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Quegli incontri in Italia con uno dei più spietati trafficanti libici di esseri umani

7 Ottobre 2019 9 min lettura

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Quegli incontri in Italia con uno dei più spietati trafficanti libici di esseri umani

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11 Maggio 2017, Italia. A un incontro svoltosi nel Comune di Mineo in Sicilia, all'interno di una delegazione arrivata da Tripoli per discutere della gestione dell'accoglienza dei migranti, è presente Abd al-Rahman al-Milad, detto "Bija", descritto in numerose inchieste giornalistiche come uno dei più potenti e spietati trafficanti di esseri umani in Libia. A testimoniare la sua presenza, una foto pubblicata in uno scoop del giornalista Nello Scavo su Avvenire.

Nell'articolo (il primo di una serie), Scavo scrive che le immagini, ottenute da una fonte ufficiale, documentano "quella mattinata rimasta nel segreto": Bija, "ritenuto a capo di una vera cupola mafiosa ramificata in ogni settore politico ed economico dell’area di Zawiya , aveva ottenuto un lasciapassare per entrare nel nostro Paese e venire accompagnato dalle autorità italiane a studiare «il modello Mineo», da dove in questi anni sono passati oltre 30mila migranti". Inoltre, come raccontato da una fonte ufficiale presente all'incontro, l'uomo era stato inizialmente presentato come direttore di un centro per migranti e successivamente indicato come funzionario della "Guardia costiera libica".

Il giornalista continua affermando che "sembra impossibile che le autorità italiane non sapessero chi era l’uomo seduto al tavolo dello strano convegno" visto che diversi mesi prima del suo arrivo in Italia, Bija era finito "nel mirino di una raffica di inchieste giornalistiche e investigazioni internazionali":

Il 14 febbraio 2017 The Times diffonde un video nel quale si vede un uomo in divisa mimetica picchiare selvaggiamente un gruppo di migranti su un gommone. Ripreso di spalle, il miliziano appare con una menomazione alla mano destra. Proprio come Bija, che durante i combattimenti anti Gheddafi del 2011 aveva perso alcune dita. Il 20 febbraio la giornalista italiana Nancy Porsia pubblica un approfondito reportage in inglese per Trt World, proseguendo un’inchiesta apparsa già il 6 gennaio in italiano su The Post Internazionale, nel quale spiega che «Bija lavora sotto la protezione di Al Qasseb, nom de guerre di Mohamed Khushlaf, che è a capo del dipartimento di sicurezza della raffineria di Zawiyah. Supportato da suo cugino e avvocato Walid Khushlaf, Al Qasseb esercita il controllo totale sulla raffineria e sul porto di Zawiyah. I cugini Khushlaf fanno parte della potente tribù Abu Hamyra, così come Al Bija». Poi arriveranno articoli pubblicati da Il Messaggero, Il Mattino, la Repubblica e l’Espresso. L’anno prima, siamo nel 2016, erano stati anche Panorama e Il Giornale a indicare Abdou Rahman quale uomo chiave del traffico di esseri umani.

Di "Bija" aveva parlato in un reportage in Libia, a Zawiya – pubblicato il 1 agosto 2017 da Repubblica – anche Amedeo Ricucci del Tg1. Il reporter raccontava come "la sua tribù, l’Awlad Bu Hmeira, controlla la zona del porto e la raffineria di Zawiyah, il che vuol dire che ha le mani in pasta in tutti i traffici che fanno ricca la città, compreso quello dei migranti. C’è un rapporto che un prestigioso panel di esperti ha consegnato il primo giugno al Consiglio di sicurezza dell’Onu in cui è scritto, nero su bianco, che Bija è in affari con Mohamed Koshlaf, capo della Petroleum Facilities Guard, il quale controlla la raffineria locale e gestisce inoltre, attraverso la milizia Nasr, il centro di detenzione per migranti che si trova nell’area del porto".

