatto negativo delle nuove tecnologie sulla crescita fisica e mentale delle nostre più giovani generazioni.

Non si può non apprezzare questo atteggiamento premuroso. Tuttavia, nel tentativo di rinforzare il proprio messaggio il più delle volte si ricorre con superficialità a categorie diagnostiche proprie della clinica ma con un tono più o meno intenzionalmente accusatorio. Quindi l'allarme premuroso diventa condanna di una ipotetica malattia. Si incita così, ammesso che l'allarme sia fondato, a liberarsi da una dipendenza, come se si urlasse a un adulto di liberarsi dall'ipertensione.

La dipendenza si riferisce a un insieme ben definito di comportamenti attraverso i quali si manifestano un rilevante disagio psicologico e una compromissione prolungata della vita personale, familiare, sociale, scolastica, professionale.

Quindi, non è il caso di fare confusione tra uso eccessivo di un dispositivo e dipendenza patologica, sia se si ha rilevanza pubblica, sia e a maggior ragione se si è esperti.

Negli ultimi anni è sviluppato un intenso dibattito nella comunità scientifica e clinica internazionale sull'opportunità di assimilare le dipendenze comportamentali (ad es. il disturbo da gioco su internet) alle dipendenze da abuso di sostanze, dal momento che per le prime, i sintomi, le caratteristiche e le basi fisiopatologiche sono ancora in fase di studio. Quindi nemmeno gli esperti, quelli che fanno affidamento su dati scientifici verificati e che non hanno conflitti d'interesse, possono ad oggi affermare con certezza a cosa potrebbe corrispondere un disturbo da dipendenza dal telefonino.

L'allarmismo premuroso aveva ricevuto un incoraggiamento quando l'anno scorso si è diffusa la notizia che nell'ICD 11, la classificazione internazionale delle malattie pubblicata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, il Disturbo da gioco digitale o videogiochi è stato incluso proprio nella categoria dei disturbi dovuti all'uso di sostanze. Tale decisione era basata sulle limitate evidenze scientifiche disponibili ma mirava a far partire dei programmi sanitari dedicati e un monitoraggio del disturbo e delle sue manifestazioni. Qualche anno prima, il Disturbo da abuso di internet era stato incluso nel DSM 5, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali a cura dell'Associazione di Psichiatria Americana, con l'intento di stimolare la ricerca sulla verifica dei criteri.

Negli ultimi mesi sono stati pubblicati diversi studi corposi e rigorosi che hanno fatto luce sui notevoli pregiudizi che hanno afflitto finora la ricerca stessa sull'impatto che le nuove tecnologie avrebbero per la vita e la crescita di bambini e ragazzi.

Tali tipi di ricerche sono molto complesse e per essere attendibili devono essere condotte su grandi numeri di soggetti. Difatti, tipicamente richiedono la somministrazione di lunghi questionari ai ragazzi e/o ai genitori, nei quali vengono registrate le abitudini quotidiane, il rendimento scolastico, le attività sportive, le attività del tempo libero, ecc. e, inoltre, vengono poste domande sul benessere psicologico (si tratta di domande che possono riguardare sintomi depressivi o ansiosi, disturbi del sonno, iperattività, agitazione, ecc.).

Una volta acquisiti i questionari compilati, il ricercatore si trova di fronte a una mole di dati e deve scegliere quali fattori confrontare e che metodo statistico usare. Queste scelte sono determinanti perché da esse dipenderà il quadro dei risultati finali e delle interpretazioni. Quindi se il ricercatore decide di analizzare l'associazione tra l'uso del telefonino e i sintomi depressivi, andrà a selezionare le due variabili tra le centinaia di colonne di dati e le immetterà nel suo modello statistico.

A questo punto possiamo ipotizzare che troverà una forte relazione tra il tempo di uso del telefonino e l'intensità dei sintomi depressivi. Questo risultato non vuol dire che l'uno sia causa degli altri o viceversa, ma che entrambi variano nella stessa direzione. Se il ricercatore è poco scrupoloso, pubblicherà un articolo scientifico nel quale sosterrà l'esistenza di un'associazione tra maggiore tempo d'uso del telefonino e maggiore depressione e invierà una nota alla stampa un po' più esagerata nella quale affermerà che i telefonini causano la depressione. Se invece il ricercatore è molto scrupoloso, sottoporrà quel risultato ad altri metodi statistici, non solo, andrà ad analizzare se ci sono anche altri fattori che possono spiegare quell'associazione. In tal modo, potrà effettuare una verifica contestuale a più livelli su cosa effettivamente determini un incremento di intensità dei sintomi depressivi.

