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Le ONG incentivano le partenze e i morti in mare, le migrazioni sono colpa della Francia: la disinformazione smontata punto per punto

22 Gennaio 2019 19 min lettura

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Le ONG incentivano le partenze e i morti in mare, le migrazioni sono colpa della Francia: la disinformazione smontata punto per punto

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di Andrea Zitelli e Angelo Romano

Aumentano i naufragi e tornano i morti nel mar Mediterraneo perché gli scafisti sono incentivati dalla presenza delle navi delle ONG a trafficare esseri umani su gommoni di fortuna. Commentando la notizia della morte di migranti, naufragati al largo delle coste libiche tra venerdì e sabato scorso, il ministro dell’Interno Matteo Salvini non ha esitato a individuare nel cosiddetto “pull factor” (ndr, fattore di attrazione) la causa del nuovo naufragio tra l’Africa e l’Italia.

Il gommone era stato avvistato venerdì sera al largo di Tripoli. La ONG Sea Watch aveva subito contattato le autorità italiane, offrendosi di aiutare i soccorsi, subito dopo aver avvistato venerdì scorso il gommone al largo di Tripoli ma la Guardia Costiera italiana aveva poi girato l’offerta alla Libia, «quale autorità coordinatrice dell’evento (...) come previsto dalla normativa internazionale sul Sar», dopo aver verificato che «la Guardia Costiera libica fosse a conoscenza dell’evento in corso all’interno della sua area di responsabilità, assicurando la massima collaborazione», ricostruisce il Corriere della Sera. Nella notte, poi, un elicottero della Marina Militare italiana è riuscito a salvare tre naufraghi mentre “una nave mercantile dirottata dai libici, giunta in zona, non ha trovato alcuna traccia dell’imbarcazione”.

Per Salvini, il naufragio è l’ennesima prova che «se riapri i porti, se permetti che tutti vaghino per il Mediterraneo, ritornano i morti» e che a favorire le partenze sarebbe la presenza delle ONG. «Tornano i naufragi nel mar Mediterraneo, ripartono i barconi, si tornano a contare i morti. Sarà una coincidenza che da tre giorni c’è una nave di una ONG, proprietà olandese equipaggio tedesco, che gira davanti alle coste della Libia ed è un caso che gli scafisti tornano a far partire barchini, barconi e gommoni mezzi sgonfi che poi affondano e poi si contano i morti e i feriti? Se lo scafista sa che se mette in mare questi disperati c’è la possibilità che qualcuno possa tornare a fargli guadagnare quattrini, torna a farlo. Più ne partono più ne muoiono», ha affermato il ministro dell’Interno in un video pubblicato sul suo profilo Facebook.

Salvini ha poi spiegato che rispetto allo scorso anno, quando c’era un altro Governo, si è registrato un calo degli arrivi del 94%, che si traduce in meno problemi per l’Italia e meno morti.

Ma le cose stanno realmente così? Le ONG (attualmente nel Mar mediterraneo è presente solo Sea Watch) sono un fattore di attrazione? Esiste un rapporto tra la loro presenza e l'aumento di morti in mare?

  • Pull factor (cioè un “fattore di attrazione”)

Come avevamo riportato in un precedente articolo, negli anni esperti e studi hanno mostrato che non esiste un rapporto di cause ed effetto tra presenza di navi di ricerca e soccorso in mare e partenze di migranti dalla Libia. Una mancata correlazione che Matteo Villa, ricercatore dell'ISPI (cioè l'Istituto per gli studi di politica internazionale), ha ribadito pochi giorni fa.

Alla stessa conclusione Villa era arrivato nel maggio scorso all'interno di un fact-checking su diverse questioni legate ai flussi migratori, in cui si legge che "a determinare il numero di partenze tra il 2015 e oggi sembrano essere stati dunque altri fattori, tra cui per esempio le attività dei trafficanti sulla costa e la 'domanda' di servizi di trasporto da parte dei migranti nelle diverse località libiche".

Su Twitter, Villa ha inoltre chiarito dubbi e risposte a domande sul metodo utilizzato nella sua analisi:

Sempre su Twitter è nato un confronto sul fatto che in mancanza di una correlazione o di causalità, non si possono falsificare teorie come quella del push factor, ad esempio.

