La “bufala Xylella” è una bufala

[Tempo di lettura stimato: 9 minuti]

Nei giorni scorsi si sono riaccesi i riflettori sull’epidemia che da alcuni anni sta decimando gli ulivi della Puglia meridionale, distruggendo non solo l’economia agricola di quel territorio ma anche il suo paesaggio rurale, di cui le piantagioni di ulivo sono tra gli elementi caratteristici. E mentre il contagio avanza, minacciando di investire anche la parte settentrionale della Regione, il “caso Xylella” torna a far discutere in seguito a un intervento di Pietro Perrino, pubblicato su Il Fatto Quotidiano, e a un post apparso su blog di Beppe Grillo, firmato dalla giornalista tedesca Petra Reski. Perrino, un ricercatore oggi in pensione, un tempo direttore dell’allora Istituto del Germoplasma del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), nell’articolo sul Fatto nega che il batterio Xylella fastidiosa sia la causa del Complesso del Disseccamento Rapido, la malattia che sta uccidendo gli ulivi in Puglia. L’origine della patologia andrebbe invece ricercata nella desertificazione e nell’inquinamento ambientale. Scrive Perrino:

La fisica quantistica insegna che l’inquinamento causa malattie perché interferisce negativamente con le frequenze vibrazionali degli organismi viventi.

Fisica quantistica, frequenze, vibrazioni. Si tratta di un vocabolario ricorrente nel mondo “alternativo” e in molte pubblicazioni del settore, che utilizzano questo linguaggio e il richiamo alla fisica quantistica per dare autorevolezza e sostegno a tesi pseudoscientifiche o comunque prive di evidenze. Parole come “quantistico” e “frequenza” hanno naturalmente un loro significato e valore scientifico. Ma in quel contesto questo significato viene completamente perso. Perrino inoltre non fornisce alcuna evidenza a sostegno di quanto denuncia e di un possibile ruolo della desertificazione e dell’inquinamento ambientale, che sono problemi seri e reali. Ma per stabilire se siano responsabili di un determinato fenomeno (in questo caso, una patologia vegetale che colpisce una certa specie), è necessario fornire delle prove.

Peraltro chiamare in causa l’inquinamento definendolo, come fa Perrino, qualcosa che «interferisce sulle frequenze vibrazionali degli organismi viventi», vuol dire deformare e banalizzare il problema stesso che si intende denunciare. Invece di parlare delle possibili, reali, conseguenze che in certe circostanze l’inquinamento può avere per l’ambiente e gli organismi viventi, Perrino ne fa oggetto di una tesi fantasiosa, risibile e priva di riscontri. Non solo. Perrino, nel suo intervento, arriva perfino a fare pubblicità a prodotti che dovrebbero essere capaci proprio di «influenzare positivamente le frequenze delle piante».

Molti si potrebbero chiedere come sia possibile che uno scienziato, ex dirigente del CNR, si faccia sostenitore, in pubblico, di tesi che l’opinione comune associa di solito al mondo della Rete, ai social media o, genericamente, alla “ignoranza”. Ma non ci si deve stupire. La biografia e il curriculum di un ricercatore non sono garanzia di autorevolezza né di infallibilità (soprattutto quando si esprime su temi che non sono di sua stretta competenza). Ci sono diversi, celebri, esempi di scienziati affermati (perfino Nobel) che, come può accadere anche a persone comuni non esperte, si innamorano o diventano megafono di pseudoscienze (Perrino è noto tra l’altro anche per alcune tesi “alternative” sui vaccini).

Il post sul blog di Beppe Grillo parla di “bufalite Xylella”,“truffa della Xylella”, “fabbricatori della bufala della Xylella”, “bufalite Xylella”. Il messaggio è abbastanza chiaro: non siamo di fronte a un’epidemia, ma a una bufala. Cioè, un falso elaborato ad arte da coloro che «non sono mai stati in grado di fornire una verità – una briciola di prova scientifica per le loro affermazioni». Una gigantesca bufala, scrive Grillo.

L’autrice, riferendosi a Xylella, scrive “il batterio”. Proprio così, tra virgolette. Come a voler ribadire che di Xylella non si può affermare neanche che sia un batterio, che davvero esiste, ma solo un’invenzione. Il post rimanda quindi il lettore all’articolo di Perrino sul Fatto (pezzo che peraltro è intitolato “la bufala Xylella”).

