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“Il giornalismo è conversazione”: l’incontro con Nello Scavo, Francesca Mannocchi e la community di Valigia Blu

13 Gennaio 2020 14 min lettura

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“Il giornalismo è conversazione”: l’incontro con Nello Scavo, Francesca Mannocchi e la community di Valigia Blu

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Come raccontare i flussi migratori che stanno attraversando tutto il mondo e vedono nell'Italia un importante punto di passaggio consentendo ai cittadini di avere gli strumenti per poter leggere un fenomeno così complesso e comprenderne i suoi diversi aspetti, dimensioni, fattori? E come costruire un patto di fiducia tra giornalisti e lettori, tra informazione e cittadini in modo tale che quel che viene raccontato sia non solo credibile ma uno spunto per poter cercare soluzioni e nuove piste di lettura?

Leggi anche >> Il giornalismo è conversazione: incontrare la community dentro e fuori la Rete

Sono stati questi i temi che hanno animato il secondo incontro tra Valigia Blu e la sua community. Il ciclo di incontri dal vivo, che abbiamo inaugurato a settembre, lo abbiamo chiamato "Il giornalismo è conversazione". E conversazione è stata. Come la prima volta tanta voglia di ascoltare, partecipare, raccontare le proprie esperienze personali e questa sensazione di fondo di un desiderio fortissimo di aver cura del nostro ecosistema informativo e fare qualcosa in prima persona per districarsi nel disordine informativo che rende poco intellegibili temi fortemente dibattuti e importanti per le nostre vite come possono essere l'immigrazione, i vaccini, in questi giorni il cambiamento climatico.

A fine novembre, di nuovo a Roma, a Binario F, sede della Community Hub di Facebook a Roma, abbiamo parlato di guerre, migrazioni e disinformazione. Nella prima dell'incontro, abbiamo mostrato come su Valigia Blu abbiamo deciso di affrontare questo tema. Nella seconda parte, abbiamo incontrato e dialogato tutti insieme, noi e la nostra community, con Nello Scavo e Francesca Mannocchi, due giornalisti particolarmente impegnati con il loro lavoro di inchiesta su tali questioni e recentemente vincitori, insieme a Nancy Porsia, del premio Giuseppe Fava per “per aver indagato e raccontato il traffico di esseri umani dalla Libia e i silenzi che lo coprono. Per averci ricordato, ognuno con il proprio lavoro, che la verità si avvicina se nessun giornalista viene lasciato solo”.

Nello Scavo, firma di Avvenire, ha svelato nei suoi ultimi articoli gli incontri in Italia con uno dei più spietati trafficanti libici di esseri umani, conosciuto come Bija. Dal 22 ottobre Scavo è stato messo sotto scorta proprio in seguito alle minacce ricevute per queste inchieste. Francesca Mannocchi, giornalista che scrive per diverse testate italiane e internazionali, ha realizzato ultimamente, insieme ad Alessio Romenzi, un reportage sul campo in Yemen ed è riuscita a incontrare e intervistare Bija.

E di tutta la conversazione con Nello Scavo e Francesca Mannocchi restano impresse proprio le parole con le quali la Fondazione Giuseppe Fava ha motivato il premio. Raccontando la loro "cassetta degli attrezzi" e il dietro le quinte delle loro inchieste, entrambi hanno sottolineato l'importanza di non essere lasciati soli, della collaborazione fra colleghi e del rapporto con i lettori.

Migranti, un altro racconto è possibile

Nella prima parte dell'incontro abbiamo ripercorso come Valigia Blu ha affrontato il tema dei migranti in questi anni, sin dal 2014 quando ci siamo resi conto che nella copertura mediatica e nel racconto politico dominava la percezione di una "invasione" da parte di persone in fuga da guerre, conflitti e persecuzioni, miseria e disastri ambientali.

