Wadjda, la ragazzina che va in bicicletta spesso dimenticandosi anche il velo…

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di Davide Gangale

Verde è il colore dell’Islam, ma in Arabia Saudita le ragazze non vanno in bicicletta. L’intelligenza del film diretto da Haifaa Al-Mansour, prima regista donna della monarchia assoluta wahhabita, sta in dettagli come questo. Nell’abilità di dare vita a simboli che tengono insieme, con delicatezza, tradizione e sovversione. Wadjda, protagonista del primo lungometraggio completamente girato in Arabia Saudita e interpretato da attrici saudite, è una ragazzina di dodici anni che di un simbolo fatto così s’innamora a prima vista. Vuole una bicicletta verde per poter gareggiare alla pari col suo coetaneo Abdullah, e per averla è pronta persino a sostenere una competizione scolastica di Corano.

Wadjda non rinnega la propria cultura, ma la eredita e la vive con ribelle spontaneità. Rivendica un posto nell’albero genealogico del padre, e se scopre che non c’è spazio per scrivere il suo nome ci incolla sopra un post-it. Quando la sua insegnante le impone di non portare più le scarpe di tela consumate, ma di mettere quelle nere che usano tutte le altre, (dis)obbedisce creativamente: prende il pennarello e colora di nero solo la punta delle scarpe che piacciono a lei.

Film interessante e gradevole, che offre allo spettatore occidentale una rappresentazione sfaccettata della condizione della donna in Arabia Saudita, lontana dai cliché orientalistici. Attraverso personaggi femminili differenti, più o meno conflittuali e in contrasto fra di loro.

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