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Ha rivelato la macchinazione dei giudici contro Lula, ora il giornalista investigativo è accusato dal governo Bolsonaro di crimini informatici

30 Gennaio 2020 10 min lettura

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Ha rivelato la macchinazione dei giudici contro Lula, ora il giornalista investigativo è accusato dal governo Bolsonaro di crimini informatici

9 min lettura
Aggiornamento 7 febbraio 2020

Le accuse contro il giornalista americano Glenn Greenwald sono state respinte da un tribunale brasiliano. Restano in piedi invece quelle contro sei presunti hacker, che avrebbero passato i documenti riservati al reporter. Con un video postato sul suo account Twitter, Greenwald ha parlato di una decisione buona ma non sufficiente a proteggere la libertà di stampa. Per questo motivo, ha affermato, The Intercept continuerà il lavoro di inchiesta sull'archivio di documenti riservati, e si rivolgerà alla Corte Suprema per ottenere una sentenza che "protegga in modo duraturo il diritto a una stampa libera da ulteriori attacchi da parte del governo Bolsonaro".

 

 

Il giornalista investigativo americano Glenn Greenwald è sotto accusa in Brasile per “reati informatici” in seguito all’inchiesta pubblicata lo scorso giugno sul sito da lui fondato The Intercept. Basandosi su un’enorme mole di documenti riservati, Greenwald aveva rivelato i comportamenti illeciti e scorretti di alcuni magistrati brasiliani volti a escludere l’ex presidente Lula de Silva dalle elezioni politiche – poi vinte dal candidato di estrema destra Jair Bolsonaro.

Secondo la denuncia penale della Procura federale brasiliana – della quale ha parlato per primo il New York Times - Greenwald avrebbe partecipato attivamente nell’intercettazione illegale dei documenti, “aiutando, incoraggiando e guidando” un gruppo di hacker che erano riusciti a ottenere scambi di messaggi e chat tra figure chiave coinvolte in un’indagine anti-corruzione. Il giornalista ha sempre sostenuto di aver ricevuto le informazioni da una fonte anonima di cui nemmeno lui conosceva l’identità, valutando volta per volta l’autenticità dei documenti insieme ad altri colleghi anche di altri giornali.

Per Greenwald -  vincitore nel 2014 del premio Pulitzer per le inchieste basate sui documenti rivelati da Edward Snowden sulle attività della NSA - le accuse rappresentano un attacco «alla libertà di stampa» e «alla democrazia brasiliana».

L’indagine di The Intercept e le minacce

Come avevamo ricostruito su Valigia Blu, i giornalisti di The Intercept avevano rivelato comportamenti illeciti e scorretti di diversi procuratori federali coinvolti nel caso giudiziario dell’ex presidente Lula, condannato per corruzione e riciclaggio a 8 anni e 10 mesi di carcere in seguito all’indagine nota come “Operação Lava Jato” iniziata nel 2014, che ha scoperchiato tangenti legate alla compagnia petrolifera nazionale Petrobras e che ha portato in carcere centinaia di dirigenti, politici e intermediari.

Leggi anche >> Brasile, i giudici avrebbero cospirato contro l’ex presidente Lula. Lo scoop del sito investigativo The Intercept

Grazie a quei leak The Intercept ha pubblicato una serie di articoli, che avevano sollevato molti interrogativi sulla figura del giudice che aveva curato l’indagine giudiziaria, Sérgio Moro, diventato successivamente ministro della Giustizia del governo Bolsonaro.

L’inchiesta giornalistica mostra come nel corso di oltre due anni Moro abbia suggerito al procuratore capo Deltan Dallagnol - che stava portando avanti l“Operação Lava Jato” - di modificare la sequenza delle persone da indagare, insistito nel ridurre i tempi dei mandati di perquisizione e degli interrogatori, dato consigli strategici e suggerimenti informali, informato in anticipo i pubblici ministeri delle sue decisioni e dato consulenza per migliorare alcuni passaggi giudiziari. Dalle chat di Telegram emerge anche che Moro rimproverava ripetutamente Dallagnol, come se fosse un suo dipendente.