Erano i giorni in cui i riflettori erano puntati sugli scogli di Ventimiglia (dove decine di migranti, diretti al Nord-Italia, erano bloccati tra Italia e Francia), sul confine tra Italia e Austria, su un quartiere di Quinto di Treviso. Erano anche i giorni del Baobab a Roma e della stazione centrale di Milano. Periodo in cui montava un clima di rabbia, stanchezza, paura, intolleranza. Rabbia, generata dalla convinzione di trovarsi di fronte a un’invasione. Stanchezza per la percezione di continui arrivi. Paura del diverso, che arriva da lontano per contaminare i nostri condomini. Intolleranza nei confronti di chi, si diceva, porta malattie, ruba il lavoro, mette a rischio la sicurezza del nostro quieto vivere.

È in quel contesto che abbiamo pensato al progetto Migranti. Storie di solidarietà e di accoglienze. Come scrivevamo nel lancio del progetto, l'intenzione era diffondere racconti "anticorpo" contro il veleno dell’odio instillato da alcuni media e politici che soffiavano sul fuoco dell’intolleranza e contribuivano ad alimentare un clima d’insofferenza fatto di ostilità, disprezzo, disumanizzazione di persone che avevano, invece, bisogno di aiuto, solidarietà, comprensione.

L’idea di fondo era quella di usare i social per creare senso dove c’è rumore, per costruire e rafforzare comunità, per coinvolgere i cittadini rendendoli sempre più attivi e partecipi e ribaltare narrazioni tossiche e false. Se ognuno di noi è un media ed è responsabile di quel che comunica e per questo influenza la quotidianità e ha effetti sulla realtà, perché non provare a raccontare una contro-narrazione fatta di storie di solidarietà, convivenza, accoglienza?

Il progetto si è via via arricchito raccontando l'immigrazione da diversi punti di vista:

 

  • Coinvolgimento e partecipazione

"Migranti. Storie di solidarietà e accoglienza" è una piattaforma dove poter mappare storie e progetti con e per i migranti. È stato questo un primo passo per costruire un racconto collettivo che rendesse attivi, desse spazio e consapevolezza a tutte le persone che non si riconoscevano nel modo in cui alcuni media stavano narrando il fenomeno migratorio che stava interessando l’Italia nella scorsa primavera, accendendo i riflettori ora su maxi-risse, ora sulle proteste di cittadini italiani che non volevano che richiedenti asilo alloggiassero in condomini vicini alle proprie abitazioni, ora su proteste circa le proprie condizioni di soggiorno, senza però spiegarne le ragioni.

Abbiamo creato uno spazio di condivisione dove chiunque potesse segnalare storie di incontro e di scambio e condividere l’esperienza del “restare umani”. Chiunque poteva contribuire al progetto inviando articoli, fotografi e video, segnalando storie significative anche pubblicate altrove.

Rendere pensabile l’esistenza di un simile spazio ha innescato una gara di segnalazione di storie e progetti, che, a loro volta, hanno creato le condizioni per costruire insieme un racconto che andasse a contrastare la narrazione carica di odio e intolleranza che alcuni media stavano veicolando in quei giorni. Abbiamo ricevuto oltre 200 segnalazioni in due settimane, che abbiamo selezionato e verificato. Ogni storia era firmata da chi ha inviato la segnalazione ed è stata creata una mappa dove era possibile visualizzare le storie da nord a sud.

  • Creare senso dove c'è rumore

"Essere Migranti: le guerre, la disinformazione, il sogno europeo" è stato un lavoro di longform journalism con cui abbiamo voluto ricostruire i contesti molteplici del fenomeno migratorio. Il racconto si articolava in quattro capitoli e cerca di tracciare idealmente le tappe dei percorsi migratori per raccontare la complessità dell’intero fenomeno: "I migranti forzati" dove si descrivono i contesti di partenza, le rotte seguite, i pericoli lungo il tragitto e i costi di questi lunghi viaggi. Con "L’arrivo in Italia" ci siamo concentrati sulle procedure di identificazione, raccontando l’iter stabilito dalla legge che un migrante deve seguire una volta arrivato in Italia. "Le bufale e la disinformazione" spiega invece quali erano le principali bufale veicolate sui media e nel passaparola quotidiano. Infine con l'ultimo capitolo "Il sogno europeo" abbiamo raccontato cosa stava decidendo l’Europa a livello politico su come gestire i flussi migratori.

