Alfano esulta, ma la battaglia propagandistica contro l’ISIS la stiamo perdendo


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In collaborazione con i giornali locali Gruppo L'Espresso

L'arresto di due sospetti jihadisti a Brescia, accusati di pianificare attentati terroristici in suolo italiano e di diffondere materiale propagandistico pro-ISIS in rete, ha fatto esultare il ministro dell'Interno, Angelino Alfano. È «un'ulteriore prova che il monitoraggio del web consente un'azione di prevenzione molto efficace», si è affrettato a dettare alle agenzie, mentre su Twitter riassumeva su toni analoghi:

Proviamo a tralasciare il fatto che Alfano non ha perso occasione, specie da Charlie Hebdo in poi, per sostenere al contrario che i contenuti pro-Jihad avrebbero dovuto scomparire dalla rete il più velocemente possibile, idealmente non appena pubblicati (è questo il senso della "black list" approvata con le nuove norme antiterrorismo): se il ministro avesse vinto la sua impossibile battaglia per la rimozione istantanea, ora gli inquirenti non disporrebbero dei tweet che hanno dato il via alle indagini, lo scorso aprile.

Quanto all'"allerta precoce" di cui parlava il ministro, basti ricordare che i tweet in questione erano stati reperiti da SITE, ossia dalla società for profit di Rita Katz, e solo da lì erano giunti - ingigantiti dallo scandalismo dei media italiani, che li avevano dipinti come i "selfie di ISIS" - all'opinione pubblica e al vaglio delle autorità. Il tutto per contenuti anche presenti in rete da un anno. Insomma, non esattamente un successo in termini di prevenzione tempestiva.

Mentre Alfano esulta, il resto del mondo dispera

Ma è il trionfalismo più complessivo del ministro a lasciare di sasso, in un contesto in cui gli esperti di propaganda, media e terrorismo e perfino l'amministrazione Obama non fanno che ripetere che la strategia di proselitismo, arruolamento e diffusione dell'utopia del Califfato in rete è attualmente senza risposte soddisfacenti; e in cui "lupi solitari" più o meno ispirati a ISIS colpiscono dove e come vogliono nonostante in molti casi fossero da tempo nel mirino delle intelligence Occidentali, e dunque proprio all'interno di quel controllo preventivo via web che – come ha mostrato dati alla mano anche il dibattito sollevato da Edward Snowden per il post-11 settembre – si è rivelato al contrario più adeguato agli abusi sui diritti umani di milioni di innocenti che al contrasto dei piani dei terroristi. Mentre Alfano canta vittoria – pur sapendo, certo, che «nessun Paese è a rischio zero» – il resto del mondo registra la sconfitta.

"La nostra narrativa è surclassata da ISIS", annotava nell'esempio forse più eclatante il Dipartimento di Stato USA in un memo pubblicato il 12 giugno dal New York Times. Ma basta una rapida ricerca in rete per farsi un'idea dello stato dell'arte in materia, in particolare riguardo al funzionamento delle strategie di contropropaganda: stiamo perdendo, questo è il messaggio, e senza nemmeno capire esattamente chi sia il nemico, cosa voglia, e come combatterlo. «ISIS is ahead of us», come ben sintetizza William McCants alla NBC.

Dentro la strategia propagandistica del "Califfato virtuale"

Che il globo intero debba dunque prendere lezioni dall'Italia? Una rapida consultazione della letteratura su Califfato e propaganda online porta a escluderlo. L'urgenza di compiere almeno un primo passo, cioè comprendere davvero le strategie dei terroristi e l'ideologia di fondo che li muove, è nota da tempo. Di "questioni fondamentali senza risposta" avevano scritto J.M. Berger e Jonathon Morgan nel primo reale "censimento" della presenza di ISIS su Twitter. E il collega alla Brookings Institution, Cole Bunzel, aveva segnalato in apertura al suo bel lavoro proprio sull'ideologia dello Stato Islamico lo sconsolato parere del comandante delle Operazioni speciali del Comando Centrale USA, Michael K. Nagata, a dicembre 2014: "Non abbiamo sconfitto l'idea. Non l'abbiamo nemmeno compresa".

