Una legge elettorale per i partiti e non per i cittadini. Ancora una volta


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Bisogna fare le riforme e farle velocemente. Questo il monito di Napolitano degli ultimi giorni. Ma le riforme a tutti i costi non sono necessariamente un bene.

Quello che emerge dal testo della  nuova legge elettorale - risultato dell'accordo tra PD e Forza Italia, poi sottoscritto anche dal Nuovo Centrodestra - è ancora una volta una cultura, una mentalità dei partiti che non ha come obiettivo i diritti e il rispetto dei cittadini. Ma prima di tutto i propri interessi.

Alla base dell'accordo non c'è la preoccupazione di rimettere al centro il cittadino e il suo diritto di scegliere i rappresentanti in Parlamento, non c'è la preoccupazione di accorciare le distanze - sempre più abissali - tra gli elettori e gli eletti. In un clima di profondo (e in parte comprensibile) disprezzo per questa politica (non per la politica in sé, sia chiaro) - e il Porcellum ha notevolmente contribuito ad alimentare distanza e disprezzo - l'impianto della nuova legge elettorale  avrebbe dovuto prima di tutto avere come obiettivo recuperare la fiducia e la voglia di partecipazione dei cittadini (almeno dare dei segnali). Non è così, ancora una volta appunto è stata pensata una legge a misura di partiti e non per i cittadini.

La sfida tra politica e antipolitica che ogni giorno ci vede protagonisti è solo uno dei segni della drammatica crisi delle democrazie occidentali che rischia di travolgerci tutti. Offrire risposte convincenti serve ad allontanare quel rischio. Per questo, pur non ritenendo quella sulle preferenze “la madre di tutte le battaglie”, penso che non si debba sottovalutare l’effetto negativo che una nuova legge con liste bloccate – seppure più brevi e in collegi più piccoli – potrebbe avere nell’approfondire la frattura tra cittadini e politica. Per questo spero che, con l’accordo di tutti e non attraverso iniziative unilaterali, l’obiettivo di migliorare l’intesa attuale possa essere raggiunto. (Matteo Orfini - Ecco perché l'Italicum non mi convince ma lo sosterrò)

I due criteri fondamentali di una legge elettorale sono governabilità (e qui è in discussione il premio di maggioranza con la soglia del 35%) e rappresentanza (punti critici liste bloccate e soglia 8% per i piccoli partiti). Quello che mi preme, considerando anche l'impegno di Valigia Blu in questi ultimi anni, è proprio la questione della rappresentanza: rapporto elettore-eletto.

Ai tempi ci impegnammo nella campagna Ridateci la nostra democrazia: è ora di cambiare la legge elettorale contro il Porcellum e proseguimmo poi contribuendo, nel nostro piccolissimo, alla raccolta firme per il referendum per l'abolizione della legge Calderoli  (il referendum non fu ammesso. Una battaglia persa che valse comunque la pena portare avanti).

La cosa che mi interessa di più quindi, al di là del 35% come soglia per ottenere il premio di maggioranza - un po' tutti i commentatori in questi giorni fanno notare che è una soglia abbastanza modesta, considerando tra l'altro che c'è il doppio turno sarebbe preferibile una soglia più alta - è sicuramente la questione delle liste bloccate. In una illuminante intervista al prof. D'Alimonte su Repubblica si deve dedurre che la scelta delle liste bloccate è sostanzialmente una concessione a Berlusconi, in cambio dell'accettazione del doppio turno.

Anche il Prof. D'Alimonte, che spiega e sostiene la bontà complessiva dell'impianto dell'Italicum in questo articolo su Il Sole 24 ore, avrebbe quindi preferito i collegi uninominali. Ma Berlusconi, ecco, proprio non vuole. Ma è davvero così?

