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Il “Decreto siccità” arriva tardi e crea più problemi che soluzioni

14 Aprile 2023 14 min lettura

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Il “Decreto siccità” arriva tardi e crea più problemi che soluzioni

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Il round-up settimanale sulla crisi climatica e i dati sui livelli di anidride carbonica nell'atmosfera.

Mentre l’Italia continua a essere alle prese con la crisi idrica e la carenza di piogge, il Consiglio dei Ministri del 6 aprile ha approvato il cosiddetto “Decreto Siccità”, un decreto-legge che introduce “disposizioni urgenti per la prevenzione e il contrasto della siccità e per il potenziamento e l’adeguamento delle infrastrutture idriche”. La misura era stata annunciata più di un mese fa, l'1 marzo.

Sostanzialmente, il decreto legge accentra la gestione dei processi decisionali – il governo parla di “regime semplificato che rinvia al modello PNRR” – attraverso l’istituzione di una cabina di regia e la nomina di un Commissario Straordinario Nazionale per la scarsità idrica, che potranno sostituirsi agli enti locali nel caso in cui i tempi delle opere da portare avanti dovessero dilatarsi, e individua alcune linee di intervento per “aumentare la resilienza dei sistemi idrici ai cambiamenti climatici e a ridurre dispersioni di risorse idriche”.

La cabina di regia dovrà fare entro 30 giorni una ricognizione delle opere e degli interventi di urgente realizzazione per fronteggiare la crisi idrica. In caso di riscontro di ritardi, la cabina di regia potrà sollecitare l’intervento della Conferenza Stato-Regioni. Di fronte a uno stallo, dopo due settimana potrà intervenire il Consiglio dei Ministri. 

Il Commissario Straordinario Nazionale – che sarà nominato entro dieci giorni dall’entrata in vigore del decreto e resterà in carica fino al 31 dicembre 2023, prorogabile fino al 31 dicembre 2024 – si occuperà di realizzare, in via d’urgenza, gli interventi indicati dalla Cabina di Regia, regolare i volumi e le portate degli invasi, verificare e coordinare le azioni delle singole Regioni per razionalizzare i consumi ed eliminare gli sprechi, verificare l’iter autorizzativo dei progetti di gestione degli invasi per le operazioni di sghiaiamento e sfangamento, individuare quelle dighe che necessitano di interventi per la rimozione dei sedimenti accumulati nei serbatoi, fare una ricognizione degli invasi fuori esercizio temporaneo da finanziare nell'ambito delle risorse del “Fondo per il miglioramento della sicurezza e la gestione degli invasi”. 

Inoltre, ha spiegato il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto, sarà realizzato “l’Osservatorio distrettuale permanente sugli utilizzi idrici che accompagnerà con dati aggiornati il governo integrato della risorsa acqua”.

Gli interventi individuati dal governo prevedono l'aumento dei volumi utili degli invasi; la realizzazione di vasche di raccolta di acque meteoriche per uso agricolo entro un volume massimo stabilito; il riutilizzo delle acque reflue depurate per l’uso irriguo; la semplificazione della realizzazione degli impianti di desalinizzazione.

Il decreto non risolve la nostra crisi idrica e fa della siccità più una questione di sicurezza alimentare che di crisi climatica

Secondo la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, con questo decreto per la prima volta viene affrontato “il problema della siccità in modo strutturale prima che diventi una emergenza”. In realtà, come mostra una recente infografica dell’ISPRA, buona parte dell’Italia si trova in una situazione di estrema criticità. E l’estate non è ancora arrivata.

All’appello, fa notare Rudi Bressa in un articolo su Domani, “mancano almeno 400 millimetri di pioggia. L’ultimo anno idrologico appena concluso, che va da settembre a marzo, non fa altro che confermare la tendenza che stiamo registrando dalla fine del 2021”. La situazione più grave ancora in Piemonte, “dove secondo l’Arpa è piovuto e nevicato la metà rispetto alla media, mentre negli invasi manca il 45% per cento di acqua e la portata dei fiumi è gravemente deficitaria”.

A preoccupare, prosegue Bressa, è anche lo stato di salute delle falde, il cui livello è sceso drasticamente: a Bosco Marengo in provincia di Alessandria si è passati da una media storica, a marzo, di 13,22 metri a 22,96. A Suno (Novara) da 5,6 metri a 110,15, mentre a Scarnafigi (Cuneo) da 5,58 a 7,75. 

