Migranti, accoglienza e integrazione: il sistema va cambiato

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di Angelo Romano e Andrea Zitelli

«L’accoglienza è una priorità», ha affermato Giuseppe Mattina, assessore alla cittadinanza solidale del Comune di Palermo, commentando l’arrivo nel porto della città siciliana, venerdì scorso, della nave di SOS Méditerranée, con a bordo 606 migranti di cui 241 minori. Se su salvare o meno vite umane in mare c'è poco da discutere, è importante dibattere su come accogliere i richiedenti asilo in Italia.

Circa dieci giorni fa, domenica 8 ottobre, il ministro dell’Interno, Marco Minniti, aveva detto che per la gestione dei flussi dei migranti in arrivo in Italia bisogna «arrivare all’accoglienza diffusa e chiudere i grandi centri di accoglienza». Secondo il ministro, infatti, «per quanto ci si possa sforzare di gestirli nel migliore dei modi», queste grande strutture «non possono essere la via maestra per l’integrazione».

Ma come è possibile realizzare un piano del genere? E in che tempi? Il sistema dell’accoglienza in Italia è attualmente formato da una sequenza di fasi attraverso le quali deve passare il richiedente asilo, in attesa che la propria domanda sia analizzata. Formalmente, si tratta di una serie di strutture definite da svariate sigle e suddivise in modo tale da sviluppare una prima e una seconda tipologia di accoglienza. Ma, analizzando i vari passaggi, dall’arrivo in Italia al termine del percorso, emergono contraddizioni e forti criticità. Ormai da quattro anni l'Italia punta a sviluppare un sistema di accoglienza diffusa, come nelle intenzioni anche dell'attuale ministro, ma nei fatti l'obiettivo non è stato ancora raggiunto.

Ci siamo rivolti così a diversi soggetti che nel quotidiano lavorano nel sistema di accoglienza in Italia, o ne analizzano le leggi che lo regolano, per capirne lacune e complessità. Abbiamo sentito lo SPRAR (cioè il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), la Comunità di Sant’Egidio, la società cooperativa sociale Programma Integra, Amnesty International Italia, Centro Astalli (il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati) e ASGI (un gruppo di avvocati, giuristi e studiosi, che elaborano testi normativi in materia di immigrazione, asilo e cittadinanza).

Secondo le persone che abbiamo intervistato, il nostro è un sistema in grado di accogliere ma incapace di integrare a causa, soprattutto, di uno sviluppo sproporzionato di centri che dovrebbero essere di accoglienza temporanea ma che finiscono per diventare quasi permanenti senza, però, fornire i servizi (come l'insegnamento dell'italiano o altri progetti di integrazione) dell'accoglienza diffusa. A questo si aggiunge il dialogo difficoltoso tra i diversi soggetti coinvolti che favorisce a volte la nascita di contrasti sui territori.

Proprio a partire dalle criticità emerse, abbiamo anche chiesto a questi soggetti di indicarci quali potrebbero essere le possibili soluzioni per ottenere un sistema unico dell'accoglienza e dell'integrazione.

Come funziona il sistema di accoglienza in Italia
Criticità e problematiche
Cosa fare?
SPRAR e casi positivi d'integrazione

Come funziona il sistema di accoglienza in Italia

Le leggi che lo regolano

Cosa succede a un migrante una volta arrivato in Italia? Se presenta richiesta di asilo ed è riconosciuto idoneo per farlo, incomincia il suo percorso nel sistema nazionale di accoglienza, in attesa che la sua domanda venga analizzata e, in caso, accettata o rifiutata.

Questo sistema, in base all’accordo raggiunto durante la Conferenza unificata Stato, Regioni ed Enti locali nel luglio 2014, è stato modificato “alla luce del crescente flusso di migranti sul territorio italiano, a partire dal Piano nazionale di accoglienza". Obiettivo principale della riforma era dare centralità al modello SPRAR, cioè "la rete degli enti locali che realizza progetti di ‘accoglienza integrata’ sul territorio”, spiega un dossier della Camera dei Deputati.

Nell’accordo raggiunto da parte di Stato, Regioni ed Enti locali, è stato stabilito che “in un contesto di leale collaborazione fra i livelli istituzionali, è necessario e urgente mettere in campo interventi di tipo strutturale”. Per questo motivo sono stati definiti degli obiettivi:

a) Velocizzare le procedure di identificazione e di verbalizzazione delle richieste di asilo da parte delle Prefetture.
b) Accelerare i tempi di esame delle richieste di protezione internazionale, da parte delle Commissioni territoriali, per poter avviare nel più breve tempo possibile, ove sussistono i requisiti, i percorsi di integrazione sociale e di autonomia di questi cittadini.
c) Sostenere e potenziare il Sistema di accoglienza e protezione per i minori stranieri non accompagnati.

Nel documento si predispone anche un “Piano operativo nazionale per fronteggiare il flusso straordinario di cittadini extracomunitari”. Con esso, tra le altre cose, viene stabilito di operare contemporaneamente su più aspetti: velocizzare le risposte alle esigenze di accoglienza e impostare un “piano strutturato” che permetta di ricondurre a gestione ordinaria e programmabile l’accoglienza in Italia; di garantire una governance nazionale e regionale; di distinguere fra un fase di soccorso, una di prima accoglienza e una di seconda accoglienza e integrazione, tramite il sistema Sprar, consentendo un tempestivo passaggio da una fase all’altra; di aumentare il numero delle Commissioni territoriali per accelerare i tempi di esame delle domande di protezione.

Dal 2014 in poi gli arrivi (come anche le domande di asilo) in Italia dei migranti sono aumentati rispetto gli anni precedenti. Un flusso che non si è arrestato, con variazioni, anche nel 2015 e nel 2016 e che è proseguito, pur con una flessione da inizio luglio ad oggi rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, anche nel 2017.

Nell’agosto del 2015, un decreto legislativo (n.142) del governo Renzi (attuativo di direttive dell'Unione europea) ha creato un nuovo quadro normativo, ridisciplinando il sistema. Lo scorso aprile, infine, l’esecutivo guidato dal presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha prodotto un nuovo decreto legge (n.13/2017) con alcune modifiche e integrazioni alla legge del 2015. Il decreto è stato poi convertito in legge (n.46/2017) con ulteriori cambiamenti.