Il ricercatore dell’ISPI aggiunge inoltre che l’onere della prova spetta comunque a chi sostiene una tesi e che spiegare che al momento non esiste una correlazione ha comunque un valore nel discorso

La tesi di un "pull factor" delle ricerche e soccorso era stata sollevata nel rapporto Risk Analysis 2017 di Frontex (cioè l'Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera) in cui si leggeva che tra le “conseguenze involontarie” delle operazioni in prossimità delle coste della Libia c'è quella di “agire da pull factor, aggravando le difficoltà legate al controllo delle frontiere e al salvataggio in mare”. Su questa possibilità, diverse autorità internazionali e nazionali avevano però espresso un parere negativo, come avevamo ricostruito in questo approfondimento di maggio 2017:

"Per Federico Soda, Direttore dell’Ufficio di Coordinamento per il Mediterraneo dell'OIM, non solo «la presenza di navi nel Mediterraneo non rappresenta un fattore di attrazione», ma «parlare di pull factor è fuorviante», perché i migranti sono spinti da tanti altri fattori «tra cui il principale è il deterioramento delle condizioni di vita in Libia, e sono sempre di più le persone che scappano in quanto vittime di violenze e abusi».

In audizione al Comitato Schengen della Camera dei deputati (...), il contrammiraglio Nicola Carlone, capo del reparto Operazioni della Guardia Costiera, ha espressamente precisato che la presenza delle ONG «non comporta quello che viene detto fattore di attrazione» e «non dà impulso alle partenze», poiché si tratta di un fenomeno «governato esclusivamente a terra, secondo modalità decise dalle organizzazioni criminali».

Ugualmente, in Commissione Difesa al Senato il comandante generale del Corpo delle Capitanerie di porto, Vincenzo Melone, ha spiegato che l'area di ricerca e soccorso «non è la causa di questo evento epocale, né può essere la soluzione, che deve essere politica. La gestione dei soccorsi in mare è sintomo di una malattia che nasce e si sviluppa altrove, sulla terraferma, ed è li che bisogna intervenire».

Sempre a Palazzo Madama, (...) l'ammiraglio Enrico Credendino, comandante di EunavforMed – operazione Sophia, ha precisato che più che di pull factor bisognerebbe parlare di push factor, cioè di quei fattori che spingono i migranti a partire: «Ho incontrato cinque ambasciatori del Sahel a New York, ai quali ho detto che noi probabilmente come Unione europea non spieghiamo ai loro cittadini i rischi dei viaggi nel Mediterraneo. Tutti e cinque mi hanno risposto che mi sbagliavo, e che chi parte sa esattamente quello a cui va incontro: sa che molti moriranno nel deserto, che le donne verranno abusate durante il viaggio, che le famiglie saranno distrutte. Ciononostante scelgono di partire e accettano i rischi piuttosto che restare a casa loro». Credendino ha poi ricordato che anche Mare Nostrum era stata accusata di essere fattore d'attrazione, ma «quando è terminata e quattro mesi dopo è iniziata Mare Sicuro non c'è stato un decremento delle partenze, anzi. Il che vuol dire che questo collegamento tra fattore attrazione e navi in mare non è così immediato»".

  • ONG e morti in mare

Altra questione è quella della presenza ONG in mare e l’aumento dei morti in mare. Anche in questo caso, il ricercatore dell’ISPI ha mostrato che non esiste una correlazione:

Gli sbarchi in Italia sono calati dell’80% tra il 2018 e il 2017. Un diminuzione iniziata a partire da luglio di due anni fa  – grazie principalmente all'accordo raggiunto a febbraio in Libia con le milizie locali dall’allora ministro dell’Interno Marco Minniti durante il governo Gentiloni e il sostegno alla cosiddetta “guardia costiera libica” – e poi proseguita durante il governo Conte. Inoltre, secondo le fonti ufficiali, in termini assoluti nel 2017 lunga la rotta del Mediterraneo centrale sono morti o dispersi 2872 persone, mentre lo scorso anno 1311. Ad aumentare, invece, è stato il tasso di mortalità di chi ha tentato la traversata. Lo scorso settembre l’UNHCR denunciava che “tra gennaio e luglio 2018, nel Mediterraneo centrale abbia perso la vita o risulti dispersa una persona su 18, in confronto a una su 42 nello stesso periodo del 2017”.  

  • La situazione in Libia

Durante le discussione sui social a commento della notizia dell’ultimo naufragio, Carlotta Sami, portavoce dell’UNHCR del Sud Europa, ha tenuto a precisare che l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati non gestisce centri per migranti in Libia.