Tesi negazioniste, “alternative” o complottistiche sulla malattia degli ulivi pugliesi circolavano già nel 2015, quando della vicenda si parlava ormai anche al di fuori del territorio interessato e della cerchia degli addetti ai lavori. L’attrice Sabina Guzzanti se ne era fatta “portavoce” arrivando a parlare di “batterio finto”. In quel caso, la tesi era che Xylella fosse il risultato di una manipolazione di laboratorio realizzata allo scopo di eliminare gli ulivi del Salento e sostituirli con altri, geneticamente modificati, prodotti dalla multinazionale Monsanto (che attualmente non sono ancora stati coltivati né prodotti. E anche se esistessero, non sarebbe possibile coltivarli in Italia).

La Procura di Lecce, nell’indagine giudiziaria che ha poi coinvolto alcuni ricercatori dell’Università di Bari e del CNR, aveva dato credito all’ipotesi che il contagio degli ulivi potesse essere stato innescato da una “fuga” del batterio da un laboratorio. Quindi, ci si troverebbe di fronte a un reato di diffusione colposa di malattia. L’ipotesi aveva già in partenza pochi elementi fattuali dalla propria parte. Il rilascio nel batterio nell’ambiente sarebbe avvenuto in una zona della Puglia molto lontana da quella (vicino a Gallipoli, in provincia di Lecce) dove si sono registrati i primi focolai di disseccamento degli ulivi. Soprattutto, i batteri Xylella usati in quell’occasione erano di una sottospecie diversa da quella che era già stata isolata negli ulivi malati. La stessa procura però avanzava altre ipotesi. Xylella sarebbe presente da almeno vent’anni nella Regione e potrebbe non essere la causa della malattia, che andrebbe ricercata in altri fattori. Le due ipotesi, come si può notare, difficilmente possono sostenersi l’un l’altra.

Le evidenze sul ruolo di Xylella nella malattia degli ulivi

Dal 2016 ad oggi si sono aggiunti dati ed evidenze che non solo hanno reso ancora meno credibili le diverse narrazioni “alternative”, ma hanno permesso di escludere anche ipotesi scientificamente più plausibili sulle cause della malattia che sta colpendo gli ulivi. Nel 2013, infatti, le analisi svolte sulle piante malate indicavano diversi organismi biologici possibilmente coinvolti: alcune specie di funghi, le larve di un lepidottero chiamato rodilegno giallo e il batterio Xylella fastidiosa (con la sputacchina come insetto vettore che trasporta il batterio da una pianta all’altra). Molti indizi, come la stessa modalità di diffusione della malattia, facevano pensare a Xylella come sospettato principale per la morte degli ulivi, anche se non era ancora chiaro in che misura la sua azione fosse, da sola, determinante. Con il tempo però il ruolo preponderante del batterio e la stretta correlazione tra la sua presenza e la malattia emergevano sempre più chiaramente.

Leggi anche >> Emergenza Xylella in Puglia: tra scienza, indagini e complotti

A marzo del 2016 l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare ha reso noti i risultati di uno studio che aveva l’obiettivo di verificare la suscettibilità all’infezione da parte di Xylella di alcune varietà di olivo e di altre specie vegetali e di fornire un’accurata descrizione dei sintomi che l’infezione causa sugli ulivi e altre piante ospiti. Lo studio, condotto da ricercatori dell’Università di Bari e del CNR, è servito anche ad ottenere ulteriori evidenze riguardo al ruolo di Xylella. Gli scienziati hanno isolato il batterio da una pianta di ulivo che aveva i tipici sintomi della malattia e con quello stesso microorganismo hanno infettato altre piante. Alcune di queste sono state fatte crescere in laboratorio, in un ambiente separato dall’esterno e in condizioni controllate. Altre sono state invece collocate in campo aperto, vicino ad altri esemplari di ulivo all’interno della zona infetta.

Dopo un anno le piante cresciute in laboratorio mostravano tutti i segni della malattia. In particolare la varietà Cellina di Nardò, una delle più diffuse in Salento, si è dimostrata molto suscettibile all’infezione. Mentre, come era già stato notato, il Leccino e alcune altre varietà sono apparse più resistenti. Sugli ulivi fatti crescere in campo i sintomi erano invece meno evidenti. Queste piante, a differenza di quelle che si trovavano in laboratorio, hanno sperimentato le variazioni climatiche stagionali durante il periodo in cui si è svolto l’esperimento, tra il 2014 e il 2015. In inverno le basse temperature hanno probabilmente rallentato la crescita dei batteri e quindi anche la progressione della malattia. Sul campo i ricercatori hanno potuto anche verificare che la sputacchina è capace di trasmettere la malattia a piante non ancora infette. Dopo sei mesi di esposizione alle popolazioni di insetto, la presenza di Xylella è stata riscontrata in piante ancora apparentemente sane.