Le fasi dell’accoglienza

via Le Nius

In base a questi accordi e nuove leggi, il sistema per accogliere i migranti in Italia si articola in fasi e strutture differenti:

Prima assistenza

Questa fase viene prima dell’accoglienza vera e propria e consiste nel soccorso, prima assistenza, screening sanitario e identificazione dei migranti, una volta arrivati sul territorio italiano. Procedure che si svolgono nelle aree hotspots (cioè “punti caldi"), “previste nell’Agenda europea sulla migrazione (ndr di maggio 2015) e intese sia come aree di sbarco attrezzate per dare sostegno agli Stati membri esposti in prima linea alle pressioni migratorie (in particolar modo Italia e Grecia), sia come approccio operativo utilizzato dalle forze di polizia (...) per processare le istanze di protezione internazionale”, spiegano Emiliano Baldoni e Monia Giovannetti nel report Sguardi e memorie di umanità in fuga.

Attualmente gli hotspots in Italia si trovano a Lampedusa, Pozzallo, Trapani e Taranto, ma sono previsti "anche in altre località della Sicilia e della Calabria interessate dagli sbarchi”, ha dichiarato il prefetto Gerarda Pantalone lo scorso 20 giugno.

Una volta terminate le procedure di questa prima fase, il migrante può presentare o meno la richiesta di asilo politico.

I centri per i rimpatri (CPR)

I migranti che non fanno domanda di asilo in Italia, quelli che dopo i primi accertamenti risultano non avere i requisiti per proporla, coloro che sono ritenuti un pericolo “per l'ordine e la sicurezza pubblica” (la valutazione tiene conto di eventuali condanne, anche con sentenza non definitiva) vengono trasferiti nei Centri di permanenza per i rimpatri (CPR), che hanno preso il posto dei Centri di identificazione ed espulsione (CIE). Secondo il piano del governo Gentiloni, sarà creato un CPR in ogni Regione, con 1600 posti in tutto e preferibilmente posizionati fuori dai centri urbani e vicino a infrastrutture di trasporto.

I primi 11 CPR erano previsti entro luglio, spiegava nel maggio scorso Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera, in Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Lazio, Campania, Basilicata, Sardegna, Sicilia, Emilia-Romagna, Puglia e Calabria. Le strutture utilizzate sarebbero state principalmente vecchie caserme, ex-carceri o ex CIE.

Prima accoglienza

Dopo una prima valutazione delle domande, il Prefetto, sentito il ministero dell'Interno, dispone il trasferimento dei richiedenti asilo “(in media dopo 48 ore) nei centri di prima accoglienza (noti anche come hub regionali), dove vengono trattenuti il tempo necessario per individuare una soluzione nella seconda accoglienza”, scrive Fabio Colombo su Le Nius. “Il sistema basato su hotspot e centri di prima accoglienza – continua – ha sostituito il precedente sistema basato su sigle che dobbiamo ormai considerare superate: i vari CPSA (Centri di Primo Soccorso e Accoglienza), CDA (Centri di Accoglienza) e CARA (Centri di Accoglienza per Richiedenti Asilo)”.

Secondo i dati forniti dal Ministero dell’Interno e aggiornati a fine gennaio di quest’anno, strutture per la prima accoglienza si trovano in Sicilia, Puglia, Calabria, Lazio, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia e Veneto.

CAS, l’accoglienza straordinaria

La prima accoglienza viene effettua anche nei CAS, cioè i Centri di accoglienza straordinaria, dove vengono soddisfatte “le esigenze essenziali”. Spiega infatti un dossier della Camera dei Deputati che in caso “di esaurimento dei posti nelle strutture di prima accoglienza", dovuto "a massicci afflussi di rifugiati, questi possono essere ospitati in strutture diverse”.

Per legge, il periodo di permanenza in questi luoghi deve essere temporaneo, cioè il tempo necessario per passare nei centri di seconda accoglienza. L’individuazione del CAS viene fatta dalle Prefetture, dopo aver sentito “l'ente locale nel cui territorio è situata la struttura”. In caso di "estrema urgenza", invece, la legge consente alla prefettura di ricorrere "a procedure di affidamento diretto", cioè senza interpellare ad esempio il Comune in cui il Centro dovrà sorgere.

La gestione di queste strutture – che possono ospitare anche un gran numero di persone – può essere svolta “da enti locali, enti pubblici o enti privati che operano nel settore dell’assistenza dei richiedenti asilo (...) o nel settore dell’assistenza sociale”, si legge in un dossier del Senato.

Seconda accoglienza, lo SPRAR

La seconda accoglienza si svolge a livello territoriale nei centri SPRAR, cioè il Sistema di protezione per richiedenti e rifugiati e ha come funzione principale l’integrazione. Nella rete SPRAR – formata da progetti di Enti locali, che vi accedono volontariamente, in cui vengono coinvolti piccoli gruppi di migranti – entrano i richiedenti asilo e coloro a cui è stata riconosciuta la domanda (rifugiati, titolari di protezione sussidiaria e internazionale) che ne fanno richiesta ma che non dispongono di mezzi sufficienti per il sostentamento. Compito della Prefettura è quello di valutare l'esistenza di questo requisito. Se i posti dello SPRAR non sono sufficienti rispetto alle richieste ricevute, il richiedente asilo o il rifugiato rimane nel centro di prima accoglienza “per il tempo necessario al trasferimento nella struttura di seconda accoglienza”.

Come nasce lo SPRAR, come funziona e perché lo Stato punta su questo modello

Lo SPRAR, che come sistema nasce con la legge n.189/2002  (la cosiddetta “Bossi-Fini”), si differenzia dalla prima accoglienza sotto molti aspetti. Come spiegavano su SecondoWelfare.it nel dicembre 2016, Daniela Di Capua, direttrice della Rete SPRAR, e Monica Giovannetti, responsabile dell’area minori, il “Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati in Italia garantisce interventi di “accoglienza integrata” dei richiedenti asilo e dei rifugiati attraverso la costruzione di percorsi individuali di inserimento socio-economico”.

L’obiettivo principale dello SPRAR è così:

La presa in carico della singola persona accolta, in funzione dell’attivazione di un percorso individualizzato di (ri)conquista della propria autonomia, per un’effettiva partecipazione al territorio italiano, in termini di integrazione lavorativa e abitativa, di accesso ai servizi del territorio, di socializzazione, di inserimento scolastico dei minori.

Per questo motivo, vengono svolte attività che si incentrano "soprattutto sull’apprendimento dell’italiano, sulla conoscenza e sull’accesso ai servizi, sulla individuazione di proprie reti sociali di riferimento”.

La nascita dello SPRAR nel 2002 ha segnato il passaggio dalla gestione dell’accoglienza da parte dei privati (del terzo settore) a quella pubblica. In questo modo, continuano Di Capua e Giovanetti, è stata promossa “una governance multilivello, con una partecipazione del Ministero dell’Interno e degli enti locali alle misure di accoglienza, ufficializzando (...) la collaborazione con le realtà del terzo settore, che sono passate da una funzione di supplenza – in un contesto di vuoto normativo e programmatico – a un ruolo di partenariato privilegiato”.