A questo si aggiungono le criticità del nostro sistema idrico. Secondo Utilitalia, la federazione delle imprese idriche, ambientali ed energetiche, l’Italia raccoglie pochissima acqua piovana (il 2%) e disperde più del 42% delle acque immesse negli acquedotti pubblici, perché la rete idrica italiana è in gran parte vetusta: “il 60% delle infrastrutture è stato messo in posa oltre 30 anni fa (percentuale che sale al 70% nei grandi centri urbani); il 25% di queste supera i 50 anni (arrivando al 40% nei grandi centri urbani)”. In particolare, sottolinea Utilitalia, il riuso di acque reflue depurate ha un potenziale di 9 miliardi di metri cubi all’anno, di cui oggi sfruttiamo appena il 5% per cento.

Nonostante i proclami della presidente Meloni e del ministro Pichetto, il decreto legge presenta criticità nel metodo e nel merito. “Per affrontare la crisi idrica il governo ricorre ancora una volta ai commissari, a deroghe alle norme di tutela ambientale, a una nuova ondata di infrastrutture e cemento sul territorio”, spiega Andrea Goltara, direttore del Centro italiano per la riqualificazione fluviale, in un’intervista ad Altreconomia.

Innanzitutto, il decreto è arrivato tardi, un mese e mezzo dopo il suo annuncio a marzo, e prevede i primi interventi non prima di un mese (la cabina di regia avrà 30 giorni di tempo per fare la ricognizione delle opere e delle azioni più urgenti), quindi a ridosso dell’inizio dell’estate e di alcune scadenze. Entro il 30 settembre 2023, ad esempio, le Regioni dovranno intervenire per mettere in efficienza gli invasi esistenti, in particolare attraverso le attività di manutenzione da fanghi e sedimenti. 

Nel metodo, ancora una volta si è scelta la strada dell’accentramento dei poteri, dell’istituzione della figura del Commissario e della semplificazione delle procedure. “La storia del Pnrr avrebbe dovuto insegnarci qualcosa, dato che commissariamenti per gran parte delle opere e deroghe alle normative ambientali non hanno raggiunto lo scopo primario e le opere continuano a non essere realizzate”, commenta a Il Fatto Quotidiano il portavoce di Forum H2O, Augusto De Sanctis, secondo il quale bisogna rafforzare, invece, le strutture già esistenti, come Autorità di ambito e Autorità di Bacino.

Il decreto lascia in sospeso diverse questioni nel merito, prima fra tutte una razionalizzazione (e programmazione) dei consumi, facendo passare la crisi idrica più come una questione di sicurezza alimentare che di crisi climatica. Difatti, il provvedimento ha raccolto i commenti positivi di Confagricoltura, Cia e Confartigianato. “C’è stato fatto passare il concetto che dobbiamo fornire più acqua all’agricoltura perché è un problema di sicurezza alimentare”, osserva ancora Goltara ad Altreconomia. E invece si tratta di un “problema molto più complesso che richiede soluzioni articolate”, tra cui anche un ripensamento dell’intero sistema produttivo agricolo fortemente idrovoro ed energivoro.

1) Non si interviene sui consumi idrici e si parla di nuovi invasi per accumulare più acque. “Il decreto interviene in modo emergenziale e solo sulle infrastrutture”, spiega a Il Fatto Quotidiano Simona Savini, che si occupa di agricoltura per Greenpeace Italia. “Si possono anche costruire più invasi, ma non risolveranno il problema se non piove o piove sempre meno. Già quelli che ci sono sono pieni per circa un quinto della capacità. Non c’è, invece, una programmazione dei consumi a monte per capire quali sono i settori che richiedono più acqua e dove conviene intervenire”. 

2) La costruzione di nuovi invasi lungo i corsi d’acqua significherebbe ulteriore consumo e depauperamento del suolo con il rischio di nuove alluvioni e ulteriore erosione costiera. “L’approccio infrastrutturale, con la costruzione di nuovi invasi, si porta dietro una serie di problemi di impatti sui corsi d’acqua noti da tempo e di cui sembra essersi dimenticato il governo e in particolare il ministro dell’Ambiente”, spiega Goltara. “Gli invasi lungo i corsi d’acqua sono una delle principali cause di perdita di biodiversità nei sistemi di acque dolce. Con impatti a catena sul sistema idrico sia ambientali ma anche socioeconomici. Fiumi che si incidono, che si portano giù le falde, mancanza di sedimenti sulla costa e quindi maggiore erosione costiera”. Gli interventi proposti, e venduti come soluzione per la siccità, aggiunge Goltara, “peggiorano il rischio di alluvioni, il rischio di erosione costiera, e che poi possono anche peggiorare la siccità. Pensiamo ad esempio all’abbassamento delle falde che rende più difficile raggiungere la risorsa idrica”.