Ricucci aveva anche intervistato "Bija" che aveva bollato le accuse nei suoi confronti come «bugie» e affermava invece di far parte «dell’unica base operativa della Guardia costiera ad ovest di Tripoli (...). Siamo noi a fermare i gommoni». Ma il giornalista spiegava che "Bija" non diceva tutto: la sua era una "milizia armata, anche se ufficialmente veste i panni della Guardia costiera; e le sue operazioni navali contro i trafficanti sono solo abili mosse di risiko nella guerra senza quartiere che oppone le milizie locali per il controllo del territorio. D’altra parte sarebbe impossibile bloccare tutti i gommoni in partenza per l’Italia. E allora – come ci spiega una fonte del posto che preferisce restare anonima – «la milizia di Bija sceglie con chi fare affari, quali gommoni cioè lasciar passare e quali bloccare. Lo stesso fa con i contrabbandieri di petrolio: quelli che non vogliono guai, pagano. È un grosso affare»".

Ricucci aggiungeva che "la Guardia costiera libica appare troppo compromessa con le milizie locali" e che, visto che l'Italia voleva "allearsi" con questi uomini per provare a bloccare il flusso dei migranti in arrivo, sarebbe stato puntare su di un "cavallo sbagliato". All'epoca Annalisa Camilli su Internazionale specificava infatti che molti esperti avevano espresso il timore che i fondi stanziati dall’Italia e dall’Unione europea per finanziare la guardia costiera libica sarebbero indirettamente finiti nelle mani dei trafficanti, citando proprio "Bija" come esempio.

Al riguardo, il 29 agosto 2017, era stata pubblicata un'inchiesta dell'Associated press in cui si raccontava che l’Italia aveva stretto un accordo tramite il quale il governo di Tripoli pagava due milizie implicate nel traffico di persone verso l’Europa per impedire che i migranti attraversare il Mediterraneo e che inoltre proprio il coinvolgimento diretto delle milizie sarebbe stata una delle ragioni del calo degli sbarchi in Italia, rispetto al periodo precedente, iniziato a luglio dello stesso anno (e che prosegue sino ad oggi). Pochi giorni prima, anche la giornalista Francesca Mannocchi su Middle East Eye aveva scritto di un incontro a Sabratha tra uomini dell'intelligence italiana e milizie locali libiche, senza però trovare conferme ufficiali, e di una presunta tangente pagata da agenzie di intelligence europee per fermare le partenze di gommoni dalle coste libiche verso quelle italiane. All'epoca il ministro degli Esteri italiano aveva negato di aver raggiunto qualsiasi accordo, aggiungendo che "il governo italiano non negozia con i trafficanti".

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In un secondo articolo, poi, Nello Scavo spiega che non c'è ancora chiarezza su chi avrebbe organizzato l'incontro dell'11 maggio di due anni fa: "Secondo fonti vicine all’allora esecutivo Gentiloni, l’appuntamento di Mineo fu suggerito dall’Organizzazione internazionale delle migrazioni, l’Oim, agenzia delle Nazioni Unite che ha suoi funzionari anche in Libia. Al contrario, dall’Onu fanno sapere che l’incontro fu organizzato dai ministeri italiani coinvolti a vario titolo nella gestione della crisi migratoria insieme al governo libico, che aveva trasmesso la lista dei partecipanti". Inoltre, quel giorno, secondo diverse fonti presenti, tra "i libici vi erano anche altri esponenti vicino all’uomo forte di Zawyah. Nomi che oggi potrebbero essere rinvenuti tra i torturatori di migranti indicati dalle vittime nel corso di varie inchieste delle procure siciliane".

Secondo però una fonte ai tempi impegnata sul “fronte libico” e citata in un articolo di Umberto De Giovannangeli, giornalista dell'Huffington Post, a quel tavolo dell'11 maggio il governo italiano non era istituzionalmente presente e inoltre «una foto prova un incontro, non una trattativa. Ed è ben strana una ‘trattativa segreta’ che avviene in una riunione, tutt’altro che clandestina, cui sono presenti una trentina di persone». Avvenire, però, citando una lettera che l'Oim ha mandato a diversi media, scrive che l'organizzazione internazionale ha smentito comunicando che a Bija "nel caso di questa visita gli è stato fornito un visto dalle autorità italiane, che indicava che il suo passato criminale non era ampiamente conosciuto al momento”, che all'incontro dell'11 maggio erano presenti emissari del Viminale, allora guidato da Marco Minniti, e che il meeting era stato “richiesto dal Ministero degli Interni italiano. Oim ha facilitato solo gli aspetti logistici”.