Il sistema è costituito da una rete di strutture di enti locali su tutto il territorio nazionale che, dopo aver presentato una domanda di adesione allo SPRAR, accedono al Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo (FNPSA) per la realizzazione di progetti di accoglienza integrata. Gli Enti locali coinvolti, si legge ancora su SecondoWelfare.it, “implementano i progetti territoriali di accoglienza, coniugando le Linee guida e gli standard dello SPRAR con le caratteristiche e le peculiarità del territorio, vale a dire che, in base alla vocazione, alle capacità e competenze degli attori locali – nonché tenendo conto delle risorse (professionali, strutturali, economiche), degli strumenti di welfare e delle strategie di politica sociale adottate negli anni – possono scegliere la tipologia di accoglienza da realizzare e i destinatari che maggiormente si è in grado di prendere in carico, fermo restando un livello di standard e servizi che tutti i progetti sono tenuti a garantire”.

Il circuito dello SPRAR viene garantito dal Servizio Centrale, struttura istituita e attivata dal Ministero dell’Interno e affidata ad ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani), che ha il compito di “informazione, promozione, consulenza e assistenza tecnica agli Enti locali e di monitoraggio”.

Fin dal Piano Nazionale di Accoglienza del 2014, come già scritto, l’obiettivo dell’Italia è stato quello di far diventare il sistema SPRAR il modello di riferimento nazionale per l’accoglienza dei richiedenti asilo. Proprio per questo motivo sono state promosse alcune misure: il governo Renzi nell’agosto del 2016 ha emanato un decreto legge con l’obiettivo di stabilizzare i progetti SPRAR già attivi e snellire le procedure burocratiche per accedervi. Inoltre, il finanziamento da parte dello Stato è stato portato al 95%, con il restante 5% che spetta all’ente locale (precedentemente era del 20%). A ottobre dello stesso anno, poi, il Ministero dell’Interno ha pubblicato una direttiva che prevede una “clausola di salvaguardia” in base alla quale in quei Comuni che appartengono alla rete SPRAR o che hanno manifestato la volontà di aderirvi non vengono aperte dallo Stato altre strutture di accoglienza, come i CAS ad esempio. Questa misura punta anche a favorire l’avvio del “Piano nazionale di riparto” di Governo e ANCI che prevede, tra le altre cose, la proporzionalità dell'accoglienza dei migranti rispetto alla popolazione residente: 2,5 richiedenti asilo ogni 1000 residenti.

Nel tempo, i posti messi a disposizione dai progetti territoriali nella Rete SPRAR sono aumentati di anno in anno e così i beneficiari.

Nel 2016, inoltre, secondo l’ultimo rapporto SPRAR, “gli Enti locali complessivamente coinvolti nell’accoglienza SPRAR sono stati circa 1000”.

Per quanto poi riguarda la suddivisione dei posti nello SPRAR sul territorio italiano, i numeri più alti si trovano in quattro Regioni del Sud.

Anche il dato relativo alla presenza effettiva degli accolti nei progetti su base regionale mostra (come per l’anno precedente) che circa il 60% del totale si trova in Sicilia, Lazio, Calabria e Puglia.

Commissioni territoriali e le decisioni sulle domande di asilo

Le Commissioni territoriali hanno il compito di concedere o negare la protezione internazionale a coloro che ne hanno fatto richiesta. Vengono nominate con decreto del Ministro dell’Interno e sono formate “da un funzionario della carriera prefettizia (con la qualifica di Viceprefetto), da uno della Polizia di Stato, da un rappresentante di un Ente territoriale designato dalla Conferenza Stato-Città e autonomie locali e da un soggetto designato dall‘UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati)”.

Un richiedente asilo in Italia può accedere a tre forme di protezione internazionale: rifugio politico, sussidiaria e umanitaria. Le prime due sono regolate dal decreto legge n. 251 del 2007 (che attua la direttiva europea n.83/2004), modificato poi, diversi anni dopo, dal decreto legislativo n.18/2014. La terza forma, invece, è un riconoscimento esclusivo delle leggi italiane (regolata dal decreto legge n.25/2008) e viene approvata nel caso in cui non vengano riconosciute le altre due forme.

Rifugiato politico: “Cittadino straniero il quale, per il timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica, si trova fuori dal territorio del Paese di cui ha la cittadinanza e non può o, a causa di tale timore, non vuole avvalersi della protezione di tale Paese, oppure apolide che si trova fuori dal  territorio nel quale aveva precedentemente la dimora abituale per le stesse ragioni succitate e non può o, a causa di siffatto timore, non vuole farvi ritorno”.

Protezione sussidiaria: “Cittadino straniero che non possiede i requisiti per essere riconosciuto  come rifugiato ma nei cui confronti sussistono fondati motivi di  ritenere che, se ritornasse nel Paese di origine, o, nel caso di un apolide, se ritornasse nel Paese nel quale aveva precedentemente la dimora abituale, correrebbe un rischio effettivo di subire un grave danno come definito dal presente decreto (ndr rischio di condanna a morte, tortura e la minaccia grave e individuale alla vita o alla persona derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale) e il quale non può o, a causa di tale rischio, non vuole avvalersi della protezione di detto Paese”.

Protezione umanitaria: “Nei casi in cui (ndr la Commissione) non accolga la domanda di protezione internazionale e ritenga che possano sussistere gravi motivi di carattere umanitario (ndr cioè che lo straniero possa essere oggetto di persecuzione per motivi di razza, di sesso, di lingua, di cittadinanza, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali), la Commissione territoriale trasmette gli atti al Questore per l'eventuale rilascio del permesso di soggiorno”.

Fino al 2014, le Commissioni territoriali erano in totale 10 in tutta Italia. Poi, per velocizzare le tempistiche delle decisioni, sono state portate a venti (qui quelle attuali). La decisione sulle domande di asilo politico deve arrivare per legge entro sei mesi dalla presentazione della richiesta, prorogabili a nove nei casi in cui: si debbano valutare questioni complesse, vengano presentate in contemporanea un grande numero di domande, ci sia un ritardo causato dall’inosservanza delle procedure da parte del richiedente. In casi eccezionali, infine, il termine può essere ulteriormente prorogato di tre mesi.