Nei giorni scorsi la Quilliam Foundation ha pubblicato un articolato saggio di Charlie Winter (The Virtual 'Caliphate': Understanding Islamic State's Propaganda Strategy) che compie un passo ulteriore: senza una vera e propria "rivoluzione" nella nostra strategia di contrasto, la propaganda di ISIS continuerà a vincere la "battaglia delle idee", sempre più considerata cruciale quanto quella militare.
Ed è da quelle pagine che provengono diverse considerazioni fattuali che contribuiscono a riportare le affermazioni di Alfano alla realtà.

The Virtual Caliphate Understanding Islamic States Propaganda Strategy (1)

Studiando il materiale propagandistico apparso in rete nell'ultimo anno – con una cadenza, precisa lo studioso, di «tre video e quattro resoconti fotografici» al giorno – e conducendo svariate interviste con membri attuali e passati dell'organizzazione, Winter sostiene che manca un ragionamento complessivo che inquadri esaustivamente l'autorappresentazione del Califfato e la porti oltre il solo riportarne la violenza e l'apparente irrazionalità.

Una lacuna nella ricerca che ci rende impossibile comprendere come mai ISIS attragga così tanti foreign fighters e perché eserciti un fascino simile anche su soggetti apparentemente integrati, come i due arrestati a Brescia. Prima di tutto, attenzione a scambiare la propaganda sui social media come unico o principale mezzo per incamminarsi sulla strada che porta a ISIS. Scrive Winter: «la propaganda dell'organizzazione non è l'unica responsabile della radicalizzazione degli individui, né tantomeno del loro unirsi alla causa jihadista all'estero o dello sferrare attacchi domestici». Anzi, «è cruciale comprendere come i social media non sono la ragione della radicalizzazione o del reclutamento", proprio come in passato non lo erano le "moschee radicali».
Insomma, «Le persone non sono né radicalizzate né reclutate dalla propaganda. Dev'esserci sempre un influencer esterno in carne e ossa che scateni e accompagni il processo di radicalizzazione».

Nel caso del duo bresciano pare ci fossero contatti con soggetti in Tunisia, ma l'addestramento in Siria era ancora solo un desiderio. E a che serve il monitoraggio ossessivo della rete per tutti quei soggetti che, saggiamente, non la usino? Ancora, non è detto i piani fossero concreti. In primo luogo, il web è servito come rivelatore di pericolo per l'incredibile mancanza di accortezza dei sospettati. Diffondere minacce su Twitter lascia tracce utili alle forze dell'ordine, e i vertici di ISIS lo sanno bene dato che – come scrivono Berger e Morgan – sono stati più volte costretti a ricordare ai loro propagandisti di non abilitare la geolocalizzazione sui tweet, e di non disseminare in rete dettagli che potrebbero rivelare posizioni e piani di terroristi e "lupi solitari". Parlarne al telefono, e in italiano, è un altro passo falso da principianti.

Quanto alle minacce, si parla di basi militari ma anche di accendere un mutuo per poi non ripianare il debito e a questo modo mandare in crisi l'economia italiana. Ingenuo non significa automaticamente innocuo, ma certo si tratta di fattori da considerare.
E all'interno di un quadro più ampio, in cui secondo Winter gran parte della diffusione della propaganda di ISIS online è affidata in outsourcing a gruppi di simpatizzanti che copiano, incollano e ripetono ossessivamente i messaggi propagandistici, ma che soprattutto sono perlopiù «volontari senza alcuna affiliazione formale con la macchina mediatica dello Stato Islamico». E in ogni caso, «chiunque siano, anche se hanno giurato la loro adesione all'organizzazione, molto spesso non hanno alcuna intenzione di combattere – la loro 'Jihad' è dichiarata solo su Internet».

A lezione da Ellul

Ma è nell'applicazione a ISIS della teoria di Jacques Ellul, e del suo 'Propaganda: the Formation of Man's Attitude' del 1962, che il lavoro di Winter fornisce le indicazioni più utili. Nel sociologo francese, la propaganda non è un modo per piantare nuove idee, ma per rinforzare e sviluppare - “combinare e cristallizzare” - le vecchie che già possediamo.