La visita di Abd al-Rahman al-Milad in Italia non si è però limitata a quel giorno al Cara di Mineo. Luca Raineri ha pubblicato infatti su Twitter una foto che mostra "Bija" visitare il quartier generale della Guardia Costiera a Roma alcuni giorni prima del meeting dell'11 maggio. Sul sito della Guardia Costiera italiana si leggeva che il 9 maggio 2017 il Comando Generale delle Capitanerie di porto – Guardia Costiera aveva "ricevuto in visita una delegazione composta da rappresentanti di diverse amministrazioni libiche e di funzionari dello stesso IOM" e che durante la visita si era anche discusso "del progetto di cooperazione tra Italia e Libia (ndr siglato a febbraio 2017 da Fayez al Serraj, capo del governo di Accordo Nazionale a Tripoli e sostenuto dalle Nazioni Unite, e Paolo Gentiloni, l'allora presidente del Consiglio italiano), che si propone, attraverso il ricorso a finanziamenti europei, di istituire un efficiente Maritime Coordination Center in quest'ultimo stato". Il 16 maggio, poi, Francesco Bechis su Formiche scriveva inoltre che "secondo fonti libiche" Bija, che in base a inchieste giornalistiche era colluso col traffico di vite umane, "sarebbe in questi giorni in Italia per essere addestrato da alcuni ufficiali della guardia costiera italiana".

In base a tutte queste informazioni, Matteo Villa, ricercatore presso l'ISPI ed esperto di tematiche legate all'immigrazione, ha sottolineato alcuni aspetti della presenza del libico in Italia in quei giorni di maggio 2017:

Villa spiega che anche se si dice che "Bija" non è più a capo dei trafficanti di Zawiya, risulta ancora 'attivo' in Libia e vicino al governo di Tripoli, in quanto in una foto del 9 aprile 2019 lo si vede tra i miliziani in difesa della città dopo l'offensiva lanciata il 4 aprile dal generale Khalifa Haftar, che controlla con le sue truppe, note con il nome di Libyan National Army (LNA), la Cirenaica, cioè la parte orientale della Libia. In base poi a un'inchiesta della Procura di Agrigento, che ha portato lo scorso 16 settembre all'arresto di tre uomini in Italia, accusati a vario titolo di omicidio, sequestro, tortura e violenza sessuale su migranti pronti a partire per l'Italia all'interno di un campo di prigionia proprio a Zawyia, ad oggi il ruolo di "Bija" nel traffico di esseri umani non sarebbe venuto meno. Lorenzo Tondo sul Guardian scrive infatti che in alcune testimonianze presenti nelle carte dell'indagine che ha potuto visionare si parla di un uomo che si chiamava «Abdou Rahman», con l'incarico di trasferire i migranti sulla spiaggia, e che decideva chi poteva imbarcarsi o meno. «Era un uomo violento e armato. Lo temevamo tutti».

Non sono mancate le reazioni politiche all'inchiesta di Nello Scavo. Nicola Fratoianni, deputato di Liberi e Uguali, sulla sua pagina Facebook, ha annunciato "ogni strumento di indagine parlamentare per chiedere al governo di fare luce sui fatti riportati nell’inchiesta di Avvenire": "Ciò che abbiamo sempre denunciato rispetto alla cosiddetta 'guardia costiera libica' si conferma ancora una volta. E si conferma la necessità di chiudere la pagina vergognosa degli accordi con la Libia, in particolare in tema di politiche migratorie e di sostegno alla cosiddetta “guardia costiera libica”. Riccardo Magi, deputato di +Europa, ha specificato che "è ancora più urgente istituire una commissione di inchiesta sugli accordi Italia-Libia, come già ho chiesto attraverso una proposta di legge depositata lo scorso febbraio". Poche settimana fa, il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, al termine dell'incontro a Malta che ha portato a un primo accordo sul ricollocamento dei migranti in Europa aveva dichiarato che gli accordi con la Libia sarebbero stati mantenuti: «Stiamo lavorando bene con la Guardia Costiera, che fa un gran lavoro».

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Foto in anteprima via Avvenire

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