Lo scorso 17 marzo, Angelo Trovato, presidente della Commissione nazionale per il diritto di asilo del Ministero dell’Interno, durante un’audizione davanti alla Commissione sul sistema di accoglienza e Comitato Schengen, ha fornito il dato del tempo medio delle decisioni delle Commissioni, specificando di non poter «dare un dato statico, ma solo un riferimento dinamico», in quanto le Commissioni si portano dietro anche il pregresso di quando erano dieci: «se esaminiamo i tempi medi, possiamo considerarli in un quadro complessivo o annuale. Se li vediamo in un quadro complessivo, dobbiamo considerare il periodo 2014-2016, là dove abbiamo un tempo medio di 260,45 giorni di attesa (ndr circa 9 mesi)». Trovato fornisce anche il dato delle tempistiche suddivise per anno: «nel 2014 il tempo medio è stato di 346,54 giorni. Nel 2015 siamo riusciti ad abbassarlo a 200,68 giorni; nel 2016, siamo scesi a 180 giorni». Nel dettaglio questo significa che, ad esempio, «sui 91000 che abbiamo esaminato nel 2016, ben 34235 erano domande presentate nello stesso anno, per le quali il tempo è stato di 180 giorni».

Nel caso in cui la Commissione territoriale respinga una domanda di asilo, il richiedente può presentare ricorso alla giustizia ordinaria. Il ricorso sospende l’esecuzione del diniego e nel tempo dell’attesa della decisione del tribunale (in base allo studio dei numeri analizzati dal centro Sprar, in media corrisponde “a 100,5 giorni – quindi tre mesi e mezzo circa – per conoscere l’esito della decisione, tempi che si dilatano a 290,9 giorni (quasi 10 mesi) dalla presentazione del ricorso”) il richiedente asilo continua ad avere il diritto di rimanere in Italia, a parte casi eccezionali.

In base ai dati forniti dal Presidente della Commissione nazionale per il diritto di asilo, i tribunali ordinari hanno accolto il ricorso del richiedente – che si è visto negato la richiesta di asilo – nel 54% dei casi. Fino ad aprile scorso il migrante poteva ricorrere in appello in caso in cui anche il tribunale di primo grado respingesse la richiesta. Con l’approvazione del decreto Minniti-Orlando questa possibilità è stata abolita.

Il numero dei richiedenti asilo nel sistema di accoglienza e i Comuni coinvolti

Secondo gli ultimi dati resi pubblici dal Ministero dell’Interno, nel sistema di accoglienza in Italia, al 31 agosto 2017, i migranti/richiedenti asilo erano 196.285.

L’ultimo dato disponibile della loro suddivisione per centri di accoglienza è aggiornato invece al 31 marzo 2017. Come si vede, al di là dell’obiettivo del governo di passare al modello SPRAR, a fine marzo scorso circa l’80% del totale dei richiedenti asilo si trovava nelle strutture di emergenza.

Rispetto a questi numeri, Stefano Catone di Possibile ha denunciato nel maggio scorso che il Ministero dell’Interno ha rimosso dal proprio sito i dati che riguardano la suddivisione tra posti CAS e SPRAR, in particolare i dati sul trend a partire dal 2014. Una decisione, hanno aggiunto Giuseppe Civati e Andrea Maestri sempre di Possibile, che «riduce la trasparenza e le possibilità di informazione da parte dei cittadini». Sulla questione è stata presentata sempre a maggio un'interrogazione parlamentare da parte di Possibile e Sinistra Italiana, a cui però finora non è stata fornita una risposta ufficiale.

Lo scorso 19 luglio, infine, il ministro dell’Interno ha comunicato alla Camera dei Deputati che i Comuni «che hanno fatto o che fanno accoglienza» sono 3153 su circa 8mila, cioè il 39% del totale.

Le spesa pubblica per il sistema di accoglienza

Nel Documento di Economia e Finanza 2017 (DEF) del Ministero dell’Economia, approvato ad aprile, si legge che la spesa nel complesso della gestione dell’afflusso dei migranti (operazioni di soccorso, assistenza sanitaria, alloggio e istruzione per i minori non accompagnati) nel 2016 è “al netto dei contributi dell'Ue, pari a 3,6 miliardi (cioè lo 0,22% del PIL, nel 2014 è stato lo 0,14% e nel 2015 lo 0,16%)" e prevista "pari a 4,2 miliardi (lo 0,25% del PIL) nel 2017, in uno scenario stazionario. Se l'afflusso di persone dovesse continuare a crescere la spesa potrebbe salire nel 2017 fino a 4,6 miliardi (lo 0,27% del PIL)”.

Lo scorso 25 maggio, Gerarda Pantalone, a capo del Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione del Ministero dell'Interno, durante un’audizione davanti la “Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema di accoglienza”, ha fornito la spesa dettagliata per l’accoglienza: «Nel DEF 2017 per il fenomeno migrazioni sono previsti da un minimo di 4,2 miliardi a scenario normale ad un massimo di 4,6 miliardi in uno scenario di crescita. Una prima precisazione: questi valori attengono a diverse tipologie di spesa: operazioni di soccorso in mare (18,8%), accoglienza (68,2%), assistenza sanitaria e istruzione (13%). La quota relativa all'accoglienza è quindi di 2,8 miliardi e di essi sono attribuiti al Dipartimento delle libertà civili 2,093 miliardi. Quindi il budget che noi gestiamo ammonta a 2,093 miliardi».

Pantalone, spiega anche come sono suddivisi questi 2 miliardi di euro: «All'accoglienza in senso ampio sono destinati 1,895 miliardi di euro, di cui all'accoglienza in senso più stretto 1,320 miliardi (per i centri di accoglienza), 405.067.144 per le strutture SPRAR, 170 milioni per il "Fondo minori non accompagnati". Abbiamo quindi in totale 1,895 miliardi, cui poi aggiungiamo 15,46 milioni per le commissioni territoriali, 52 milioni per la manutenzione dei centri (che è distinta rispetto alla spesa per l'accoglienza), 28 milioni per le spese amministrative del dipartimento, comprensive di personale e di sistema informativo, lo stanziamento di bilancio per le collaborazioni a Paesi terzi».

Criticità e problematiche

  • Un sistema che accoglie ma non integra

Il nostro sistema di accoglienza è capace di accogliere migliaia di persone ma non è in grado poi di assicurare loro percorsi di integrazione nella nostra società. È questa la principale criticità segnalata da tutti i soggetti da noi intervistati. Secondo loro una buona accoglienza è infatti fortemente legata alla qualità, efficacia ed equità del riconoscimento del diritto all’asilo e ha come obiettivo finale quello di garantire l’integrazione dei beneficiari di protezione internazionale nel tessuto sociale del paese che li accoglie.

Riguardo questa criticità, il 26 settembre scorso, il Ministero dell’Interno ha presentato un “piano nazionale di integrazione dei titoli di protezione internazionale”, cioè di coloro che, al termine del periodo nel sistema di accoglienza, hanno visto riconosciuta la loro richiesta di asilo. Il piano, si legge nel documento, vuole individuare “una strategia unitaria” e “strumenti efficaci" per promuoverne una piena autonomia del rifugiato e la sua capacità di integrarsi nel sistema economico e sociale italiano.