Altri documenti dimostrano che le prove per formulare l’impianto accusatorio a carico di Lula sarebbero state ritenute carenti. L’ex presidente del Brasile era accusato di aver ricevuto un appartamento di lusso sulla spiaggia di Guaruja per aver facilitato contratti multimilionari alla compagnia petrolifera statale Petrobras. Nelle chat, Dallagnol scriveva ai suoi colleghi di avere dubbi sugli elementi chiave su cui si basava l’accusa - che, se non provati, avrebbero fatto crollare tutto.

L’inchiesta, inoltre, mostra come i magistrati abbiano tramato contro il Partito dei lavoratori guidato da Lula, pensando a diverse strategie per bloccare, minimizzare o ritardare un’intervista che l’ex presidente avrebbe dovuto dare dal carcere all’importante quotidiano Folha de São Paulo dieci giorni prima le votazioni presidenziali. Il timore dei pubblici ministeri era che le parole di Lula avrebbero aiutato il Partito dei lavoratori a vincere le elezioni.

La serie di articoli di The Intercept ha scatenato molte polemiche in Brasile. Poco dopo la pubblicazione, i procuratori federali brasiliani hanno accusato il giornale di diffondere “contenuti distorti”, sfruttando “l’azione di hacker per travisare i fatti” e fare “gli interessi di criminali” colpiti dall’indagine giudiziaria. Su Twitter, riporta il Columbia Journalism Review, il ministro della Giustizia Moro si è riferito a The Intercept come a un “sito colluso con hacker criminali”.

A luglio Greenwald è stato chiamato a testimoniare davanti al Congresso brasiliano, dove ha subito duri attacchi da parte di esponenti del partito di Bolsonaro, che gli chiedevano di rivelare le sue fonti. «Se non provi queste informazioni, sono false e tu sei un bugiardo. Se le provi, allora sei un criminale perché hai hackerato il cellulare di qualcuno», ha detto in quell’occasione la deputata Carla Zambelli, mentre la collega Katia Sastre urlava che «chi dovrebbe essere giudicato e condannato e dovrebbe andare in prigione è il giornalista!». Un altro deputato, Carlos Jordy, ha chiesto che Greenwald fosse cacciato dal paese, e The Intercept chiuso.

Anche il presidente Bolsonaro stesso ha attaccato più volte Greenwald, addirittura paventando l’ipotesi che potesse fare qualche giorno di prigione.

Successivamente, sia un giudice della Suprema Corte che la Polizia Federale brasiliana hanno stabilito che il giornalista non doveva essere perseguito per aver ricevuto quei documenti privati hackerati.

Nel frattempo Greenwald e il suo compagno, David Miranda, deputato di sinistra del Partito socialismo e libertà (Psol), hanno ricevuto diversi messaggi di minacce di morte e violenza. Lo stesso è successo anche ad altri membri del team editoriale di The Intercept Brasil.

“Gli ultimi nove mesi della nostra vita sono stati pieni di attacchi di ogni tipo. Abbiamo ricevuto minacce di morte dettagliate, contenenti dati personali e non pubblici, a cui solo lo stato ha accesso. Molti messaggi sono stati diretti ai nostri due figli, a volte con dettagli raccapriccianti”, hanno scritto sul Guardian Greenwald e Miranda.

Le accuse a Greenwald

I magistrati brasiliani accusano Greenwald di far parte di “un’organizzazione criminale”, colpevole di diversi tipi di reati informatici. Come riportato in un articolo pubblicato da Wired, la denuncia si rivolge a sei membri del gruppo, mappandone le presunte relazioni e interazioni e affermandone il coinvolgimento in “frodi bancarie, clonazione di carte di credito, riciclaggio di denaro e altre truffe digitali come phishing e utilizzo di keylogger”. Il gruppo, inoltre, avrebbe hackerato dispositivi e condotto monitoraggi e intercettazioni delle conversazioni in tempo reale. La denuncia tenta di collegare Greenwald solo a una parte di queste ultime attività.

