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Le mani su Internet: il fallimento di ITU e la cortina di ferro digitale

15 Dicembre 2012 6 min lettura

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Le mani su Internet: il fallimento di ITU e la cortina di ferro digitale

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WCIT 2012
Il 14 dicembre si è conclusa la conferenza mondiale sulle telecomunicazioni (WCIT). Il segretario dell'ITU, l'organismo delle Nazioni Unite che ha indetto il vertice, ha concluso: “La storia mostrerà che questa conferenza ha ottenuto qualcosa di estremamente importante. È riuscita a portare una attenzione del pubblico senza precedenti sulle diverse prospettive che governano le comunicazioni globali. Non c'è una sola visione del mondo, ma diversi punti di vista che devono essere tenuti in conto”.
Hamadoun Touré ha sostenuto che a Dubai si è lavorato sodo, tutti insieme, per trovare delle soluzioni che siano accettabili per tutti, e il WCIT è l'inizio di un dialogo che durerà nel tempo.

Belle parole che, però, non rendono la reale atmosfera che si è respirata al WCIT. Anche dietro quel pesante velo di segretezza che ha caratterizzato i preparativi del vertice e la sua parte finale, si è potuto notare l'allargarsi di una profonda spaccatura nata ben prima dell'incontro.

Internet o non Internet?
Fin da prima del vertice il segretario di ITU ha puntualizzato che la conferenza non riguardava Internet, e non era un tentativo di porlo sotto controllo. La precisazione era obbligata, viste le pesanti critiche piovute da molti Stati.
L'inizio del vertice ha fatto segnare qualche punto a favore di ITU, quando ad esempio Touré ha invitato a parlare addirittura il ceo di ICANN, piegando le regole dell'organismo. In tal modo ha evidenziato come ITU sia conciliante, e che non vuole entrare nel campo di ICANN. La mossa è stata spiazzante: Fadi Chehade non si è presentato a parlare.
Altra mossa vincente è stata quella di aprire le discussioni dell'assemblea plenaria e della principali commissioni al pubblico tramite webcast, per zittire le voci di scarsa trasparenza.

Mercoledì 12/12/12
Ma già al mercoledì 12 le fratture tra i membri sono venute alla luce, al punto che Touré ha preferito proseguire gestendo le discussioni a piccoli gruppi, in stanze chiuse. Il dibattito si è infatti acceso sul preannunciato tentativo di imporre una governance ad internet, in pratica un articolo del trattato in revisione prevedeva l'estensione della definizione di telecomunicazioni alla rete, così assoggettando internet al trattato ITU.
Alla fine l'articolo contestato è stato stralciato e posto come risoluzione a parte non vincolante, e in tal modo votato in commissione (stanza C). Il segretario di ITU riteneva evidentemente di aver ottenuto un buon compresso, col testo votato compreso la parte: “tutti i governi dovrebbero avere un ruolo paritario e la responsabilità per Internet governance internazionale” (proposta C27 - Russia), che nei fatti apre ad una balcanizzazione di internet. Ma le proteste degli altri membri, non presenti nella stanza, non si sono fatte attendere.
Quando si è passati in plenaria si è avuto il giallo del non-voto (chiesto il voto per alzata di mano a fine serata, il chairman ha dichiarato che la risoluzione era stata approvata quando molti membri non avevano idea che fosse un voto formale) che ha affossato tutte le speranze di ITU di condurre in porto positivamente il vertice. La conferenza è proseguita stancamente nei due giorni successivi, con il trattato che non è stato votato.
Alla fine solo 89 dei 193 membri hanno firmato il nuovo trattato . Se consideriamo che l'originale trattato del 1988 fu firmato da 187 paesi, è evidente il fallimento del vertice. Tra i non firmatari: Canada, Regno Unito, Danimarca, Australia, Norvegia, Finlandia, Italia, Giappone, Svezia, ecc..., ma soprattutto Usa. Principalmente si tratta dei paesi di lingua anglosassone ed europei.

Gli Usa non firmano
La delegazione Usa ha chiarito anche i motivi del rifiuto: la contrarietà all'estensione della definizione di telecomunicazioni ad internet, l'inclusione della governance di internet nel trattato, la rivendicazione di ITU di un mandato in materia di sicurezza informativa e di spam.
Proprio in queste due ultime materie si sono addensate molte preoccupazioni negli ultimi mesi, visto che ITU ha approvato uno standard per l'ispezione approfondita dei pacchetti di dati a fini di sorveglianza di un governo. Parliamo del cosiddetto DPI (deep packet inspection o Y.2770) chiesto a gran voce da paesi come la Russia e la Cina. Lo standard ITU desta perplessità in quanto è sprovvisto di garanzie per la privacy degli utenti, e potrebbe essere imposto come obbligatorio alle apparecchiature di telecomunicazione dai paesi con regimi autoritari.

Il fallimento del vertice era nell'aria fin dall'inizio. Nonostante le rassicurazioni di Touré sul fatto che la conferenza non riguardava Internet, all'invito di Chehade, ceo di ICANN, Touré sosteneva il legame indissolubile tra il mondo delle telecomunicazioni e quello di Internet.
Gli Usa avevano precisato prima del vertice di essere contrari a tale posizione, per cui non ha sorpreso il rifiuto degli americani di firmare il trattato. L'ambasciatore americano al WCIT, Terry Kramer, ha detto: “Internet ha dato un vantaggio inimmaginabile al mondo economico e sociale nel corso di questi ultimi 24 anni. Tutti senza regolazione delle Nazioni Unite. Sinceramente non possiamo sostenere un trattato ITU che non è coerente con il modello multi-stakeholder di governance di Internet”.
In realtà il trattato ITU in revisione a Dubai non copre Internet, ma le infrastrutture di telecomunicazione di Internet, e nella conferenza si è giocato molto confondendo i confini tra le due cose.

Alla fine ciò che rimane è un trattato firmato da pochi che comunque deve passare ancora attraverso un nuovo processo di ratifica. Altri Stati potranno firmarlo, come alcuni firmatari potranno rifiutarsi di ratificarlo. In ogni caso le regole non entreranno in vigore immediatamente, anche se è ovvio che i firmatari tenderanno ad adottare quelle regole all'interno dei loro paesi. La qual cosa potrebbe determinare la realizzazione di una serie di reti Internet indipendenti e poste sotto il controllo dei governi locali.

La cortina di ferro digitale
Quello che è certo è che a Dubai è venuta fuori una profonda spaccatura tra due modi di intendere Internet.
Da un lato quei paesi che vedono Internet come uno strumento da porre sotto controllo e quindi da regolamentare, laddove la regolamentazione deve dipendere dal governo locale. Basta vedere la versione iniziale della proposta C27 della Russia che sosteneva il diritto sovrano degli Stati a “disciplinare le attività delle agenzie operative che forniscono servizi di accesso a Internet all'interno del loro territorio nazionale”, nonché il diritto sovrano a “gestire Internet e nomi a dominio all'interno dei propri confini”, e garantire che gli intermediari collaborino con i governi nello sviluppo di Internet all'interno dei propri confini (leggasi, monitoraggio online e controllo dei dissidenti).
In questa prospettiva una governance di ITU aprirebbe la strada alla realizzazione di un ambiente sicuro e controllabile delle comunicazioni (tutte le comunicazioni comprese quelle in rete) che renderebbe possibile ai governi locali il monitoraggio e il filtraggio dell'intero flusso a fini interni.

Dall'altro lato quei paesi che vedono Internet come uno strumento da regolamentare solo attraverso accordi paritari tra le aziende che si occupano direttamente di Internet.
Ma, bisogna ricordarlo, anche qui non si tratta di un approccio disinteressato quanto piuttosto della difesa degli interessi di parte. Gli Usa, la cui delegazione era la seconda più corposa, composta da oltre 120 membri tra i quali molti esponenti del mondo dell'impresa (da Facebook, Google, ecc...), mantengono gran parte delle infrastrutture di base di Internet, e la maggior parte delle grandi aziende del web hanno sede in America, realizzando buona parte dell'attuale PIL americano. Ecco che la difesa di un Internet “libero e aperto” (la campagna #freeandopen di Google) suona fin troppo come un sostegno alle imprese tecnologiche americane i cui profitti dipendono fin troppo dalla Rete, aziende che consentono, tra l'altro, al governo americano di avere un “orecchio” privilegiato sulle connessioni del mondo intero e quindi sulle informazioni da esse veicolate. Posizione di privilegio che certamente non è ben vista da altri Stati, in primis Russia e Cina, ma anche Brasile e Sud Africa, guarda caso quegli stessi Stati che si sono incontrati poco tempo fa a Pechino in una tavola rotonda per i paesi emergenti.

A vedere la mappa dei paesi firmatari e non, appare sconvolgente notare che la divisione ricalca molto da vicino quella esistente all'epoca della guerra fredda: la cortina di ferro non è scomparsa, si è solo spostata in rete!

 

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