Il piano, ideato dal Ministero – insieme, tra gli altri, a Regioni, ANCI, UNHCR e Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) – e sostenuto con fondi europei, prevede di coinvolgere tutti i soggetti, dal livello centrale, agli enti locali, fino al terzo settore, di “superare il sistema di accoglienza straordinaria e ampliare l’adesione dei Comuni al sistema SPRAR”. In particolare, punta a:

- Incentivare l’apprendimento della lingua italiana in tutto il sistema di accoglienza perché conoscere l’italiano “costituisce il presupposto essenziale per un concreto percorso d’inserimento sociale, fondamentale per l’interazione con la comunità locale, per l’accesso al mercato del lavoro e ai servizi pubblici”.
- Facilitare l’inserimento sociale dei titolari di protezione tramite il riconoscimento dei titoli di studio e delle qualifiche acquisiti nel paese di origine.
- Verificare e valorizzare le esperienze già fatte  in modo tale da consentire un loro inserimento nel nostro mercato del lavoro.
- Garantire “la possibilità effettiva dell’iscrizione anagrafica e l’acquisizione della residenza" perché molti dei titolari di protezione internazionale spesso trovano soluzioni abitative precarie e informali e, non potendo dimostrare dove abitano, non riescono a iscriversi all'anagrafe e a usufruire di servizi come “l'assistenza sociale, i sussidi erogati su base comunale, il rilascio della carta d’identità" e di altri certificati utili, ad esempio, per avere la patente, aprire un conto corrente o per il ricongiungimento familiare.
- Potenziare occasioni d'incontro tra rifugiati e cittadini italiani per contribuire allo sviluppo di un senso di appartenenza e stabilità” ma anche “per lo scambio e la conoscenza reciproca”.

  • La mancanza di un sistema unitario e l'approccio emergenziale

Nel 2015, il Capo di Gabinetto del Ministero dell’Interno, Mario Morcone, nell’audizione davanti alla "Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema di accoglienza”, aveva dichiarato che l'Italia cercava di costruire un sistema di accoglienza stabile e «di non ridursi a gestire la migrazione sempre come una vicenda di emergenza». Questo, però, nella prassi non si è ancora mai totalmente realizzato.

In Italia, attualmente, non è possibile neanche parlare dell'esistenza di un sistema unico di accoglienza, ci ha detto Daniela Di Capua, direttrice del Servizio Centrale della Rete SPRAR. Esiste una filiera, che non funziona bene, perché le diverse fasi di cui si compone mal si armonizzano tra di loro, i soggetti coinvolti dialogano male, le loro competenze si sovrappongono, i centri sono presenti in modo disomogeneo su tutto il paese e la qualità e l'efficacia dei servizi offerti non sono valutate in modo sistematico. Tutto questo si ripercuote poi sui destini di chi chiede asilo in Italia e sui territori locali interessati.

«Il problema in Italia è culturale – spiega Gianfranco Schiavone, vice-presidente dell’ASGI –. Non riusciamo a superare un approccio puramente emergenziale. Al di là delle questioni tecniche, sembra infatti che non ce la facciamo proprio ad arrivare a quello che è l’obiettivo, scritto e normato, cioè immaginare che il sistema pubblico di accoglienza dei richiedenti asilo e quello di aiuto all'integrazione dei rifugiati siano pezzi del sistema pubblico dei servizi».

  • Non esiste una vera distinzione tra prima e seconda accoglienza

Nei fatti non sembra esserci una distinzione effettiva tra strutture di prima e seconda accoglienza. Si affiancano centri di maggiori dimensioni (le vecchie strutture governative o i nuovi hub regionali) a strutture più piccole (i centri di accoglienza straordinaria). I CAS, inoltre, che dovrebbero accogliere richiedenti asilo in caso di temporaneo esaurimento della disponibilità dei posti, ospitano invece quasi l’80% del numero totale delle persone accolte. Di fatto, spiega Valentina Fabbri, presidente di Programma Integra, il sistema che dovrebbe essere prioritario, l’accoglienza integrata, diventa minoritario: «Il tempo di permanenza in un CAS non è quello previsto dal decreto, necessario ai fini del trasferimento in una struttura di seconda accoglienza, ma dura diversi mesi, paragonandosi per la durata dei percorsi in tutto e per tutto ad un progetto SPRAR».

Una situazione fotografata anche dalla relazione della "Commissione di inchiesta parlamentare sull’accoglienza", che più di un anno fa, sottolineava come i Centri di accoglienza straordinari fossero diventati “il segmento più consistente del sistema di accoglienza” e fossero quelli che maggiormente ne indebolivano la qualità "in termini di erogazione di servizi”. L’inesistenza di un controllo metodico, pubblico e imparziale dei servizi erogati nei centri di prima accoglienza non consentiva, inoltre, di monitorarne la qualità e di controllare il verificarsi di “fenomeni speculativi legati alla lunga durata dell’accoglienza, con il conseguente rischio di generare interessi degli enti gestori”.

A determinare questa situazione, spiega Paolo Morozzo della Rocca, responsabile dell’area legale della Comunità di Sant’Egidio, ha contribuito anche l’aumento dei flussi migratori dopo il 2014. L’incremento degli arrivi di migranti ha messo a dura prova un sistema di accoglienza testato fino ad allora su numeri molto inferiori. Da questo punto di vista, sottolinea Daniela Di Capua, l’Italia sta scontando oggi le conseguenze di essere arrivata impreparata, senza una programmazione preventiva che affrontasse l’aumento degli arrivi e «senza avere al momento del bisogno ancora nulla di pronto».

  • L’adesione volontaristica alla rete SPRAR: punto di forza o debolezza?

La forte sproporzione tra CAS e SPRAR è dovuta anche alle diverse modalità di attivazione dei due servizi. Da un lato, spiega  il presidente di Programma Integra, i Comuni aderiscono lentamente alla rete SPRAR, dall’altro, le Prefetture sono rapide nell'aprire le strutture straordinarie. Il sistema di accoglienza, nota Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, sconta la "mancanza di solidarietà": «Se tutti i Comuni italiani accettassero di condividere le responsabilità, invece di far proprio il motto "Not in my backyard (ndr "Non nel mio giardino")", il "peso" dell'accoglienza sarebbe avvertito assai meno».

Ma un sistema basato sull’adesione volontaria alla rete SPRAR non può funzionare, secondo Gianfranco Schiavone di ASGI. In questo modo, la norma già prevede l’esistenza, in caso di mancanza di adesioni, di un sistema parallelo, al cui interno quello orientato all’integrazione dei richiedenti asilo e alla costruzione di un progetto di inserimento sociale, culturale ed economico, è volontaristico e, dunque, di base penalizzato. «A distanza di tempo – prosegue lo studioso – mi stupisce questa incapacità o non volontà di arrivare a un trasferimento di funzioni amministrative che oggi il legislatore non ha voluto fare, creando un sistema che non può funzionare perché volontario. Come dire che io faccio gli ospedali ma sono volontari, faccio le scuole ma sono volontarie, cioè manca l’obbligatorietà».