Né si dica che liste bloccate e soglia bassa sarebbero stati prezzi chiesti dal Cavaliere in cambio del doppio turno, perché questo addebitare agli altri i peggiori compromessi al ribasso è stato il triste leitmotiv e della palude della larghe intese a partire dal colpo di spugna sulla concussione. In realtà Berlusconi non è mai stato contrario al ballottaggio nazionale (congeniale del resto ad ogni partito liederistico) ma solo al doppio turno alla francese limitato all'interno del collegio, pertanto non ha fatto nessuna concessione. In conclusione non esistono ragioni, almeno ostensibili, per non mantenere l'intesa effettuando però le due piccole decisive correzioni nel senso dell'uninominale al primo turno e soglia democratica per il premio. Passa a ben vedere da qui il confine sottile tra la riforma che serve e il rischio di una beffa per i cittadini ben poco utile al sistema Paese. (Gianluigi Pellegrino - Il pericolo porcellinum)

L'argomentazione principale a favore delle liste bloccate è: per carità con le preferenze si alimenta un sistema di corruzione, di tangenti, abbiamo già visto i disastri che comporta etc. etc.

Ora è già umiliante che nel valutare possibili soluzioni va scartato un modello non perché non garantisce un rapporto diretto e trasparente elettore - eletto, ma perché bisogna considerare lo stato di salute (compresso) dell'etica pubblica nel nostro Paese: le preferenze, in sintesi, non vanno bene perché siamo un popolo (tra politici e cittadini) sostanzialmente di corrotti e corruttori. Quello che proprio non si capisce - in base a questa argomentazione - è perché poi le preferenze vanno bene per eleggere i consiglieri comunali, regionali e i parlamentari europei.

Ma soprattutto perché focalizzare l'argomento a favore delle liste bloccate criticando - come se fossero l'unica alternativa - le preferenze, quando appunto una possibile e valida alternativa a liste bloccate e preferenze sarebbero proprio i collegi uninominali? Collegi uninominali apprezzati un po' da tutti i più noti esperti: da Panebianco (che in un editoriale sul Corriere della Sera parla proprio di "strumento dimenticato" riferendosi appunto ai collegi uninominali), da Gualmini, da Pellegrino, dallo stesso D'Alimonte.

Spiega bene Fabio Martini su La Stampa

In queste ore è in corso una offensiva del «partito delle preferenze», con argomenti meno integralisti rispetto a chi vorrebbe limitarsi a ripristinare senza varianti un regime che nella fase finale della Prima Repubblica ha contribuito alla corrosione e alla fine alla corruzione del sistema politico. La caccia alle tangenti, oltre a rimpolpare le casse dei partiti a Roma, serviva soprattutto ad alimentare le cordate locali delle correnti di partito, macchine da guerra affamate di soldi per eleggere i propri candidati, nei Comuni, nelle Regioni, in Parlamento. Le preferenze, come sistema esclusivo di selezione, esistono solo in Grecia, ma alcuni deterrenti introdotti in questi anni nella legislazione italiana e un loro uso accorto potrebbero consentire di valutarne un ripristino anche per l’elezione di una quota di parlamentari. Non dimenticando che proprio con le preferenze si continuano a selezionare migliaia di consiglieri municipali, comunali, regionali e i parlamentari europei.

E ancora Gianluigi Pellegrino

Né si dica che l'alternativa sarebbero le preferenze, appiccicose e nefaste, quando la soluzione semplicissima è quella già sperimentata per il Senato ancor prima del mattarellum e per le province, senza patchwork da inventare: collegi piccoli e uninominali fermo tutto il resto dell'impianto tracciato da Renzi. In quel caso sì le primarie svolgerebbero la loro precipua funzione e i parlamentari tornerebbero ad essere degni del ruolo e del mandato.

Si doveva abolire il Porcellum, non solo per l'assenza di una soglia per il premio di maggioranza, ma anche perché ha di fatto sequestrato il diritto dei cittadini di scegliere i propri rappresentati e consegnato al Paese un Parlamento di nominati (dalle segreterie di partito). Ma, come spiega Piercamillo Farlasca in un post dal titolo emblematico Perché con l'Italicum si sa già chi vince e dove, la proposta di legge elettorale avanzata da Matteo Renzi e Silvio Berlusconi ha un vulnus enorme: concede addirittura meno libertà agli elettori di determinare gli eletti rispetto al Porcellum.