In laboratorio gli scienziati hanno portato a termine con successo anche un altro esperimento: sono riusciti a re-isolare il batterio dalle piante infettate artificialmente. Riassumendo: Xylella è stato isolato da un ulivo che aveva contratto la malattia, è stato inoculato in piante sane, dove si è moltiplicato e ha prodotto i sintomi del disseccamento, e infine stato ritrovato al loro interno. Questi passaggi costituiscono quello che viene chiamato un “test di patogenicità”, cioè un esame che ha lo scopo di verificare se un microorganismo è davvero l’agente eziologico (cioè la causa) di una malattia infettiva. Se prima a carico di Xylella c’erano solo pesanti indizi, ora abbiamo anche una prova della sua colpevolezza. Il gruppo del CNR e dell’Università di Bari ha riportato i risultati dei test di patogenicità di Xylella anche in una pubblicazione su Scientific Reports del dicembre dell’anno scorso.

Altri dati contribuiscono a rendere il quadro più completo. È stato osservato, in condizioni sperimentali, che le specie di funghi, che si pensava potessero essere coinvolte nella malattia, una volta inoculate negli ulivi causano solo lievi sintomi di disseccamento, a differenza di quanto fa Xylella. Diventa quindi meno credibile il coinvolgimento di altri organismi, almeno come cause capaci da sole di scatenare la malattia.

Un altro studio, pubblicato nel 2016 su European Journal of Plant Pathology, ha aggiunto un altro importante tassello. Il campionamento effettuato su ulivi malati nelle province di Lecce e Brindisi ha confermato che c’è un solo ceppo di Xylella che sta causando la malattia. Cioè quel ceppo ST53, isolato in Costa Rica, che era già risultato geneticamente identico ai batteri rinvenuti in precedenza nelle piante malate. In sintesi: possiamo affermare che c’è un solo ceppo di Xylella attualmente responsabile di ciò che sta succedendo agli ulivi in Puglia. E ciò smentisce quanto affermato dalla Procura di Lecce, che aveva parlato di “nove ceppi” di batterio.

I dati dei monitoraggi nella zona infetta

Se Xylella è davvero il patogeno responsabile della malattia degli ulivi, dovremmo anche riscontrare sul territorio una significa associazione tra il batterio e la malattia. I sostenitori delle tesi “alternative”, o comunque chi afferma che riguardo a Xylella non esistono ancora sufficienti certezze per dire alcunché, citano spesso i dati dei monitoraggi effettuati sul campo per dimostrare che non è vero che la malattia è associata alla presenza del batterio. Viene affermato per esempio che le analisi avrebbero mostrato che solo una piccola percentuale di piante malate, attorno al 2%, risulterebbe infetta da Xylella. Ma i dati del monitoraggio vanno correttamente interpretati e non possono essere richiamati per determinare l’incidenza di Xylella tra gli ulivi malati. Il monitoraggio non viene effettuato a questo scopo, ma per tracciare il confine tra la zona infetta e la cosiddetta “zona cuscinetto”, un’area a nord di quella infetta dove il microorganismo non dovrebbe esserci.

Il monitoraggio serve quindi a confermare che questa zona sia davvero libera dal batterio. Per questa ragione, come spiegano i ricercatori, molti campioni provengono proprio da questa zona, dove non ci si attende la presenza del patogeno. Al confine con la zona cuscinetto è stata individuata una “zona di contenimento”, che si trova all’interno della zona infetta. Nella “zona di contenimento” il batterio c’è ma la sua presenza è ancora sporadica, perciò ci si può aspettare di non trovare un'elevata percentuale di piante infettate. Inoltre i sintomi della malattia compaiono dopo alcuni mesi e il suo decorso, in alcune varietà di ulivo, può essere più lento. L’analisi di piante infettate di recente, notano sempre i ricercatori, può dare falsi negativi perché il microorganismo è presente ma a concentrazioni ancora basse.