La direttrice della rete SPRAR, Daniela Di Capua, ha invece difeso il carattere volontaristico dell’adesione dei Comuni al circuito SPRAR: «Non la consideriamo una criticità perché secondo noi fino a oggi l’aumento dei posti è stato graduale e continuativo». «Il Comune che sceglie volontariamente di aderire allo SPRAR è ovviamente spinto da motivazione. Che sia di governo del fenomeno, che sia di possibilità di sviluppo di nuovi servizi sul territorio utili a tutti, quindi economico, che sia di possibilità di nuovi posti di lavoro, supponiamo (perché ci vogliono gli operatori, le figure professionali competenti, ecc), anche una motivazione etica. Quando c’è quest'ultima le cose hanno maggiore energia positiva, mentre l’obbligatorietà fa indebolire questo aspetto».

Il carattere volontaristico dell’adesione allo SPRAR può essere stata anche la causa di una certa disomogeneità territoriale nella distribuzione dei centri in tutta Italia. Il 60% si trova in quattro Regioni, quelle probabilmente più interessate dai flussi migratori. «Calabria, Sicilia e Puglia storicamente sono state le Regioni che più hanno aderito allo SPRAR, probabilmente perché erano già, per la loro collocazione geografica, toccati dai richiedenti asilo mentre le altre Regioni no. Inoltre, i grandi centri, i famosi CARA, per anni sono stati situati solo in Puglia, Calabria e Sicilia», racconta ancora Di Capua. Però, spiega la direttrice della rete SPRAR, è anche vero che i Comuni stanno cominciando a vedere nella rete «un’opportunità per poter governare una situazione che era inevitabile sui loro territori, avendo dei fondi a disposizione, possibilità di decidere, di organizzare la convivenza e anche poi di governare le possibilità di percorsi di inclusione. Per cui hanno colto il punto di forza dello SPRAR». E tutto questo sta favorendo nuove adesioni anche in Regioni del nord, come Piemonte, Veneto e Lombardia.

  • La creazione di rifugiati di serie A e B e la questione abitativa

Una delle principali conseguenze di questo sistema è la creazione di due percorsi differenti a seconda che il rifugiato sia riuscito a entrare o meno nel circuito SPRAR. Se una persona resta al di fuori non può usufruire di una serie di servizi, finalizzati all’integrazione, che il CAS di norma non garantisce. Questa difformità di servizi ha ricadute sui richiedenti asilo, creando di fatto “rifugiati di seria A e di serie B”, ma anche sui territori, ha spiegato Valentina Fabbri di Programma Integra.

Da questo punto di vista, l’eccessiva presenza di CAS e di strutture di accoglienza che mal si integrano nei territori dove sorgono, è nociva e contribuisce a creare un circolo vizioso che coinvolge istituzioni, mercato del lavoro, cittadini e migranti. «Le persone che non escono da un circuito di accoglienza con una serie di strumenti forti finalizzati al loro inserimento sociale, lavorativo, culturale, nel nuovo paese, – dice Daniela Di Capua – ovviamente poi diventano un peso per i servizi sociali a cui si dovranno rivolgere perché non sanno come vivere, come fare, non sanno dove andare, sono risucchiati dal lavoro nero o peggio ancora nella criminalità».

Inoltre, la mancanza di percorsi di uscita dignitosi costringe molti rifugiati a vivere in condizioni difficili, finendo ad esempio nella realtà italiana, complessa e problematica, delle occupazioni abusive, come – ricorda Donatella Parisi del Centro Astalli – nel caso dello sgombero di piazza Indipendenza a Roma: «famiglie sgomberate all’improvviso, dopo anni di vita in quella situazione, senza che si sia pensato a un'alternativa».

  • Le decisioni dei Prefetti sui territori e il rischio di conflitti con i residenti

«Il fatto poi che all’apertura di un CAS non partecipi l’ente locale crea a volte conflitti insormontabili fra i residenti», racconta Valentina Fabbri di Integra. Nel corso della sua audizione alla commissione d’inchiesta parlamentare sull’accoglienza, il Sottosegretario di Stato del Ministero dell’Interno, Domenico Manzione, aveva sostenuto che i CAS rappresentano «il fallimento di quella politica di coordinamento con la territorialità che il Piano [ndr il Piano nazionale di integrazione], invece, vorrebbe fosse viva attraverso i tavoli regionali». Le decisioni imposte da un prefetto possono generare “respingimenti e crisi di rigetto”, aveva aggiunto il Sottosegretario.

Il prefetto Mario Morcone, in un'altra audizione, aveva evidenziato però la necessità da parte di tutti di avviare processi di concertazione tra le figure istituzionali: «Non c’è un prefetto in Italia che abbia interesse a stabilire in solitudine qual è la soluzione migliore per il territorio (...). Non ci stanchiamo mai di confrontarci con i sindaci e con gli assessori regionali per avere da loro le indicazioni su qual è la soluzione migliore, che ha meno impatto e che è meglio accettata sul territorio. (...) Deve essere chiaro a tutti che se non abbiamo collaborazione siamo costretti a decidere in solitudine, perché stiamo parlando di persone alle quali dobbiamo dare una risposta». Come già scritto in precedenza, in base ai dati forniti dal Ministero dell'Interno, ad oggi, i Comuni «che hanno fatto o che fanno accoglienza» non arrivano al 40% del totale.

  • Le competenze delle Commissioni territoriali

Altra criticità è rappresentata dalla qualità dei procedimenti di valutazione delle Commissioni designate a vagliare le richieste di asilo, ribaltate per oltre il 50% dei casi nei ricorsi presentati dai richiedenti asilo al tribunale ordinario in caso di bocciatura. «Sono dati che dovrebbero far riflettere il governo, ma non succede», dice Gianfranco Schiavone di ASGI. Lo studioso chiama in causa la composizione delle Commissioni, al cui interno si privilegia la competenza territoriale a una strettamente connessa alla materia da valutare (contesto sociale e politico del paese d’origine del richiedente asilo, presenza di eventuali conflitti, condizione di vulnerabilità personale, ecc.): «Noi auspichiamo un completo cambiamento delle Commissioni in cui i membri non stiano lì per rappresentanza delle istituzioni, ma per la competenza sulla materia. Perché oggi il criterio è la rappresentanza dell’Ente».