Sami si riferisce alla struttura di transito e partenza situata a Tripoli – gestita dal Ministero degli Interni libico, dall’UNHCR e da LibAid, partner dell’UNHCR – utilizzata per trasferire persone vulnerabili dalla Libia in altri paesi. In una nota, l’UNHCR documenta ad esempio il trasferimento di “133 rifugiati dalla Libia al Niger (...). La maggior parte delle persone evacuate, tra le quali 81 donne e bambini, precedentemente si trovava in detenzione in Libia. Dopo aver ottenuto la loro liberazione da cinque centri di detenzione situati in diverse località della Libia, comprese Tripoli e alcune aree distanti anche 180 chilometri dalla capitale, i rifugiati sono stati ospitati presso la Struttura di transito e partenza fino alla conclusione degli accordi per la loro evacuazione. L’Alto commissarrio spiega così che la struttura “ha lo scopo di offrire ai rifugiati vulnerabili un luogo sicuro in cui stare mentre  si cercano soluzioni più durature che possono includere il reinsediamento, il ricongiungimento familiare, il trasferimento in strutture di emergenza in altri paesi, il ritorno in un precedente paese d’asilo e il rimpatrio volontario”.

Ma qual è la situazione in Libia per i migranti? Matteo Salvini, durante un question time dello scorso giugno, aveva affermato che “secondo dati resi disponibili dal Ministero degli Affari esteri, sono attualmente presenti in Libia diciannove centri ufficiali per migranti gestiti dal Dipartimento per il controllo dell'immigrazione illegale” e che non era noto “ovviamente il numero dei centri non ufficiali, spesso e volentieri gestiti dagli stessi trafficanti di esseri umani, quindi al di fuori di ogni legge”. Salvini aggiungeva poi che “secondo l'UNHCR, che riferisce di aver accesso a tutti i centri ufficiali, nel 2018 sono state condotte” nei centri ufficiali “più di 660 visite di monitoraggio”.

Anche in base a questi monitoraggi in 11 centri di detenzione in Libia, dove migliaia di persone sono trattenute, in diversi casi con situazioni di sovraffollamento, a dicembre è stato pubblicato un rapporto da parte della Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL) e dall'Ufficio dei diritti umani delle Nazioni Unite, che copre un periodo di 20 mesi e arriva fino ad agosto 2018, che denuncia come in Libia migranti e rifugiati vengano sottoposti a "orrori inimmaginabili" e “violazioni e abusi” da parte di funzionari statali, gruppi armati, contrabbandieri e trafficanti di uomini: uccisioni, torture, detenzioni arbitrarie, stupri di gruppo, schiavitù, lavoro forzato ed estorsione. Nel documento si legge anche che “oltre agli abusi e alle violenze commesse contro le persone” detenute in questi campi, molti di queste “soffrono di malnutrizione, di infezioni della pelle, di diarrea acuta, con infezioni del tratto respiratorio e altri disturbi”, anche perché oltre mancano “cure mediche inadeguate”. Inoltre, i circa 29.000 migranti intercettati in mari dalla Guardia costiera libica e riportati in Libia, dall'inizio del 2017, sono stati trasferiti in centri di detenzione per l'immigrazione gestiti dal Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale, “dove migliaia di persone sono detenute indefinitamente e arbitrariamente, senza processo o accesso a avvocati”.

Per tutti questi motivi il rapporto afferma che la Libia non può essere considerata un porto sicuro dove portare i migranti una volta intercettati in mare, “dato il notevole rischio di essere oggetto di gravi violazioni dei diritti umani”. Questa descrizione di condizioni estreme nei campi di detenzione libici era stata riportata anche dall’OIM, cioè l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, questa estate.

Che la Libia non fosse un “porto sicuro” era stato chiarito anche dall’Unione europea lo scorso luglio e dal ministro degli Esteri italiano, Enzo Moavero Milanesi, a ottobre: "In senso stretto e giuridico la Libia non può essere considerata porto sicuro, e come tale infatti viene trattata dalle varie navi che effettuano dei salvataggi".

Le migrazioni dall'Africa sono causate dalle politiche neo-colonialiste francesi?