Se, invece, pensassimo al consumo del suolo, che si sta desertificando sempre di più ed è sempre più impermeabile, “e aumentassimo dell’1% il carbonio organico del suolo, con migliori pratiche agricole su tutto il territorio agricolo italiano, riusciremmo a recuperare 5 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno, quantità enormi. Molto di più di quello che potremmo accumulare con la costruzione di nuovi invasi”, osserva Goltara. 

3) La desalinizzazione non è la panacea. “Analogamente, è velleitario pensare che la desalinizzazione possa risolvere il problema. Può garantire risorsa idrica pregiata per usi potabili, a costi elevati e consumi energetici elevati. Ma non si può pensare che possa essere questa la soluzione per fornire acqua all’agricoltura nazionale. E non si può nemmeno pensare che associando ai dissalatori un’ulteriore produzione di energia rinnovabile, questa li renda sostenibili. Usare approcci eccessivamente energivori per produrre più acqua non può essere la soluzione”, conclude Goltara.

Attualmente, in Italia, ci sono alcuni impianti in Sicilia, Toscana e Lazio, ma la recente legge Salvamare ha sostanzialmente bocciato la soluzione della desalinizzazione perché considerata, al momento, troppo impattante dal punto di vista energetico e ambientale, scrive Lifegate: in media un impianto richiede da 10 a 13 kilowattora di energia per ogni mille galloni lavorati (3.700 litri). 

Alcune soluzioni a basso impatto: ripristino degli ecosistemi, banche dell’acqua e agricoltura di precisione

Nel frattempo vengo studiate e sperimentare alcune soluzioni più su misura. Goltara suggerisce di perseguire la proposta di National Restoration Law, ovvero il ripristino degli ecosistemi e l’individuazione di soluzioni basate sulla natura, attualmente in discussione in sede europea. “Lo studio della Commissione Europea a supporto del nuovo regolamento dice che per ogni euro speso in recupero degli ecosistemi se ne producono almeno 8 (ma anche fino a 38) di servizi ecosistemici forniti a noi dalla natura che ripristiniamo. Un modo di gestire i problemi estremamente efficace. Ed è per questo la Commissione propone di costituire un fondo ad hoc. Che è un investimento per il nostro futuro”, spiega Goltara.

In due articoli su Domani, Rudi Bressa ha presentato alcune soluzioni attualmente in sperimentazione. Una strada è quella della banche dell’acqua, sfruttando le falde acquifere esistenti. Si tratta di “una soluzione che si applica sfruttando l’immenso serbatoio che è il sottosuolo”, spiega a Bressa, Rudy Rossetto, ricercatore del Centro di ricerca produzioni vegetali della Scuola superiore Sant'Anna. Con il progetto Life Rewat, cofinanziato dalla Commissione Europea, si è tentato di ripristinare le precedenti condizioni di naturalità per permettere al fiume di ritornare a essere un’importante risorsa per tutta l’area geografica. Nella pratica, senza la costruzione di opere ex novo, come invasi, ma attraverso un sistema di sonde e sensori che comunicano in tempo reale tutti i parametri dell’acqua del fiume, il progetto monitora quando e dove intervenire, infiltrare l’acqua e incanalarla verso le falde sotterranee. L’acqua viene stoccata quando piove, sfruttando la diversa permeabilità del terreno e tutti i deflussi che vanno naturalmente verso il mare. “Andando a operare sul fiume abbiamo aumentato l'infiltrazione di un milione e mezzo di metri cubi d’acqua”, osserva Rossetto. 

In un altro articolo, Bressa ha parlato, infine, della cosiddetta agricoltura di precisione e delle soluzioni individuate dal Canale Emiliano Romagnolo (CER) che distribuisce acqua su un'area di circa 58mila ettari, con un indotto di oltre 300 milioni di euro di produzione agricola l'anno.

Il CER utilizza una piattaforma (Irriframe) in supporto alle decisioni che gli agricoltori devono prendere al momento delle irrigazioni, consigliando loro quando e quanto irrigare e portando così a un risparmio di acqua. “Il sistema elabora un bilancio idrico che consente di stimare il fabbisogno delle singole piante. Abbiamo sviluppato dei modelli di bilancio idrico che ci consentono di stimare a livello territoriale il fabbisogno delle colture», spiega Raffaella Zucaro, direttrice generale del CER.