In una recente audizione al “Comitato parlamentare di controllo sull'attuazione dell'Accordo di Schengen”, il presidente della Commissione nazionale per il diritto di asilo del Ministero dell’Interno, Angelo Trovato, ha dichiarato che stanno lavorando molto sulla formazione delle commissioni per poter arrivare così a decisione omogenee. «Restano, tuttavia, le difficoltà date dalla presenza, all'interno delle commissioni, di personale non specializzato».

Cosa fare?

Negli ultimi 10 anni, ci sono stati molti miglioramenti in Italia, fanno notare Daniela Di Capua della rete SPRAR e Donatella Parisi del Centro Astalli, soprattutto grazie all'accoglienza diffusa cresciuta su tutto il territorio. Decisi passi in avanti dovuti anche, secondo Parisi, «alle battaglie di enti di tutela come la associazioni impegnate (sia cattolici che laici) e la loro azione di advocacy con le istituzioni». Di fronte alle criticità attuali, le persone da noi intervistate hanno concordato nel dire che l’Italia deve costruire un vero sistema unico di accoglienza, che sappia accogliere i migranti che arrivano nel nostro paese e pensare per loro un vero processo di integrazione. Per farlo, bisognerebbe eliminare ogni sovrapposizione tra prima e seconda accoglienza, aumentare il numero di centri SPRAR e ridurre i Centri di accoglienza straordinaria, pensare le strutture che dovranno ospitare i richiedenti asilo in luoghi meno isolati dai centri urbani.

  • Eliminare ogni sovrapposizione e confusione tra prima e seconda accoglienza

Un vero sistema unico di accoglienza è costituito da fasi diverse che garantiscono accoglienza e integrazione. Una prima fase, che permetta in tempi certi di gestire con ordine le problematiche derivanti dagli sbarchi dei migranti, e una seconda, che consenta ai richiedenti asilo, di avviare percorsi di integrazione nel nostro paese. Per realizzare questi obiettivi, afferma Daniela Di Capua, bisognerebbe eliminare ogni sovrapposizione e confusione tra prima e seconda accoglienza: «Non è possibile che arrivino 1000 persone da uno sbarco e siano immediatamente distribuite negli SPRAR. Per cui un periodo temporale, supponiamo un mese, massimo due mesi, di accoglienza di primo livello sicuramente è necessario. In quest’ottica, le strutture SPRAR dovrebbero avere molti più posti di adesso».

  • Più SPRAR e meno CAS

Per realizzare un'integrazione concreta dei richiedenti asilo, il sistema di accoglienza italiano dovrebbe essere maggiormente diffuso sui territori, in piccole unità abitative con servizi per l’assistenza, la tutela e l'accesso al welfare nazionale. «In termini semplici, più SPRAR e meno CAS», dice Valentina Fabbri, presidente del Programma Integra.

Come farlo in concreto? Le persone intervistate hanno individuato strade diverse. Per Gianfranco Schiavone, vice-presidente dell’ASGI, è necessario superare un sistema fondato sull’adesione volontaria dei Comuni alla rete SPRAR e passare a un’accoglienza diffusa e integrata per legge. Si tratterebbe di un impegno facilmente sostenibile, in grado di spegnere «le campagne politico-mediatiche locali di avversione ai programmi di accoglienza dei rifugiati da parte delle formazioni partitiche di estrema destra o di ispirazione xenofoba». Pensare invece che l’adesione volontaria «divenga così ampia da garantire, a regime, il funzionamento (con esigenze crescenti) del “sistema di accoglienza territoriale” appare più riconducibile a una ingenua speranza o a una proiezione fantastica invece che a un’analisi rigorosa della realtà».

Di diverso parere Valentina Fabbri e Daniela Di Capua. Pur individuando nella volontarietà dell’adesione alla rete da parte degli enti locali una delle cause della sproporzione tra CAS e SPRAR, rendere l'accoglienza diffusa obbligatoria per legge non è una strada facilmente perseguibile. In particolare, Di Capua suggerisce di semplificare le procedure di adesione da parte dei Comuni alla rete SPRAR («stimolandoli a capire quale può essere il vantaggio, aiutandoli a farlo perché ci sono anche oggettivamente tante nuove norme che riguardano l’affidamento dei servizi») e fare in modo che sindaci e prefetture «imparino ancora di più a collaborare per raggiungere un obiettivo di armonizzazione dell’accoglienza sul territorio affinché non sia un peso per nessuno e possa diventare un valore aggiunto».

Da questo punto di vista, dalla metà dello scorso anno, l’ANCI ha avviato una campagna di comunicazione del progetto SPRAR a Comuni e cittadinanza. «Abbiamo fatto – racconta ancora Di Capua – tantissimi incontri anche supportati da molte prefetture e ciò ha contribuito sicuramente ad avere più domande quest’anno. Però bisognerebbe farlo di più, bisognerebbe poi che le prefetture aiutassero stando più attente a non aprire i CAS nei piccoli Comuni, non aggiungere posti dove ci sono già le presenze e ci vorrebbe poi un’informazione da parte della stampa, o di chi diffonde notizie, più attenta».

  • Collocare le strutture di accoglienza in luoghi non isolati dal centro urbano

Si dovrebbe considerare la collocazione dei centri SPRAR e CAS in luoghi meno isolati dal centro urbano nei territori in cui sono previsti. «Di recente – ci racconta Paolo Morozzo della Rocca della Comunità di Sant’Egidio – consigliavo a un richiedente asilo che si trova in centro di accoglienza  in Puglia di fare corsi di italiano, prendere contatti per qualche servizio volontario con il centro Caritas del luogo. Lui mi ha risposto: “Ma guarda, noi viviamo in un posto isolato. C’è una navetta che passa una volta al giorno, se passa. Io qui l’unica cosa che posso fare, oltre dormire, è prendermi un caffè alla macchinetta”. Questa è una persona che sta facendo la domanda di asilo».

Bisognerebbe arrivare così, spiega Donatella Parisi del Centro Astalli, «a un modello di accoglienza effettivamente proficuo sia per gli italiani che per i rifugiati, fatto in piccoli centri (20/30 persone al massimo) e che possa poi essere inserito sia nel quartieri periferici sia nel centro della città». Sul punto, Parisi ha proposto come esempio il progetto di accoglienza diffusa “Comunità di ospitalità”, portato avanti insieme alla Caritas in alcune parrocchie di Roma. Il progetto propone agli istituti religiosi di ospitare rifugiati, presenti già da un certo tempo sul territorio italiano e che abbiano usufruito di una prima accoglienza, appreso la lingua italiana e ottenuto lo status di rifugiato, per dare loro l’opportunità di inserirsi nel tessuto sociale della città.