Le persone emigrerebbero dall’Africa verso l’Italia e l’Europa a causa delle politiche neocolonialiste esercitate dalla Francia nei confronti di 14 Stati africani costretti ad adottare il Franco della Comunità Finanziaria Africana (CFA) e a versare ogni anno una percentuale molto alta delle proprie riserve nelle casse del Tesoro francese. Per questo motivo, gli abitanti di questi paesi non riuscirebbero ad avere una propria indipendenza, sociale politica ed economica, e non avrebbero altra via che l’emigrazione, almeno stando alle recenti dichiarazioni del ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, e del rappresentante del Movimento 5 Stelle, Alessandro Di Battista.

Durante una visita ad Avezzano, domenica scorso Di Maio ha dichiarato che «se oggi noi abbiamo gente che parte dall’Africa è perché alcuni paesi europei, con in testa la Francia, non hanno mai smesso di colonizzare l’Africa. Ci sono decine di Stati africani in cui la Francia stampa una propria moneta, il “Franco delle Colonie”, e con quella moneta si finanzia il debito pubblico francese. Se la Francia non avesse le colonie – perché così vanno chiamate – africane, che sta impoverendo, sarebbe la quindicesima forza economica mondiale. Invece è tra le prime proprio per quello che sta combinando in Africa». Il ministro ha poi auspicato che l’Unione europea prenda in considerazione di «sanzionare tutti quei paesi, come la Francia, che stanno impoverendo gli Stati africani e stanno facendo partire quelle persone» e ha annunciato per le prossime settimane un’iniziativa parlamentare del Movimento 5 Stelle «per impegnare il governo italiano, le istituzioni europee e quelle diplomatiche sovranazionali nell’iniziare a sanzionare quei paesi che non de-colonizzano l’Africa».

In serata lo stesso discorso è stato intrapreso da Alessandro Di Battista durante un’intervista nel corso della trasmissione “Che tempo che fa” su Rai1. «Se non affrontiamo il tema della sovranità monetaria in Africa, qua non se ne esce più. Attualmente la Francia, vicino Lione, stampa la moneta utilizzata in 14 paesi africani, tutti i paesi africani diciamo della zona subsahariana, i quali non soltanto hanno una moneta stampata dalla Francia ma per mantenere il tasso fisso, prima con il Franco francese oggi con l’Euro, sono costretti a versare circa il 50% dei loro denari in un conto corrente gestito dal Tesoro francese, con il quale paga una cifra irrisoria del debito pubblico francese, pari circa allo 0,5% ma soprattutto la Francia attraverso questo controllo geopolitico di quell’area dove vivono 200 milioni di persone che utilizzano una banconota e monete stampate in Francia, gestisce la sovranità di questi paesi impedendo la loro legittima indipendenza, sovranità monetaria e fiscale, la possibilità di fare politiche espansive», ha affermato Di Battista che, poi, strappando in diretta un fac-simile di una banconota da 10 Franchi CFA, ha aggiunto: «Fino a quando non si strapperà una moneta che è una manetta nei confronti dei popoli africani, qui noi possiamo parlare di porti aperti e porti chiusi, ma continueranno a scappare le persone, a morire in mare, a trovarsi altre rotte, a provare a venire in Europa. Per me, e lo dico e l’ho detto anche al Movimento, oggi è necessario occuparsi delle cause, perché se ci si occupa esclusivamente degli effetti si è nemici dell’Africa. Questa è la mia opinione».

Le cose, però, non stanno come sostengono i due esponenti dei 5 Stelle. La questione del Franco CFA è complessa ed è molto discussa da economisti, studiosi e attivisti ma associare in un rapporto di causa/effetto l’adozione della moneta da 14 paesi africani alle condizioni economiche e sociali di un intero continente e all’emigrazione è semplicistico e forzato.

Come altri imperi coloniali (il Regno Unito con la Sterlina, il Portogallo con l’Escudo), anche la Francia aveva creato una zona in cui circolava una moneta comune (il Franco Francese Coloniale) per favorire l'integrazione economica tra le colonie sotto la sua amministrazione e controllare le loro risorse, strutture economiche e sistemi politici. Introdotto nel 1945 nelle colonie francesi dell’Africa occidentale, il Franco CFA è stato ridisegnato dopo l’indipendenza ed è utilizzato attualmente da 14 paesi dell’Africa occidentale e centrale: per gli 8 paesi che fanno parte dell’Unione economica e monetaria dell'Africa occidentale (UEMAO) - Benin, Burkina Faso, Costa d'Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo - è diventato il Franco della Comunità Finanziaria Africana; per i 6 membri della Comunità economica e monetaria dell'Africa centrale (CEMAC) - Camerun, Repubblica centrafricana, Repubblica del Congo, Gabon, Guinea equatoriale e Ciad - è il Franco per la Cooperazione Finanziaria dell'Africa centrale. Le due zone possiedono economie di dimensioni uguali (ciascuna rappresenta l'11% del PIL nell'Africa sub-sahariana). Le due valute, tuttavia, non sono convertibili tra di loro.