Vengono raccolti quanti più dati ambientali possibili come la temperatura, il volume di precipitazioni, l’umidità del suolo, vale a dire tutte quelle variabili che determinano il fabbisogno irriguo, in modo tale da poter gestire le quantità d’acqua da utilizzare in modo più efficiente e efficace, sintetizza Bressa. “Non possiamo dire quanto pioverà quest’estate, ma possiamo raccogliere tutti i dati per monitorare la situazione e trovarci preparati”, conclude Zucaro.

La crescita record dell'energia pulita nel 2023 darà il via a una “nuova era” segnata dal declino dei combustibili fossili

Secondo una nuova analisi del think tank Ember, il settore dell'energia elettrica sta per entrare in una “nuova era di calo della generazione da combustibili fossili”, dovuta all’estromissione dalla rete elettrica di carbone, petrolio e gas in conseguenza dell’espansione record dell'energia eolica e solare. 

L'anno scorso l'energia eolica e solare ha raggiunto la quota record del 12% della produzione globale di elettricità, secondo la Global electricity review 2023 di Ember. Questo ha portato la quota complessiva di elettricità a basse emissioni di carbonio a quasi il 40% della produzione totale.

Il 2022 ha segnato probabilmente un “punto di svolta”, nota Ember, considerato che la produzione globale di elettricità da combustibili fossili ha raggiunto il suo picco e ha iniziato a scendere. Il think tank prevede che, entro la fine del 2023, oltre il 100% della crescita della domanda di elettricità sarà coperta da fonti a bassa emissione di carbonio.

Gli esperti concordano sul fatto che la produzione di energia elettrica a livello mondiale debba essere completamente decarbonizzata entro il 2040, se si vuole rispettare gli obiettivi climatici prefissati. 

Secondo Ember, la rapida espansione delle fonti rinnovabili significa che la “riduzione graduale” del gas e del carbone necessaria per questa transizione è “ormai a portata di mano”. Tuttavia, afferma anche che è necessario invertire la tendenza alla costruzione di centrali nucleari e idroelettriche.

L’Arabia Saudita alza il prezzo del petrolio: le conseguenze sulla transizione ecologica

Il 2 aprile OPEC+, un gruppo di grandi produttori di petrolio comprendente Arabia Saudita, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Algeria, Oman e Kazakistan, ha annunciato che da maggio taglierà la produzione di greggio di più di un milione di barili al giorno. L'Arabia Saudita e la Russia saranno le prime a effettuare i tagli con una riduzione di 500.000 barili ciascuna, seguite da Iraq, Emirati Arabi Uniti e Kuwait. Secondo alcuni analisti, la mossa potrebbe stimolare un maggiore interesse speculativo degli investitori nei futures petroliferi e contribuire a far salire i prezzi del petrolio nelle prossime settimane. 

Il taglio, che durerà a quanto pare fino alla fine del 2023 e va ad aggiungersi a quello deciso nell'ottobre 2022 (quando OPEC e Russia avevano deciso una riduzione di due milioni di barili al giorno), potrebbe avere importanti implicazioni dal punto di vista energetico, economico e climatico. In totale, si tratta del 3% della produzione mondiale.

Secondo diversi esperti, riporta il New York Times, la decisione è il segno della crescente indipendenza dell'Arabia Saudita dagli Stati Uniti, con un rapporto sempre più importante con la Cina, e della sua volontà – sintetizza Alessandro Lubello nella newsletter di Internazionale “Economica” –  di perseguire una politica energetica nazionalista che finanzi i costosi progetti di rinnovamento del regno. “La scelta di privilegiare gli interessi nazionali si deve anche all’incertezza sulle reali intenzioni degli Stati Uniti di impegnarsi ancora nella difesa dei suoi alleati mediorientali”, aggiunge Lubello.

E poi ci sono le ricadute sulla transizione energetica e le misure di contrasto alla crisi climatica. Secondo un altro articolo pubblicato su Bloomberg, i tagli stabiliti dall’OPEC+ potrebbero spingere altri paesi a estrarre più greggio un po’ come accaduto con quegli Stati che di fronte al rincaro dei prezzi dell’energia hanno deciso di sfruttare di più il carbone e il gas per garantirsi la sicurezza energetica. A occuparsi dell'approvvigionamento del mercato globale da 100 milioni di barili al giorno sono Brasile, Canada, Guyana, Norvegia e Stati Uniti. Tutti stanno aumentando la loro produzione di petrolio.

Inoltre, il prezzo elevato del petrolio potrebbe incrementare l’inflazione con un aumento del costo delle materie prime e delle tecnologie indispensabili per la transizione energetica, e rendere più difficile il finanziamento dei progetti basati sulle fonti rinnovabili.