SPRAR e casi positivi d'integrazione

Nell’ultimo rapporto SPRAR c’è anche un capitolo dedicato al racconto e all’analisi delle “buone iniziative” portate avanti sul territorio all’interno della seconda accoglienza. Gli effetti positivi di questi progetti, si legge nel rapporto, sono stati riscontrati sui singoli beneficiari, sul progetto stesso di accoglienza e “sulla cittadinanza del territorio ospitante”: “rafforzare le conoscenze e competenze, svolgere percorsi di inclusione sociale, fare rete con i servizi territoriali e informare e sensibilizzare nuovi attori (ad esempio aziende, scolaresche, e cittadinanza in generale) sui temi riguardanti le migrazioni e i rifugiati”. Nel corso delle iniziative, si sono comunque riscontrati alcuni punti di debolezza, come ad esempio “le difficoltà riconducibili al contesto territoriale, dovute molto spesso alla mancanza di una giusta sensibilità e informazione rispetto alla situazione dei migranti, problematiche di natura logistico-organizzativa e amministrativa e le fragilità dei singoli beneficiari, spesso legate al travagliato percorso per arrivare in Italia e che hanno gran peso per la riuscita dell’iniziativa e, più in generale, del percorso di accoglienza”.

Udine, “La bici che ti incontra”

In Friuli Venezia Giulia, a Udine, è stata ideata dalla Onlus “Nuovi cittadini” l’iniziativa “La Bicicletta che ti incontra” che, tramite la promozione dell’uso consapevole delle due ruote, ha coinvolto i richiedenti asilo del progetto SPRAR della città e la comunità locale “che hanno avuto modo di incontrarsi, conoscersi, praticare insieme un’attività sportiva e ricreativa, superare barriere culturali, creare nuovi legami, accrescere la cultura dell’accoglienza e sperimentare forme di partecipazione”. Tra le attività svolte nel progetto, c’è stata quella della creazione di alcune ciclofficine gestite da un gruppo ristretto di beneficiari, aiutati da volontari meccanici esperti, in cui i ciclisti che avevano bisogno di revisione o piccole manutenzioni della bici in occasione di diverse pedalate pubbliche in città, potevano ricorrere. Un’altra iniziativa è stata l’organizzazione di pedalate condotte da una guida naturalistica alla scoperta di musei e parchi cittadini a cui hanno partecipato richiedenti asilo, rifugiati, altri stranieri e cittadini.

Rieti, Terrae: un orto per l’inclusione Sociale

Tirocini formativi in agricoltura biologica e avvio di una rete di gruppo di acquisto solidale (GAS) per la distribuzione dei prodotti a chilometro zero. Il progetto Terrae, gestito dall’Arci in collaborazione con la Caritas di Rieti, la Comunità Emmanuel e l’azienda agricola “Colle Solatìo”, si rivolge ai minori stranieri non accompagnati beneficiari del centro SPRAR di Rieti per rafforzare le loro possibilità di integrazione sociale e lavorativa nel territorio locale. La comunità Emmanuel (che dal 1980 si occupa dell’accoglienza di persone svantaggiate senza famiglia o emarginate) mette a disposizione gli appezzamenti di terra, l’azienda agricola “Colle Solatìo” (che dal 2007 collabora con l’Arci di Rieti per l’inserimento lavorativo dei richiedenti asilo e rifugiati del centro SPRAR) fornisce i tutor che seguono i partecipanti al progetto e l’investimento economico iniziale per la formazione pratica sulle tecniche di agricoltura e potatura, l’Arci e gli altri partner attivano i tirocini e seguono il percorso formativo e di crescita di ogni tirocinante. È stato, poi, creato il gruppo GAS TERRAE che distribuisce i prodotti dell’orto a cittadini di Rieti e Roma. Il progetto è stato invitato come esempio di agricoltura sociale al Convegno “Officine del Futuro” a Mantova e al Seminario Nazionale “Agricoltura di Promozione Sociale” all’EXPO di Milano.

Progetti nelle scuole: i richiedenti asilo insegnanti di francese in Calabria e il "gioco di ruolo" sull'esodo dei migranti nelle Marche

I rifugiati e richiedenti asilo del progetto SPRAR di Gioiosa Jonica, in Calabria, gestito dalla Rete dei Comuni solidali, hanno insegnato come docenti madre-lingua la lingua francese agli studenti dell’Istituto Tecnico Commerciale Paritario “Giacomo Leopardi” di Siderno all’interno del progetto "Incontri per caso". Le lezioni sono diventate occasione per conoscere i contesti di provenienza dei rifugiati e le motivazioni che spingono migliaia di persone a lasciare casa e affetti e rischiare la vita per arrivare in Europa.

Nelle Marche, il progetto SPRARMosaico della provincia di Macerata ha realizzato “Esodo: nessun ruolo – nessuna diversità”, un gioco di ruolo nelle scuole secondarie di primo e secondo grado per sensibilizzare gli studenti sui tragitti che portano i migranti fino in Italia. Partendo da Agadez, in Niger, i partecipanti devono arrivare sani e salvi a Lampedusa, affrontando la traversata in mare e tutte le avversità che il viaggio comporta. Durante il gioco, gli studenti riflettono sull’esperienza e condividono opinioni e sensazioni provate nell’immedesimarsi con i migranti. L’intero tragitto è stato ricostruito tramite lo studio di testi, video e articoli di stampa nazionale e internazionale e interviste a beneficiari (attuali e passati) dello SPRAR di Macerata.

Emilia Romagna, il “laboratorio aiuti” a Berceto

Il Comune di Berceto insieme al “Consorzio Fantasia” ha attivato il “Laboratorio Aiuti”. Berceto è un piccolo paese di 2000 abitanti, in provincia di Parma, “caratterizzato da una buona presenza turistica nei periodi estivi e uno spopolamento di residenti che di anno in anno, lentamente, va aggravandosi”. Lo scopo del laboratorio è stato quello di formare i beneficiari del progetto SPRAR per un inserimento socio-lavorativo tramite l’acquisizione di competenze pratiche e linguistico-relazionali, “creando, inoltre, occasioni di socializzazione con la comunità locale attraverso la valorizzazione di beni e valori comuni, l’aiuto reciproco e lo scambio di esperienze”. Le attività svolte consistono in mansioni quotidiane di aiuto alla comunità locale, in particolare delle fasce deboli della popolazione, attraverso lavori di manutenzione coordinati da esperti con competenze manuali, tecniche ed educative. Nel dicembre dell’anno scorso il sindaco Luigi Lucchi aveva ricordato su Repubblica Parma che «Berceto è stato il primo Comune, nel 2011, a presentare e ottenere il progetto SPRAR e da giugno 2011, a rotazione, abbiamo 15 profughi».

Foto in anteprima via villaamentea.it

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