via The Economist

Il Franco CFA è gestito dalla Banca Centrale francese che garantisce un cambio fisso con l’Euro (1 Euro equivale 655,957 Franchi CFA) e la convertibilità illimitata dei Franchi CFA in Euro a patto che le due banche centrali - la Banca centrale degli Stati dell'Africa occidentale (BCEAO) e la Banca degli Stati dell'Africa centrale (BEAC) - depositino il 50% delle loro riserve in valuta estera in un "conto operativo" speciale del Tesoro francese.

Nonostante la sua longevità, il Franco CFA non gode di consenso unanime, spiega Ndongo Samba Sylla, ricercatore e programme manager della Rosa Luxemburg Foundation. Gli economisti e gli attivisti del cosiddetto Movimento Anti-CFA criticano l’utilizzo della moneta perché vincola gli Stati che l’hanno adottata al cambio fisso con l’Euro impedendo loro la svalutazione, riducendo le possibilità di indebitamento e investimenti pubblici e frenando l’industrializzazione e lo sviluppo delle economie locali. Per l'economista senegalese Demba Moussa Dembele, questi depositi "privano i paesi interessati della liquidità" e fanno perdere loro parte della loro "sovranità". Se il cambio fisso permette, da un lato, alle élite locali di acquistare beni di lusso europei, dall’altro rende difficili le esportazioni perché esportazioni diventano molto costose. Inoltre, da un punto di vista di governance politica, il CFA è uno strumento di controllo da parte della Francia, che manda un rappresentante con diritto di voto nel comitato di politica monetaria del CFA, mentre il presidente della Commissione WAEMU partecipa solo a titolo consultivo.

Gli studiosi a favore del Franco CFA, soprattutto francesi, sottolineano, invece, come il cambio fisso con l’Euro renda la moneta stabile ed, evitando oscillazioni monetarie e inflazioni improvvise, crei delle condizioni migliori per investimenti da parte di Francia e Unione europea. Come esempio, riporta BBC, viene portato quello della Guinea che, una volta uscita dall’unione monetaria del Franco CFA, ha dovuto affrontare grossi momenti di instabilità della propria valuta. È anche vero, però, scrive ancora Ndongo Samba Sylla, che nazioni come il Marocco, la Tunisia e l'Algeria, che si sono ritirati dalla zona del Franco e hanno coniato una propria moneta, sono economicamente più forti dei paesi che hanno adottato il Franco CFA.

Tuttavia, non è corretto dire, come sostiene Di Maio, che la Francia paga il suo debito pubblico con i fondi depositati presso la Banca centrale francese da parte degli abitanti dei 14 paesi africani che hanno adottato il Franco CFA. In tutto, ricostruisce Il Post, in Francia sono stati depositati circa 7mila miliardi di Franchi CFA (pari a poco più di 10 miliardi di Euro), che corrispondono allo 0,5% degli interessi sul debito pubblico francese, come sostenuto d’altronde anche da Di Battista durante l’intervista da Fabio Fazio su Rai 1.

Inoltre, spiega Les Décodeurs, sezione di fact-checking di Le Monde, non si può nemmeno dire che la Francia imponga ai 14 paesi di utilizzare il Franco CFA. Alcuni anni fa, un video che aveva superato su Facebook le 2 milioni di visualizzazioni e attribuito al canale televisivo Vox Africa, aveva segnalato l’esistenza di una “tassa coloniale” in Africa in riferimento alle riserve di valuta estera destinate dai 14 paesi in cui circola il Franco CFA al Tesoro francese. Probabilmente, prosegue Les Décodeurs, questo video aveva ripreso quanto scritto nel 2014 sul sito Silicon Africa da Mawuna Koutonin, autore anche di un forum sul Guardian nel 2015. Nell’articolo, Koutonin parlava prima di un “debito coloniale sui profitti della colonizzazione francese” e poi scriveva che “i paesi africani devono depositare le loro riserve monetarie nazionali presso la Banca centrale francese”. L’articolo di Koutonin era stato ripreso anche da molti blog o siti ritenuti inaffidabili da Les Décodeurs.

Presumibilmente dietro le informazioni errate poi circolate potrebbe esserci stata una sovrapposizione tra i termini “deposito” e “tassa”, ma spiegano i giornalisti francesi, l’esistenza di una tassa coloniale non è mai stata dimostrata e, se anche ci fosse, sarebbe vietata dal diritto internazionale che impedisce che uno Stato possa imporre tasse a un altro paese. Possono essere applicate delle sanzioni pecuniarie o possono essere congelati i fondi di uno Stato (ad esempio, la Francia, d’accordo con l’Unione europea o le Nazioni Unite lo fa con la Guinea-Bissau, spiega Le Monde) ma non si può parlare di tassa né tantomeno coloniale. I paesi interessati, spiegava poi l’ex ministro delle Finanze francese Michel Sapin, possono rinunciare al Franco CFA quando vogliono per organizzare una propria zona monetaria anche se, spiega ancora Ndongo Samba Sylla, l’uscita dalla zona del Franco nel breve termine è costosa, come mostra proprio il caso della Guinea.

Tuttavia, negli ultimi anni, la sua adozione è stata fortemente messa in discussione da diversi economisti e attivisti africani e c’è chi ha individuato un’alternativa nella valuta comune prevista per i membri della Comunità economica degli Stati dell'Africa occidentale (ECOWAS), la cui moneta dovrebbe entrare in circolazione nel 2020.

Non sembra esserci, infine, un rapporto di causa effetto tra l’adozione del Franco CFA e l’emigrazione, come sostenuto in questo caso sia da Di Maio che da Di Battista. Innanzitutto, analizzando i dati messi a disposizione da ministero dell’Interno ed Eurostat, è possibile osservare che solo una piccola parte delle persone giunte in Italia o che hanno fatto richiesta di asilo in Europa proviene dai 14 paesi che utilizzano il Franco CFA.

In base ai dati più recenti diffusi dal ministero dell’Interno, i migranti provenienti da questi paesi in Italia sono stati meno di 2mila, l’8,55% dei 23370 giunti da noi.

Tra i paesi di provenienza più frequenti solo la Costa d’ Avorio e il Mali hanno adottato il Franco CFA.

Per quanto riguarda le domande di asilo nei paesi membri dell’Unione europea nel 2017 (anno al quale si riferiscono i dati più recenti raccolti da Eurostat), la maggior parte delle richieste sono arrivate da persone provenienti da Siria (102mila, pari al 15,8% del totale), Iraq (7%), Afganistan (7%), Nigeria (6%) e Pakistan 5%). Rispetto al 2016, c’è stato un calo dei siriani e un incremento delle domande presentate da nigeriani, bangladesi, eritrei, albanesi, guineiani e ivoriani. La Costa d’Avorio è l’unico dei 14 paesi dove circola il Franco CFA.

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via Eurostat

Inoltre, come si legge in un rapporto dell’Ispi sui percorsi di migrazione, fatta eccezione per gli emigranti del Senegal, le persone che partono dai 14 paesi che hanno adottato il Franco CFA restano nei paesi limitrofi o, in ogni caso, in Africa. I principali paesi dove ci si dirige principalmente sono Costa d’Avorio (che fa parte della zona Franco CFA), Nigeria e Sud Africa.

Le rotte migratorie dall'Africa – via Ispi
Le principali destinazioni dei migranti nel mondo – via Ispi

Di Maio e Di Battista, scrive ancora Il Post, sembrano aver fatto proprie le critiche provenienti soprattutto da ambienti “no euro”, che legano essenzialmente le cause delle migrazioni in Europa e in Italia all’adozione del Franco CFA nei 14 paesi dell’Africa centrale e occidentale. Ancora ieri il viceministro Di Maio, commentando la notizia della convocazione dell'ambasciatore italiano da parte del governo francese dopo le sue dichiarazioni ad Avezzano, ha ribadito che «la Francia, stampando una moneta per 14 Stati africani, impedisce il loro sviluppo e contribuisce a creare profughi che poi muoiono in mare o arrivano sulle nostre coste».

Immagine in anteprima via ansa.it

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