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Elogio del cyber coatto

16 Dicembre 2012 3 min lettura

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Elogio del cyber coatto

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Sull'attualità di Ranxerox, appena ristampato da Comicon e per la prima volta in edizione integrale, c'è prima di tutto l'anticipazione dell'algoritmo che riesce a emulare perfettamente l'artista, tema uscito dalla letteratura ed entrato nella cronaca. Si legga Automate This di Christopher Steiner: nella fantasia di Tamburini e Liberatore il replicato è Fred Astaire; nel saggio di Steiner è, su tutti, Bach. Ma il concetto è lo stesso: «Ranxerox è stato bombardato per 24 ore di informazioni cibernetiche riguardanti Fred Astaire (films, interviste, articoli, foto)», si legge nel fumetto, «ed è in grado di riprodurne perfettamente ogni passo di danza e di cantare con la sua stessa voce...». Ne manca l'incorporazione, ma l'idea è la stessa.

Ancora, c'è l'attualità letteraria. Ossia, il cyberpunk prima dell'esplosione del cyberpunk: la megalopoli caotica, (violentissima ma di una violenza - qui - caricaturale), sboccata, cinica, immersa in un clima apocalittico-distopico, nelle mani delle mega-corporazioni (titolo di un capitolo è 'I, me, mine corporation'). E l'ibridazione di uomo e macchina, altro tema attualissimo nell'era che prelude alla realtà aumentata di massa. Con tanto di risvolto affettivo: Ranxerox, il droide, per un guasto è follemente innamorato di una dodicenne, Lubna.

La mente corre a Blade Runner e al romanzo che l'ha ispirato, Do androids dream of electric sheep?, del 1968. Ma, in realtà, il percorso è inverso: «L’entourage di Ridley Scott lo conosceva», dice Liberatore di Ranxerox, «perché quando il film uscì in Europa mi contattarono per realizzare l’affiche del film». «Alla fine è saltato tutto», conclude il disegnatore in una recente intervista a Pubblico. Se non bastasse, nella carne letteraria del fumetto c'è anche l'omaggio a Crash di J. G. Ballard: è nella breve storia di Timothy, il ragazzo che immagina di morire con un amplesso, entrambi provocati - la morte e l'amplesso - da un incidente stradale. Di questo cyberspazio senza cyberspazio non si può dire, come dell'originale, sia morto: perché parla di pulsioni, più che di tecnologie. Di istinti primordiali, più che del futuro. Pulsioni e istinti da cui nessun progresso sembra in grado di liberarci.

C'è poi la prefigurazione satirica, eccessiva di una società in mano a un ipercinismo diffuso, in cui chi ci muore affianco non è degno di sguardo (anzi, fortuna che è morto), i pre-adolescenti si dedicano alle droghe (pesanti), alla violenza gratuita (è dichiarata fin dall'incipit al primo episodio) e al sesso sfrenato. Ma è uno sguardo senza nemmeno un velo di moralismo: è una luce puntata per dire e divertire, non per giudicare. E nel suo perdere connotazione politica, dopo un avvio in cui la polizia stermina «studelinquenti» di una ipotetica rivoluzione Sessantottina al rovescio (non a caso, fallita in un orwelliano 1986), mostra anche il divenire impolitico della società, l'essere la politica reale dominio dello scandalo sessuale (il presidente degli Stati Uniti in preda a un virus deformante che ha contratto da una «puttana-kamikaze infetta al soldo del Kgb») e del complotto. Uno specchio perfetto, dunque, della società deformata che rappresenta: il contrario dell'antipolitica e della sua trattazione retorica che ancora oggi ci perseguita.

Ma c'è anche la critica, questa volta più moralmente connotata, dell'ipercinismo dei media, intenti a riprendere la morte in diretta preferendo puntare la telecamera sui cadaveri piuttosto che interrompere la trasmissione per aiutare i superstiti (pp. 162-163). Un ipercinismo che continua a farci incazzare ogni volta che un caso di cronaca porti i giornali di tutto il mondo a saccheggiare le pagine Facebook di vittime e assassini, anche quando non lo siano che per errore. Altro fenomeno di triste, tristissima contemporaneità.

Quanto al genio, è l'indicibile e al contempo la vera ragione di attualità eterna di Ranxerox. Il realismo del tratto che si confonde con l'esasperazione di ciò che descrive; la potenza ultra-volgare, cyber-coatta delle avventure dei protagonisti che tuttavia scatenano risa liberatorie; il potere paradossalmente purificatore, catartico della bestemmia che si scaglia contro il conformismo del politically correct molto più che contro il sacro e ciò che rappresenta. Frammenti di una libertà intellettuale e compositiva di cui non è rimasto sostanzialmente nulla nei prodotti culturali e contro-culturali di successo di questi anni di indignazione e ribellione da tastiera. O forse, parte integrante di quel cinismo ironico e rabbioso che costituisce la vera carne di Ranxerox, il suo vero essere una disastrata, pericolante finestra sul presente.

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