Per dimostrare che nella zona infetta, dove l’epidemia è ormai diffusa, l’incidenza di Xylella è elevata (e che esiste quindi una stretta associazione tra batterio e malattia) sono state analizzati ulivi malati nel territorio di 11 comuni della provincia di Lecce, che è tutta zona infetta. I ricercatori hanno scelto solo esemplari che avessero almeno il 70% della chioma compromessa e che fossero quindi a uno stadio avanzato della malattia. 500 piante di ulivo (350 di varietà Ogliarola e 150 di Cellina di Nardò, le varietà più suscettibili alla malattia). Hanno quindi svolto due diversi test diagnostici per verificare la presenza di Xylella in queste piante. Di questi 500 ulivi è risultato positivo il 97,2% e il 99,4% a seconda del test impiegato. I due test hanno una diversa sensibilità e non sono infallibili. Ma le due elevate percentuali dimostrano che quando le analisi vengono svolte in aree dove l’epidemia è diffusa e la malattia conclamata, l’associazione tra Xylella e disseccamento dell’ulivo è chiara. E non si tratta solo di una correlazione. Ma anche di un rapporto causa (Xylella) - effetto (malattia). Non è perciò più nemmeno realistico pensare che il batterio sia solo un opportunista, cioè un organismo che colonizza piante già malate e debilitate.

Nel frattempo, proprio il monitoraggio dimostra che l’epidemia continua a spostarsi verso nord. La zona infetta comprende ormai le intere province di Lecce e Brindisi e buona parte di quella di Taranto. E ora anche un comune di quella di Bari, Locorotondo. La pagina Facebook del sito Infoxylella riporta la mappa con i nuovi confini della zona infetta.

PUBBLICATA LA DECISIONE DI ESECUZIONE (UE) 2018/927 CON LA NUOVA DEMARCAZIONE DELLA ZONA INFETTA

Facendo seguito all'...

Pubblicato da infoxylella.it su Sabato 30 giugno 2018

Cosa può insegnarci la vicenda Xylella

Sulla malattia degli ulivi pugliesi sono stati fatti circolare insinuazioni, sospetti, teoremi che contrastavano tra di loro e che perciò si smentivano a vicenda. Ma contrastavano anche con le evidenze che, nel frattempo, gli scienziati iniziavano a raccogliere. Tutto ciò ha contribuito a generare nell’opinione pubblica confusione e disinformazione. La prospettiva di dover abbattere piante che, oltre al valore economico, hanno anche un indubbio valore culturale, paesaggistico e identitario, ha spinto una parte dell’opinione pubblica locale ad abbracciare atteggiamenti negazionisti o “scettici” nei confronti della realtà e gravità di un’epidemia, che purtroppo avanza e continuerà ad avanzare se le misure di contenimento non saranno applicate in modo efficace. Oppure, a trovare colpevoli diversi da quello nei cui confronti abbiamo, invece, le prove più schiaccianti.

Anche la vicenda Xylella rappresenta un esempio interessante e significativo del complesso rapporto tra scienza e società. Rodrigo P. P. Almeida, ricercatore americano esperto di Xylella, scriveva nel 2016 su Science:

Un'importante lezione che ci dà l'epidemia di Xylella fastidiosa è che le strategie per gestire malattie di piante che hanno una importanza sociale devono andare oltre le soluzioni tecniche e includere le componenti sociali, economiche, politiche e culturali.

Almeida osservava che, mentre reagire in tempi rapidi è la chiave per gestire con successo le epidemie, costruire fiducia tra i diversi soggetti interessati è un'operazione che può richiedere anni. Nel caso di Xylella in Italia nell'applicazione delle misure per impedire la diffusione della malattia è mancata la cooperazione tra le parti interessate.

Gestire un’epidemia di questo tipo richiede perciò che si intervenga, tempestivamente, non solo per contenere l'agente patogeno ma anche per prevenire contrapposizioni e scontri poi difficilmente ricomponibili e sanabili. Come nota la comunicatrice della scienza Beatrice Mautino:

In pratica, per Almeida, se le strategie di contenimento non fossero state percepite come decisioni calate dall’alto e si fosse impostata una strategia di comunicazione corretta, forse oggi non saremmo a questo punto.

Questa è una delle lezioni che ci può dare la vicenda Xylella. L'auspicio è che possa essere una lezione già per il presente, non solo per il futuro. Prima che sia troppo tardi.

Foto in anteprima via La Gazzetta del Mezzogiorno

Iscriviti alla nostra Newsletter

  Consenso all’invio della newsletter: Dai il tuo consenso affinché Valigia Blu possa usare le informazioni che fornisci allo scopo di inviarti la newsletter settimanale e una comunicazione annuale relativa al nostro crowdfunding.
Come revocare il consenso: Puoi revocare il consenso all’invio della newsletter in ogni momento, utilizzando l’apposito link di cancellazione nella email o scrivendo a info@valigiablu.it. Per maggiori informazioni leggi l’informativa privacy su www.valigiablu.it.
Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI