La cospirazione di Hollywood contro Google

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Aggiornamento 30/04/2016
L'azione legale intentata da Google nei confronti del Procuratore del Missisippi, Jim Hood, si è conclusa l'8 aprile con il rigetto in sede di appello delle richieste di Google, dopo aver ottenuto l'ingiunzione contro Hood in primo grado . Detta così appare una vittoria del Procuratore, ma in realtà a leggere bene la sentenza si tratta di un vero e proprio atto di accusa nei confronti di Hood.

La quinta sezione della Corte di Appello sostiene che nessuna delle azioni di Hood hanno effettivamente portato ad un danno per Google, e quindi il tribunale distrattuale sbaglia a concedere l'ingiunzione contro il Procuratore.
Ma la Corte chiarisce anche che la citazione di Hood era ridicola e non aveva alcuna possibilità di superare un controllo giurisdizionale.

Il 22 aprile il Procuratore Hood ritira il caso contro Google, che quindi deve ritenersi ormai chiuso. In realtà Hood potrebbe agire nuovamente contro Google, ma dopo tutti i soldi che l'MPAA ha perso suportando questo tipo di azione, appare difficile che il Procuratore trovi sostenitori alla sua azione.

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Alla fine del 2014 un gruppo di hacker, i Guardians of Peace, sottraggono alla Sony Pictures 250 gigabyte di documenti interni e rilasciano il materiale in rete. I media coprono la notizia enfatizzando il gossip sui film e in particolare su The Interview, ma ad alcuni commentatori non sfugge la prova di qualcosa molto più importante: il progetto Golia.

Da uno scambio di mail tra l'avvocato Steven Fabrizio, consulente della MPAA(Motion Picture Association of America, associazione formata per promuovere gli interessi degli studi cinematografici), e le principali major, si evince un clamoroso piano per costringere Google ad accordarsi con l'industria del copyright, al fine di bloccare la pirateria online. Si delinea un vero e proprio progetto di supporto alle attività dei procuratori generali, fino a spingersi alla ricerca e forse alla creazione di prove contro Google. Si tratta di una massiccia campagna di stampa contro l'azienda di Mountain View, il cui approdo finale è una azione giudiziaria tramite procuratori generali “supportati” dall'industria.

Google rifiuta di commentare la vicenda, limitandosi a pubblicare un post del senior vice president Ken Walker, il quale si dice estremamente preoccupato per il tentativo da parte dell’MPAA di far rivivere il progetto di legge SOPA, bocciato dal Congresso per l'opposizione dell'opinione pubblica, colludendo con l’AG (Attorney General, cioè Procuratore Generale) del Mississippi Hood (il Mississippi è uno Stato che non ha alcuna correlazione con la produzione di film).

Il Procuratore Generale del Mississippi Jim Hood
Il Procuratore Generale del Mississippi Jim Hood

Jim Hood è il procuratore che aveva già avviato azioni giudiziarie contro Google, accusandola di trarre profitto “da numerose attività illegali online, che vanno dalla pirateria alla vendita di droghe illegali”. Una lettera di avvio della procedura in realtà risulta redatta da Jenner & Block, lo studio dell’avvocato Fabrizio.

Di seguito Google avvia un'azione legale per bloccare l’iniziativa giudiziaria del Procuratore Hood, sottolineando che l’indagine nasce da pressioni lobbistiche dell’MPAA.

Le motivazioni di Google sono le seguenti:
- la sezione 230 del Communications Decency Act prevede la non responsabilità degli intermediari della comunicazione per i contenuti immessi dagli utenti;
- il Primo Emendamento protegge Google e le modalità di organizzazione dei contenuti, così come numerosi tribunali hanno statuito; il governo non può imporre al motore di ricerca quali risultati pubblicare così come non può imporre ad un giornale gli editoriali;
- la citazione (subpoena) del tribunale viola il Quarto Emendamento richiedendo informazioni relative ad una attività palesemente lecita;
- la citazione riguarda per lo più violazioni del copyright che è materia federale, non di competenza del procuratore generale.
In breve, Jim Hood si occupa di cose delle quali non capisce e per le quali non ha alcuna competenza.

Nella sua difesa Google evidenzia tutte le “minacce” portate avanti dal procuratore Hood, fino al tentativo di impostare un collegamento diretto tra i procuratori e i motori di ricerca al fine di cancellare dal web in pochissime ore contenuti ritenuti illeciti dai procuratori medesimi (ricordiamo che il procuratore generale negli Usa è un funzionario del governo, non un magistrato).

Google evidenzia inoltre tutti gli sforzi dell'azienda per deindicizzare i contenuti in violazione delle leggi, compreso la predisposizione di un tool per consentire segnalazioni veloci ai procuratori. Questo strumento, precisa Google, è stato usato solo 7 volte dal procuratore Hood che non ha mai perseguito i soggetti che hanno effettivamente immesso i contenuti illeciti online.
Insomma, secondo Google, Hood in realtà non è affatto interessato a rimuovere contenuti illeciti quanto piuttosto ad attaccare e screditare Google stesso.

Il 27 marzo del 2015 il tribunale federale pronuncia una sentenza devastante per il procuratore generale Hood. Non solo blocca la sua ingiunzione, ma rileva che vi è “significant evidence of bad faith” da parte di Hood, il quale, ossessionato da Google, ha cercato di usare la sua autorità per imporre a Google modifiche illecite del motore di ricerca.

Estratto della sentenza
Estratto della sentenza

Sulla base dei documenti trapelati dalla Sony, alcuni presentati in giudizio, il procedimento avviato dal procuratore Hood appare essere effettivamente gestito dalla MPAA. I documenti rivelano un eccezionale coinvolgimento della MPAA e dello studio Jenner negli affari del procuratore del Mississippi, la MPAA e lo studio Jenner hanno incontrato ripetutamente il procuratore Hood, hanno ospitato raccolte fondi della campagna del procuratore e dati contributi per il procuratore, hanno scritto atti poi firmati dal procuratore, hanno stabilito una presenza nelle vicinanze mantenendo contatti continui col procuratore.
L'intera indagine sembra essere un tentativo di convincere l'opinione pubblica che è illegale per Google far trovare cose che alla gente non piace vedere online, un vero e proprio tentativo di discredito dell'attività del motore di ricerca.

In questa prospettiva due aspetti appaiono rilevanti.
Innanzitutto Hollywood ha sempre sostenuto di non avere nulla anche fare con tutto ciò, negando anche l'evidenza e le mail trapelate. Tuttavia nel prosieguo dell'azione giudiziaria, il 23 luglio Google presenta un nuovo documento, si tratta di una mail tra due avvocati del procuratore Hood e l'MPAA, dove si parla del grande piano per attaccare Google.

Assuming Google does not fully respond to the request… we propose the following steps:
- (…)
- NAAG Session...

Si tratta di intervenire al meeting della National Association of Attorneys General (NAAG) al fine di influenzare altri procuratori.

- Reaserch: Research possible cause of action against Google, and prepare memo for distribution to Ags. Our attorneys are researching and preparing this memo”.

- Media: We want to make sure that the media is at the NAAG meeting. We propose working with MPAA (Vans), Comcast, and NewsCorp (Bill Guidera) to see about working with a PR firm to create an attack on Google (and others who are resisting AG efforts to address online piracy). This PR firm can be funded through a nonprofit dedicated to IP issues. The "live buys" should be available for the media to see, followed by a segment the next day on the Today Show (David green can help with this). After the Today Show segment, you want to have a large investor of Google (George can help us determine that) come forward and say that Google needs to change its behavior/demand reform. Next, you want NewsCorp to develop and place an editorial in the WSJ emphasizing that Google's stock will lose value in the face of a sustained attack by AGs and noting some of the possible causes of action we have developed”.

Estratto della prova esibita in giudizio da Google Inc. (mail)
Estratto della prova esibita in giudizio da Google Inc. (mail)

Questo è il secondo aspetto rilevante. Gli avvocati di Hood ammettono che si aspettano che l'MPAA e gli studios facciano eseguire alle loro testate editoriali una campagna coordinata di propaganda contro Google.
In breve Hood e la MPAA pianificano un attacco mediatico contro Google utilizzando testate editoriali che normalmente sostengono di essere indipendenti dalla proprietà del giornale. È da notare, invece, che il pezzo del Wall Street Journal avrebbe dovuto essere basato sulle argomentazioni sviluppate dagli avvocati di Hood, pezzo che dovrà avere conseguenze sul valore di mercato del titolo azionario di Google (con alterazione dei risultati di Borsa).

Ma che i giornali non fossero proprio così “indipendenti” era apparso anche all'epoca del SOPA strike, lo sciopero bianco delle aziende del web contro le leggi SOPA e PIPA, quelle leggi che l'industria del copyright voleva fortemente e che ritengono che il principale antagonista, e propugnatore della mancata approvazione, sia proprio Google. Lo conferma uno studio del 2012 che evidenzia come i maggior media americani abbiano di fatto assolutamente trascurato le suddette leggi e le critiche ad esse.
Ed ulteriore conferma si è avuta proprio al trapelamento dei Sony leaks, quando i media hanno coperto la notizia parlando di tutto il gossip relativo ai film, senza alcun accenno al clamoroso Progetto Golia.

Tornando alla mail:

- AG action: As a final step, if necessary, we propose that Ags will issue CIDs to Google”.

L'ultimo passaggio nella strategia anti Google è, appunto, citare in giudizio il motore di ricerca. Come poi è appunto avvenuto.

Dai documenti trapelati dalla Sony e dalla documentazione prodotta in giudizio da Google appare una vera e propria cospirazione contro il motore di ricerca, sfruttando l'autorità dei procuratori, opportunamente invogliati, con cene ed altro, per imporre a Google delle modifiche agli algoritmi che andassero incontro ai desideri dell'industria del copyright, insomma un motore di ricerca addomesticato a favore dell'industria del copyright.
Col Progetto Golia sono stati spesi centinaia di migliaia di dollari dei contribuenti per imporre a Google delle modifiche che la legge non richiede.

Si tratta del deliberato tentativo di modificare un'attività imprenditoriale privata per fornire un vantaggio competitivo ad un attore in uno specifico mercato, una violazione grave delle regole anticoncorrenziali perché i produttori di contenuti iscritti all'associazione di categoria avrebbero avuto una posizione di privilegio per i loro prodotti, potendo così eliminare la concorrenza dei produttori indipendenti.

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