La Procura federale ritiene che quando un giornalista riceve informazioni segrete da una fonte e le trasmette al pubblico “senza partecipare direttamente alla violazione della riservatezza di tali informazioni” non si è in presenza di illeciti penali. Il documento però procede affermando che “la situazione è differente quando il ‘giornalista’ riceve materiale illecito mentre la situazione criminale è in corso e, consapevole di questo, mantiene i contatti con i responsabili e assicura persino che i criminali siano protetti, rendendo le indagini più difficili e riducendo le possibilità di responsabilità penale”.

Nella denuncia si legge che Greenwald non era inizialmente soggetto dell’investigazione su questo presunto gruppo di hacker, ma che una registrazione audio scoperta durante una perquisizione aveva indicato “la partecipazione diretta del giornalista nella condotta criminale”. L’audio si riferisce a una presunta conversazione tra Greenwald e il sospettato Luiz Henrique Molição. Ma, scrive Wired, la trascrizione inclusa nel documento d’accusa sembra stabilire solo che i due erano in contatto, e che Greenwald sapeva che i dati provenivano da account cloud di Telegram. La chiamata non sembra confermare che Greenwald avesse partecipato o facilitato l’hacking”.

La denuncia andrà ora davanti al giudice, che dovrà approvare o respingere le accuse.

The Intercept ha definito in un comunicato l’atto della Procura federale “l’ultimo esempio di giornalisti costretti ad affrontare gravi minacce in Brasile”. Greenwald ha respinto le accuse, che rappresentano “un chiaro tentativo di attaccare la stampa libera in rappresaglia per le rivelazioni che abbiamo riportato sul ministro Moro e sul governo di Bolsonaro”.

In un’intervista a National Public Radio, il giornalista ha raccontato le precauzioni che ha dovuto adottare in questi mesi, compreso il fatto che sia lui che il compagno si sono dovuti muovere con scorta armata e veicoli blindati a causa delle minacce di morte ricevute dal movimento di Bolsonaro. «È un movimento che chiede esplicitamente il ripristino della dittatura militare, o almeno la repressione che accompagna ciò che è in opposizione alla democrazia. Quindi usa mezzi d’intimidazione extra-giudiziali ed extra-giuridici, come minacce di morte, notizie false, violazioni della tua vita privata e illeciti vari», ha spiegato.

Greenwald ha precisato di non avere prove che il presidente Bolsonaro sia coinvolto nella decisione di incriminarlo, ma «sicuramente ha detto pubblicamente molte volte che avrei potuto passare del tempo in prigione o che avrei dovuto farlo. La ritorsione è sempre stata una possibilità, e ora è diventata realtà».

In molti hanno chiesto al fondatore di The Intercept e al marito se stiano considerando l’ipotesi di lasciare il Brasile. Il giornalista ha risposto di no: «Le nostre vite sono qui. Ho vissuto qui per 15 anni. Abbiamo due figli brasiliani. E, sai, se fai il giornalista credo che sia un obbligo affrontare le persone al potere quando queste si rendono protagoniste di corruzione o inganni, e ciò spesso comporta pericoli».

L’attacco alla libertà di stampa e le similitudini con il caso Assange

Mathew Ingram scrive su Columbia Journalism Review che affermare che Greenwald abbia cooperato con gli hacker – così come è scritto nel documento della Procura federale – costituisce una strategia precisa: “Provare a dipingere un giornalista come un partecipante attivo di un reato”. Per Ingram si tratta un odioso attacco alla libertà di stampa, nonché un copione già visto: “Il caso sembra essere quasi una copia carbone di quello presentato un anno fa dal Dipartimento di Giustizia americano contro il fondatore di WikiLeaks Julian Assange.”

Esattamente come il governo brasiliano, i pubblici ministeri Usa tentano di sostenere che Assange non ha solo ricevuto le informazioni riservate, ma attivamente partecipato nelle attività per ottenerle, e quindi non merita la protezione del primo emendamento.