Ed «è più potente quando ci sentiamo smarriti in essa», quando ci circonda, quando vi partecipiamo e traiamo soddisfazione: «la prima intenzione del propagandista è creare una sorta di simbiosi tra sé e chi riceve la sua propaganda», riassume lo studioso, sottolineando come quella simbiosi funzioni ancora meglio quando la linea di demarcazione tra chi la produce e chi la consuma sfuma: da questo punto di vista, niente di meglio dei social media e della disintermediazione che producono.

Propaganda is not just a means of securing support, but is a way to activate an individual’s participation in the transmission of ideas while they remain under the illusion of independent thought

Regolarità e coerenza nei messaggi propagandistici diventano dunque un imperativo, ed è per questo che ISIS si è dotato di una vera e propria struttura che nessun arresto di simpatizzanti e supporter può scalfire.

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Winter classifica poi la propaganda di ISIS entro sei principali categorie narrative: brutalità, indulgenza, vittimizzazione, guerra, appartenenza e quella che le racchiude e completa tutte, l'utopia del Califfato che sorgerà dopo la battaglia della fine dei tempi di cui avevano scritto con estrema chiarezza Hassan Hassan e Michael Weiss.

Il fulcro, detto altrimenti, non è la violenza ma il sogno, un ideale complesso e incarnato che la propaganda si propone di confermare e rinnovare a ogni messaggio, contribuendo al processo di distaccamento dal reale del bersaglio e il suo conseguente rinchiudersi in pregiudizi sempre più manipolati e saldi. Winter usa la metafora della "echo chamber", che in rete risuona dai tempi di Republic.com di Cass Sunstein ma che oggi trova la sua applicazione forse più inquietante.

Per questo ai contenuti negativi, sanguinolenti, si accompagnano quelli positivi, su quanto sia lieta e serena e retta la vita nel Califfato. Un misto che di norma è in equilibrio, dice Vocativ sulla base di dati prodotti da proprie analisi, ma che durante il Ramadan – complice la chiamata alle armi e alla violenza, e il fatto che solo l'1% del materiale analizzato fosse destinato all'Occidente – ha visto prevalere gli elementi negativi, che sommano a un totale del 66% di tutte le comunicazioni ufficiali dell'organizzazione nel periodo considerato: Screen Shot 2015-07-22 at 16.22.36 I messaggi restano tuttavia diversificati a seconda del pubblico e del luogo di destinazione. E di nuovo, è Ellul a poterci venire in soccorso: «one cannot make just any propaganda any place for anybody», scriveva il filosofo. Winter traduce il principio e lo cala nella realtà concreta e quotidiana dell'operatività di ISIS:

(...) the means by which different audiences are exposed to Islamic State’s propaganda vary widely, as does the way in which they engage with it: opponents, viewing it involuntarily, are menaced by it; hostile publics, exposed to it through the media, are outraged by it; active members seek it out, derive satisfaction and legitimation from it; potential recruits come across it organically, and have their passage to active membership catalysed by it; and enlisters use it at ‘evidence’ to convince their would-be colleagues to sign up. Disseminators and proselytizers, two categories between which there is much overlap, seek it out and, again like members, derive satisfaction from it. However, for these individuals, the reward is in dissemination and participation as much as it is in consumption.

La propaganda di ISIS contro se stessa

Che fare? Una strada è usare le armi propagandistiche di ISIS contro ISIS. C'è chi, come gil jihadisti di Derna, in Libia, non si fa scrupoli a replicarne anche la barbarie, inscenando una gogna in stile Cersei Lannister - ma finita con un'esecuzione - per uno dei leader dell'organizzazione.

Ma ci sono anche tentativi di conciliare il tutto con la democrazia. I contropropagandisti USA per esempio hanno cominciato a servirsi dello stesso immaginario – che poi è il nostro – rimasticato da ISIS per sovvertirne i messaggi, e mostrare l'atrocità della vita nel Califfato con lo stesso nitore con cui quest'ultimo si dipinge come un paradiso terrestre in attesa di un paradiso e basta. L'idea è usare la violenza contro se stessa. Non è detto che funzioni, specie in assenza di una strategia complessiva e concertata. Ma di certo ha più probabilità di cogliere il fenomeno alla radice dei proclami di Alfano.

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