La protesta degli agricoltori olandesi fermerà il piano del governo per dimezzare le emissioni di azoto entro il 2030?

Per mesi, gli agricoltori hanno sventolato il tricolore olandese al contrario per protestare contro i piani del governo di dimezzare le emissioni di azoto entro il 2030 riducendo di un terzo il numero di capi di bestiame nei Paesi Bassi. Gli agricoltori olandesi hanno dato fuoco a balle di fieno, bloccato le strade con il letame e manifestato sotto gli edifici governativi dell'Aia con i trattori. Ora la protesta sta trovando uno spazio politico nel “Farmer Citizen Movement” (BBB) che lo scorso marzo ha sorprendentemente vinto alle elezioni provinciali, diventando il partito più rappresentato in Senato e mettendo ora in bilico il piano del governo.

Da tempo gli scienziati hanno segnalato la necessità sempre più urgente di ridurre le emissioni di azoto a livello globale. Troppo azoto acidifica il terreno, riducendo la quantità di sostanze nutritive per piante e alberi. Questo, a sua volta, significa che un minor numero di tipi di piante può crescere insieme. Le emissioni di azoto causano anche una minore presenza di funghi nel terreno, rendendolo più vulnerabile a condizioni climatiche estreme come la siccità o la pioggia. Inoltre, l'eccesso di azoto negli oceani può contribuire a pregiudicare la sopravvivenza di organismi vitali.

Nonostante i Paesi Bassi possano essere considerati leader mondiali nell'agricoltura efficiente, secondo una ricerca del 2019, hanno prodotto circa 11 milioni di tonnellate di protossido di azoto, una quantità in media quattro volte superiore a quella degli altri paesi europei, in gran parte derivante dai rifiuti prodotti da circa 1,6 milioni di mucche che producono il latte utilizzato per produrre formaggi come il Gouda e l’Edam. Sempre nel 2019 la Corte Suprema ha stabilito che i Paesi Bassi violavano le leggi dell’UE sulla natura. Da qui il piano del governo che impone alle aziende agricole di ridurre le emissioni o di trasferirsi, chiudere o essere acquisite da altri. 

Per molti agricoltori olandesi, la lotta non è ideologica e il BBB si è presentato come la voce degli interessi rurali contro un'élite urbana. “La gente nei Paesi Bassi lavora molto duramente, vuole vivere a prezzi accessibili e nel fine settimana vuole solo bere una birra insieme”, ha dichiarato recentemente la leader del partito, Caroline van der Plas, ex giornalista, che occupa l'unico seggio della BBB in Parlamento. Il BBB ha saputo inserirsi in un vulnus creato anche dalle difficoltà dei cittadini a sostenere l’incremento dell’inflazione, in particolare l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e dell'energia. “Tutti nei Paesi Bassi hanno a cuore la natura, compresi gli agricoltori”, ha aggiunto van der Plas. “I Paesi Bassi devono semplicemente seguire le regole europee per preservare le loro riserve naturali, anche se l’UE non ha stabilito come farlo esattamente”.

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Gli agricoltori sostengono di aver sempre seguito le regole, cercando di trovare modi innovativi e più sostenibili per produrre e garantire alimenti sicuri e di qualità. Dicono che il piano del governo, che prevede la possibilità di acquisti forzati, li ha fatti sentire indesiderati.

“Sappiamo da tempo che molti cittadini dei Paesi Bassi sono contrari al piano del governo per la riduzione delle emissioni di azoto”, ha commentato Christianne van der Wal, ministra per la Natura e l'Azoto. “Ma, allo stesso tempo, non c'è scelta”.

Per alcuni, gli agricoltori olandesi sono un presagio delle lotte future. L'impegno di arrivare a emissioni nette zero entro la metà di questo secolo comporterà enormi cambiamenti per le aziende agricole e gli agricoltori di tutto il mondo. E ci sono stati blocchi con i trattori a Dublino, Berlino e Bruxelles per piani simili. Per i partiti di estrema destra, le lotte nei Paesi Bassi sono un simbolo di resistenza. L'estate scorsa, Donald Trump ha esaltato durante un comizio in Florida “l’opposizione coraggiosa degli agricoltori alla tirannia climatica del governo olandese”. Anche Marine Le Pen, leader del National Rally di estrema destra in Francia, ha twittato il suo sostegno. Il ministro dell'Agricoltura polacco, membro del partito di destra Diritto e Giustizia, ha incontrato gli agricoltori a Varsavia e ha appoggiato la loro causa.

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