Il racconto si basa sugli studi dei contesti di partenza, migrazione e arrivo, con una rielaborazione di dati ricavati da enti di ricerca e diverse organizzazione internazionali, di documenti ufficiali prodotti da istituzioni nazionali e storie di migrazione che consentissero di conoscere la complessità dei tragitti.

  • Smontare le bufale e raccontare la complessità

"Ci invadono", "ci rubano il lavoro", "portano malattie". Il vademecum anti-razzista ha voluto smontare i principali cliché riguardo i migranti, non rappresentati molte volte come persone con storie di vita e progetti personali, ma incasellati in categorie generiche e disumanizzanti.

Alla base di questi pregiudizi vi è una pericolosa generalizzazione fondata sulla stretta correlazione tra aree geografiche, società e culture. E così si fa riferimento a categorie etniche (ad esempio i curdi), religiose (il mondo islamico), razziali (l’Africa nera) per associare, ad esempio, gli afgani ai talebani; arabi e africani ai musulmani e, per estensione, ai terroristi islamici; i siriani alla categoria dei rifugiati e tutti gli altri a quella dei cosiddetti "migranti economici".

Il vademecum non si è limitato a decostruire tramite dati e ricerche le bufale sull’immigrazione. Per far fronte alla viralità delle bufale, abbiamo cercato di trovare un modo per rendere virale la complessità. Ci abbiamo provato creando una card di accompagnamento all’articolo approfondito.

Migranti. Vademecum antirazzista

Anche la scelta delle 14 bufale da smentire ha avuto la sua origine nei social. Abbiamo individuato alcuni dei principali cliché sugli immigrati a partire dai commenti che abbiamo moderato sul sito e sulla nostra pagina Facebook. Il vademecum ha poi generato ulteriori commenti che abbiamo moderato e che, in alcuni casi, ci hanno consentito di arricchire l’articolo.

  • Gli approfondimenti su ONG, sistema di accoglienza e come fermare le morti in mare

Successivamente, abbiamo continuato a occuparci di immigrazione ogni qual volta il tema è tornato al centro della ribalta mediatica e politica e abbiamo cercato di dare un contributo attraverso approfondimenti che potessero dare ai lettori gli strumenti per potersi districare su un tema così complesso e poter utilizzare il contenuto dei nostri lavori nelle conversazioni quotidiane.

Ci siamo occupati delle ONG,  quando sono state accusate di collusione con i trafficanti e di incentivare, con la loro presenza, le partenze dei barconi dalla Libia verso l’Italia, in un dibattito acceso che ha coinvolto istituzioni, giornalisti, politici e magistrati. Abbiamo affrontato in maniera dettagliata le questioni emerse, ricostruendo attraverso un’analisi critica il dibattito pubblico, le ipotesi avanzate dal procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro nei confronti delle ONG, chi sono le organizzazioni non governative nel mirino delle procure e come funzionano e il complicato scenario internazionale in cui si inserisce tutta questa vicenda.

Abbiamo analizzato il funzionamento del sistema di accoglienza in Italia e chiesto agli esperti e a chi lavora nell'integrazione di suggerire soluzioni per migliorarlo. Abbiamo lavorato a un lungo approfondimento su come gestire i flussi migratori ed evitare le morti in mare. E infine abbiamo continuato ad analizzare come i media hanno coperto il tema dell'immigrazione e dell'accoglienza cercando di smontare la tanta disinformazione che ciclicamente torna a essere diffusa sui media anche da giornalisti, politici e rappresentanti delle istituzioni.

L'intervista collettiva a Nello Scavo e Francesca Mannocchi

La seconda parte dell'incontro è stata dedicata all'intervista collettiva a Nello Scavo e Francesca Mannocchi.