Ingram afferma che “a prescindere da cosa si pensi di Julian Assange o di WikiLeaks, il caso che lo riguarda è un evidente attacco al giornalismo”, così come quello contro Glenn Greewald “è un evidente attacco da parte di Bolsonaro verso qualcuno che è diventato per lui una spina nel fianco”.

Una riflessione simile è stata pubblicata sul WashingtonPost da Edward Snowden, secondo cui le accuse rivolte a Greenwald sono tanto ridicole quanto pericolose, e non solo per il co-fondatore di The Intercept: “Sono una minaccia alla libertà di stampa ovunque. Il teorema usato dai magistrati brasiliani – che i giornalisti che pubblicano documenti riservati fanno parte di una ‘associazione a delinquere’ assieme alle fonti che hanno procurato quei documenti – è virtualmente identico a quello usato dall’amministrazione Trump contro Assange”.

Il paragone è stato fatto anche da James Risen, vincitore del Premio Pulitzer nel 2006 con un’inchiesta sul programma di spionaggio interno della National Security Agency e reporter per The Intercept a Washington.

Sul New York Times il giornalista ricorda che quando l’anno scorso il fondatore di WikiLeaks è stato accusato dall’amministrazione Trump di spionaggio, molti colleghi “hanno espresso preoccupazione per il precedente pericoloso che il caso avrebbe potuto rappresentare per il giornalismo investigativo in America”. In pochi, però, “sembrano aver riflettuto sul fatto che il caso sarebbe potuto servire anche come modello per altre nazioni desiderose di limitare la libertà di stampa”.

Le vicende che coinvolgono Greenwald e Assange, secondo Risen, “si basano in parte su un nuovo concetto di accusa”, e cioè che si “può provare che il giornalismo sia un reato, focalizzandosi sulle interazioni tra i reporter e le loro fonti. I pubblici ministeri stanno analizzando i processi attraverso cui le fonti ottengono informazioni classificate o private e poi le trasmettono ai giornalisti. Dal momento che queste interazioni sono in larga parte elettroniche, stanno cercando di criminalizzare il giornalismo ricorrendo alle leggi anti-hacking per coinvolgere i reporter nella presunta attività criminale portata avanti dalle fonti per ottenere accesso ai dati su computer o telefoni senza autorizzazione”.

Risen ritiene che questo approccio dia al governo una grossa arma di ricatto sui giornalisti: “Se questi casi diventano modelli seguiti dai pubblici ministeri negli Stati Uniti e in altre nazioni, praticamente ogni reporter investigativo potrà essere soggetto ad accuse penali e rischiare il carcere”.

Greenwald stesso ha riconosciuto le somiglianze tra il suo caso e quello di Assange, aggiungendo di essere convinto che Bolsonaro non avrebbe agito allo stesso modo contro un giornalista americano se avesse avuto il sospetto di una reazione da parte del presidente Usa. «Bolsonaro adora Trump, e il suo governo sta ricevendo il segnale da Trump che questo tipo di comportamento è accettabile», ha detto. E, in effetti, dall’amministrazione statunitense non è arrivato alcun commento sulla vicenda.

Secondo Joshua Dratel, avvocato di New York che ha difeso numerosi whistleblower, «si tratta di prendere di mira giornalisti che pubblicano informazioni imbarazzanti, non come il 90% dei leak che arrivano da Washington, che sono fughe di notizie ufficiali progettate per supportare coloro che sono al potere».

Risen ritiene che la retorica e le azioni anti-stampa di Trump abbiano incoraggiato regimi autoritari in giro per il mondo a perseguire e imprigionare giornalisti, nonché a imporre nuove leggi contro la stampa e altre misure pensate per limitare le notizie scomode. “Sarebbe tragico se i giornalisti sottovalutassero l’attacco contro Greenwald, e non vedessero ciò che realmente significa il suo caso: che attacchi alla stampa simili a quelli di Trump si stanno diffondendo come un virus in tutto il mondo”.

Foto via FoxNews

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