È quello che hanno fatto Amy Orben e Andrew K. Przybylski in un articolo scientifico pubblicato lo scorso gennaio e per il quale hanno riesaminato i dati di tre indagini condotte negli Stati Uniti e nel Regno Unito tra il 2007 e il 2016 e relativi a più di 350.000 adolescenti di età compresa tra i 12 e i 18 anni. Applicando modelli complessi di analisi statistica, gli autori hanno distinto gli effetti di fattori negativi, neutrali e positivi sul benessere psicologico. Per tutte e tre le indagini, ad esempio, hanno rilevato che gli effetti negativi del bullismo sono di quattro volte superiori all'uso delle nuove tecnologie. D'altra parte, un sonno regolare ha un effetto positivo di circa due volte superiore rispetto all'uso delle tecnologie. Per quanto riguarda i fattori neutrali, ebbene, risulta che mangiare patate e portare gli occhiali hanno lo stesso effetto negativo dell'uso dei dispositivi digitali.

Soprattutto, Orben e Przybylski hanno dimostrato come, nello stesso insieme di dati, l'associazione tra l'uso delle nuove tecnologie e il benessere psicologico possa cambiare da negativa a positiva (da -.075 a +.05) in base alle variabili che un ricercatore decida di scegliere, senza tenere conto di tutte le altre variabili sullo sfondo.

Un'altra ricerca recente condotta dai ricercatori canadesi Heffer, Good, Daly, MacDonell e Willoughby ha portato risultati che nel clima attuale possiamo considerare inattesi. In questo caso, si tratta di uno studio longitudinale nel quale è stata analizzata l'associazione tra uso dei social media e sintomi depressivi a due anni di distanza. Nel loro complesso e al netto dell'effetto di altri fattori, gli autori hanno dimostrato che l'uso dei social media non è associato ai sintomi depressivi manifestati due anni dopo. Inoltre, nelle adolescenti è la maggiore intensità dei sintomi depressivi a predire due anni dopo un maggiore uso dei social media. Saranno altri studi a dover replicare questi effetti e a verificare se i social media forniscano un ruolo protettivo sul disagio psicologico.

Questi risultati sono del tutto opposti a quelli ottenuti in studi meno rigorosi da Jean Twenge, una psicologa statunitense che, dopo la neuroscienziata britannica Susan Greenfield, si è fatta paladina del disastro neuropsicosociale apportato dalle nuove tecnologie. È un caso che poi entrambe ne abbiano fatto una carriera mediatica.

Se lo stato delle conoscenze è questo e va arricchendosi di mese in mese con risultati del tutto opposti ai secolari preconcetti sull'uso delle nuove tecnologie da parte delle nuove generazioni, si può ritenere prematuro parlare di dipendenza sia tra gli esperti sia, ancora più fortemente, in un contesto di comunicazione pubblica che si presta ad alimentare stigma e discriminazioni nei confronti di chi per superficialità non si comprende appieno.

Anche considerando alcuni rari casi patologici di uso compulsivo di telefonini e dispositivi digitali, con ritiro dalla vita sociale e scolastica, è necessario approfondire l'impatto di molti altri fattori se si vuole veramente comprendere di che disturbo si tratti nel suo complesso, prima di eliminare quello che potrebbe essere l'unico mezzo di contatto con la realtà.

Limitarsi poi solo a parlare del tempo di uso del telefonino è senza senso se non si considera per cosa viene usato. Comunicare con gli altri, imparare le lingue, guardare delle video-lezioni di fisica o storia è molto diverso dal fare uno di quei giochi ripetitivi tipici degli adulti; creare le mappe concettuali, ascoltare i libri in sintesi vocale, seguire i video di matematica è determinante per i ragazzi con disturbi specifici di apprendimento; avere i propri giochi, poter guardare i propri cartoni animati e ascoltare le canzoni preferite è cruciale per un bambino con gravi disturbi del comportamento spaventato da un viaggio in aereo assieme a tante persone.

Non sorprenderà se anche i fumetti al loro esordio furono ispirazione ad alcuni accesi difensori della moralità che si specializzarono nella psicopatologia dei fumetti allo scopo di salvare i bambini dai danni alla loro crescita inflitti da quei disegni perversi.

È una storia che si ripete e si ripeterà, secondo l'avvertimento di Douglas Adams:

1. Tutto quello che è al mondo quando nasci è normale.
2. Tutto quello che viene inventato fino a quando hai 30 anni è incredibilmente eccitante e innovativo e con un po' di fortuna potresti farne una carriera.
3. Tutto quello che viene inventato dopo i tuoi 30 anni è contro l’ordine naturale delle cose e l'inizio della fine della civiltà come la conosciamo...

Se si vuole fare davvero qualcosa che aiuti le nuove generazioni ma anche quelle più anziane è farsi promotori di un'educazione digitale in tutte le sedi, a partire dalla scuola dell'infanzia e fino alle case di riposo.

Foto in anteprima via Pixabay.com

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