Dalla lunga e appassionata conversazione con i due giornalisti sono emersi tre aspetti in particolare: l'importanza della solidarietà tra i colleghi che si occupano di Africa e migrazioni che ha permesso, quasi come se si trattasse di un pool, di condividere informazioni, logistica, ipotesi di inchiesta giornalistica per cercare di andare sempre più in là; l'importanza, in questo contesto giornalistico, della costruzione di un patto di fiducia con i lettori che, in alcune occasioni, è stato addirittura decisivo per scovare dettagli e informazioni altrimenti passate inosservate; la necessità di raccontare i fenomeni migratori all'interno di un quadro geo-politico, sociale ed economico più ampio in modo tale da dare ai lettori gli strumenti per poterne cogliere la complessità.

  • La nascita del "pool immigrazionista"

La nascita del gruppo di giornalisti che si occupano di immigrazione è stata quasi naturale. Come ha spiegato Nello Scavo, «quando il giornalismo e la ricerca della verità dei fatti o almeno di quel pezzo di verità che tu pensi sia accessibile viene minacciata, in maniera molto naturale è venuto di trovarsi tra colleghi a investigare, scambiarsi informazioni, spesso a discutere e dissentire l’uno dall’altro, e questo ci ha permesso anche di crescere moltissimo in questi anni».

A volte, proprio questo scambio di informazioni è stato fondamentale per riuscire ad andare avanti nelle inchieste individuali e dare voce a racconti che spesso erano «fuori asse rispetto a quello mainstream»«È stato essenzialmente un lavoro corale anche crudo in alcuni momenti. Ci siamo scontrati, ci siamo confrontati, non ci siamo mai nascosti niente, ci siamo sempre tesi una mano, anche avendo posizioni diverse sul modo di narrare le cose, sugli obiettivi da raggiungere», ha raccontato Francesca Mannocchi. «E la cosa che mi ha colpito molto è che in questo piccolo “pool immigrazionista” che abbiamo formato, non c’era un giornalista di un grande quotidiano nazionale. Siamo tutti giornalisti laterali. Un po’ la nicchia, molti freelance».

All'interno di questo gruppo c'era un codice comune condiviso: «Tenere la retta dell’onestà che dobbiamo alle parole». «Mai nessuno di noi del “pool immigrazionista” – ha proseguito Mannocchi – si è sognato in questi anni di chiamare questi luoghi centri d’accoglienza (ndr, in Libia) quando tutti gli altri colleghi anche di giornali progressisti chiamavano questi luoghi centri d’accoglienza. Medesimi colleghi, su medesimi giornali progressisti nazionali, che con il governo Gentiloni chiamavano questi luoghi centri d’accoglienza, dopo il 4 marzo 2018, hanno cominciato a chiamarli prigioni. Allora, cosa chiediamo a un lettore? Come possiamo pensare che ci sia un patto di fiducia con un lettore se tu un medesimo luogo che non puoi non aver visto lo chiami centro d’accoglienza e il giorno dopo prigione semplicemente perché è cambiato il governo?».

Ed è proprio la politicizzazione e la polarizzazione della narrazione sul tema migratorio che ha reso tutto opaco «perché piegato alla politica e non alla cronaca degli eventi, che secondo me ha alterato in maniera molto faticosa da recuperare il patto di fiducia tra lettore e giornalista».

  • La fiducia dei lettori

Ed è proprio "la fiducia dei lettori" l'altro tema su cui si è discusso tanto durante l'incontro. Per i due giornalisti, la credibilità acquisita ha avuto anche riflessi decisivi nelle proprie inchieste giornalistica.