Il combinato disposto del riparto nazionale dei seggi e le liste bloccate nei circa 110-120 collegi plurinominali da 3-6 candidati, infatti, crea un effetto perverso, probabilmente non voluto dagli estensori dell'Italicum: la predeterminazione quasi totale degli eletti. Le circoscrizioni piccole, proprie del modello spagnolo, funzionano solo quando il riparto dei seggi è circoscrizionale e non nazionale, cioè quando in ogni singola circoscrizione la competizione elettorale è indipendente rispetto a quella delle altre circoscrizioni. In quel caso si può davvero dire che le liste corte aiutano il collegamento tra elettori ed eletti. Con il riparto nazionale, non c'è alcun collegamento.

Durante la campagna Ridateci la nostra Democrazia, intervistammo un parlamentare inglese che ci spiegò come funziona la selezione per le candidature, come il rapporto eletto - elettore sia fondamentale e come si mantiene attivo e vivo questo rapporto dopo le elezioni. Il video dura 5 minuti vale davvero la pena vederlo.

Ora non potendo di certo aspirare a un modello simile, quello che ci auguriamo è che il dibattito parlamentare possa portare a un miglioramento di questo brutto, bruttissimo aspetto della legge che avrebbe l'ambizione di abolire il Porcellum. Io almeno ci spero ancora.

Nelle ultime ore si sta facendo strada l’idea di un solo capolista nominato e «bloccato» per ciascuna circoscrizione elettorale, mentre il resto dei candidati potrebbe essere scelto con le preferenze. Potrebbe essere una soluzione ma per evitare il rischio di un effetto «vorrei ma non posso», probabilmente andrebbe corroborata da un impegno formale da parte di tutti i partiti: una preselezione dei candidati con Primarie autentiche. Meglio, molto meglio, se previste per legge. (Fabio Martini - La Stampa)

Aggiornamento 26/1/2014

A quanto pare sulle liste bloccate non si discute, fanno parte dell'accordo punto e basta. Adesso al centro della discussione ci sarebbero le candidature multiple (una schifezza nella schifezza) volute da Alfano e per le quali Renzi non si immolerebbe, come da scambio con Alessandro Gilioli su Twitter.

Praticamente abbiamo un Porcellum, ci hanno proposto un Porcellinum, va a finire che ci rifilano un superPorcellum. E meno male che dovevamo cambiare verso.

Eppure una terza via ci sarebbe come indica Sebastiano Messina su La Repubblica

L'alternativa vera, quella che funziona benissimo in Gran Bretagna, in Francia, negli Stati Uniti e in molti altri paesi si chiama collegio uninominale maggioritario e ha il gran pregio di spingere i partiti a selezionare i migliori candidati, perché il rifiuto del candidato sbagliato si trasforma inesorabilmente in un voto perduto. Ne ha anche altri di pregi. Premia chi ha la stima della maggioranza degli elettori, non chi ha raccolto in modo clientelare il consenso di una consolidata minoranza... Stabilisce un rapporto forte e diretto tra l'eletto e i cittadini del suo collegio, perché senza i loro voti lui non sarà confermato in Parlamento...

Ma forse c'è anche una via d'uscita. Si chiama collegio uninominale proporzionale. Ogni partito presenta un candidato in ciascun collegio, ma i seggi vengono assegnati in modo proporzionale sommando i voti ottenuti nell'intero territorio nazionale. Una volta distribuiti i seggi ai partiti, vengono scelti i candidati meglio piazzati sotto ciascun simbolo. (così veniva eletto il Senato prima del 1994)... Il rapporto tra volontà popolare e l'elezione dei deputati è salvo, e non passa per le sabbie mobili delle preferenze. È un meccanismo semplice, del tutto compatibile con gli altri elementi dell'Italicum...

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