Ha raccontato Nello Scavo a proposito delle sue indagini su Bija: «Bija come personaggio lo studiavo da molto tempo, sono stato in mare diverse volte con diverse navi (…). È successo questo: dopo anni e anni di lavoro, è accaduto che i lettori imparano a fidarsi di te, o di questo gruppo di giornalisti, diventi quasi uno di famiglia. E così è accaduto che un giorno, a settembre, dopo aver pubblicato le foto di Ossama, parente di Bija e ritenuto capo torturatore del centro per migranti che sta a Zawiya e raccontato la storia, (…) una notte riguardando i messaggi su Twitter trovo quello di una persona che non conoscevo che diceva di aver visto Ossama a Mineo nel 2017. Da lì entro in relazione con questa persona che non conoscevo e di cui mi fidavo pochissimo (…) troviamo il modo di entrare in contatto, prendo un aereo lo vado a incontrare, lui aveva molta paura, e vedo questa foto che era una foto ritagliata di un telefonino, che era abbastanza sgranata però era abbastanza chiara ed ero abbastanza certo che non si trattasse di Ossama e quindi siamo andati lì dove la notizia non c’era. Ma ci andiamo perché qualcosa è successo nel 2017 di strano. Lui mi aveva fatto capire di avere altre foto che non voleva trasmettermi perché aveva paura, afferro il suo telefonino e vedo la foto intera ed era quella d questa riunione e mi cade l’occhio su un personaggio in particolare. Per non condizionare la fonte gli chiedo ma tu di questa persona qui con la barba ricordi qualcosa e lui mi dice “ricordo che parlava pochissimo, faceva cenno con la penna agli altri libici quando intervenire e su cosa e poi ricordo che gli mancavano due dita della mano destra”. Io a quel punto ho la certezza che si tratta di Bija, ma andava verificata quella foto».

Tutta questa storia dimostra, conclude Scavo, «che un lavoro difficile, duro, faticoso, anche incompreso tante volte nelle redazioni e fuori dalle redazioni, è stato premiato da un lettore che ha deciso di fidarsi di te e con il quale hai voluto scommettere. Una persona di cui oggi devi proteggere l’identità, perché hai fatto una promessa».

  • Fare un passo in avanti: trovare un equilibrio tra racconto oggettivo ed emotività e unire i puntini

Nel raccontare l'immigrazione è necessario fare un passo in avanti, hanno detto Scavo e Mannocchi. Ed  è proprio questo tentativo di andare oltre la politicizzazione del tema e la cronaca quotidiana che ha attirato l'attenzione e la fiducia dei lettori. «Noi non parliamo solo di immigrazione, solo di immigrati, noi non raccontiamo solo le guerre, non raccontiamo solo il conflitto lì dove avviene il conflitto. Abbiamo provato a fare uno sforzo ulteriore, che è quello di unire i puntini, e cioè di tenere insieme questa complessità. E aver presente che per esempio in questo momento nel mondo c’è un numero di profughi di guerra riconosciuti come tali stando ai dati dell’ONU di gran lunga superiore rispetto al numero di profughi di guerra registrati durante la seconda guerra mondiale. Questo vuol dire che viviamo un’epoca di guerra in cui ci sono tanti conflitti e tanti sistemi di interessi».

Unire i puntini, ha aggiunto Mannocchi, è anche quello che devono fare insieme i giornalisti e i lettori per andare oltre l'emotività del racconto giornalistico e trovare la forza e la voglia di intervenire in prima persona per cambiare le cose: «Quando va in onda un pezzo emotivo io me l’aspetto l’ondata di commozione, mi sembra candeggina sulle coscienze e quindi ho imparato a prendere distanza. Capisco che in un momento così polarizzato è anche un modo per lo spettatore di dire “io la penso come te, ti sono vicina, teniamoci per mano”, e lo apprezzo molto. Il passaggio però dopo è l’autocritica, cosa stiamo sbagliando tutti? E in questo consiste l’unire punti che diceva Nello, cioè: io ti consegno un pezzo di emotività però ti dico che tu spettatore piano piano devi pensare che quando ti accendi il gas la mattina alle 8 lo fai sulle spalle di quella gente, perché petrolio e immigrazione si tengono per mano e nessuno te lo racconta. Raccontiamolo. L’emotività deve essere strumento di un passaggio ulteriore».

La nostra aspirazione massima, conclude Mannocchi, «è che uno scoop non dico faccia cadere un governo, permetta di aprire un dibattito e permetta a qualcuno di sentire almeno un po’ di vergogna, e da quello poi ripartire sulle scelte politiche. Però qualche volta mi accontento anche di vedere dei cittadini che si svegliano, che rimettono in discussione il proprio punto di vista. È sempre più difficile, è sempre meno scontato, però non ci possiamo rinunciare».

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