“Hitler venne ad abitare da noi durante l’autunno del 1961”

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L'arte di Fulvio Abbate è da Uomo in rivolta: un «no» (declinato talvolta nelle varianti siciliane «suca» e «suca forte») opposto allo stato di cose. Si può scambiare il rifiuto per ripiegamento narcisistico, disimpegno o apatia: ma la facoltà creatrice dell'artista confuta questi giudizi, mostrandone la piccolezza; perché quel «no» è pronunciato mentre si ha nell'animo una visione più ampia e vera, fosse anche terribile, e nell'opera d'arte quella visione è infusa e offerta allo sguardo altrui.

Il Popolo del Web© conosce Fulvio Abbate soprattutto per la tv monolocale Teledurruti, dove dà spazio al proprio estro situazionista. Purtroppo il canale YouTube ha subito di recente la cancellazione dei video per mano ignota: anche se restano da chiarire le dinamiche, di sicuro un'isola di libertà espressiva e genio è stata spazzata via dall'oceano della Rete, e non potrà tornare come prima.

Ma Fulvio Abbate è prima di tutto uno scrittore, e qui si parlerà per l'appunto del suo ultimo romanzo, Intanto anche dicembre è passato (Baldini & Castoldi). È la storia dell'infanzia dello scrittore (palermitano classe '56) ma, trattandosi di Fulvio Abbate, fin dall'incipit il dato storico cede per manifesta inferiorità all'immaginazione:

Hitler venne ad abitare da noi durante l’autunno del 1961.

Dove lo «zio Hitler» («così nonno mi spiegò che avrei dovuto chiamarlo») è proprio il Führer, che molti all'epoca credevano ancora vivo, e rifugiato in Sud America, mentre invece se ne stava a Palermo accasato dal nonno del piccolo Fulvio per tinteggiare le pareti. Pensare al passato significa spostare lo sguardo fino a sovrapporlo a quello del bambino, lasciando tracce del movimento sulla pagina e mantenendo la saggezza dell'esperto bon vivant:

L’ho detto, no, che Gemma insegnava lingua e letteratura francese essendosi laureata all’Orientale di Napoli durante la guerra? Ho aggiunto che riusciva a inventare ogni genere di racconto, convinta di dire soltanto il vero unico e garantito?

Quelle storie che Fulvio bambino sentiva attorno a sé sono vissute soggettivamente: come fanno i bambini per l'appunto, che immaginano il mondo a propria misura, facendone così esperienza. Lo scomparso fisico Ettore Majorana? Si divide tra le ripetizioni a Fulvio, che è scarso in matematica, e la progettazione di un missile.

Era una persona tenuta segreta al quartiere, se non al mondo intero; anche il diretto interessato in verità non aveva alcuna voglia di ripresentarsi in pubblico nonostante fossero in mille a cercarlo dappertutto: non a caso la sua foto appariva nelle bacheche dei commissariati sotto la dicitura «scomparsi». Alla fine non era chiaro se avesse scelto lui di ritirarsi lì, nascondendosi a tutti, o fosse piuttosto il nonno a tenerlo, se non proprio prigioniero, comunque in ostaggio.
Si trattava di uno scienziato intelligentissimo, lo stesso di cui non si avevano più notizie certe dal 1938. Era, ve lo dico prima che possiate intuirlo da soli, addirittura il leggendario fisico Ettore Majorana, catanese, le sopracciglia folte, una leggenda del mistero, con tutti a domandarsi chissà dov’è finito il genio, chissà?

In questo viaggio a ritroso, tra parroci con l'hobby della regia porno, rosticcere con cognati mafiosi e trotskisti superdotati che si prostituiscono per finanziare la Rivoluzione Permanente, l'autore dedica l'omaggio più rilevante  alla madre e alla Francia, tra loro legati. Sì perché la signora Gemma Politi, insegnante, socialista, madre col vezzo della bugia creativa, amava ripetere al figlio d'essere stata in Francia e di avervi conosciuto Albert Camus. La Francia in Intanto anche dicembre è passato è perciò «paese-placenta» che coincide col desiderato «tempo della felicità». E allora la famiglia, nel racconto, in Francia ci va davvero. Narrando si sottrae la memoria all'erosione del tempo, e nell'invenzione Abbate evita di trasformare la memoria in un mausoleo di famiglia. Così solo alla fine il piano «genealogico», finito il viaggio nella terra dell'immaginario, trova spazio nel racconto:

Noi scrittori, infatti, siamo duchi, marchesi, conti: abbiamo a disposizione le immense baronie dell’immaginazione,
dell’estro, del travestimento, dell’ingegneria fantastica, ma si tratta di possedimenti - ettari di terre virtuali - per nulla riportati negli atti notarili e nelle mappe catastali ufficiali stipate nei faldoni degli archivi di Stato, le stesse che rendono poi possibile un’opinione socialmente condivisa sulla tua persona, sul tuo passato, sul tuo pescaggio nel porto della comunità rilevante. Essere comunque nipoti, possedere un albero genealogico che non faccia di te, come dice proprio lo scrittore che mia madre bugiardamente sosteneva di conoscere, Albert Camus, il «primo uomo», quello appena arrivato nella piazza del Ruolo Riconosciuto.  Se ci pensate bene, il lettore, meticoloso com’è, abituato perfino a consultare ogni genere di carta d’identità, tessera postale o porto d’armi altrui per accertarsi di non essere ingannato, non accetterà mai che coloro di cui sta seguendo la storia, possano tenerlo appeso al filo arbitrario del fiabesco; la sociologia, la scienza delle merci, pretende ormai il suo spazio anche nel dominio delle favole. Chi sono gli Abbate? Da dove vengono i Politi, i Priolo o piuttosto i Sicuro?

E si scopre che il punto di partenza di questo viaggio è la morte, perché di quella genealogia, oggi, è rimasto il solo autore. Ultima ad andarsene è stata proprio la madre Gemma, di cui nel libro, nelle battute finali, è raccontata la cremazione. «È morta [...] in modo pulito, priva delle unghie del dolore addosso e senza alcuna senilità a toccarne le abitudini, lo stile, l’indole, la natura». Nel recupero attraverso la scrittura di un certo modo di guardare alle cose c'è la lezione del libro - una lezione  estetica, non certo da chierico laico - perché peggio della morte c'è il vivere entro l'orizzonte piatto della banalità. In Intanto anche dicembre è passato l'infanzia è così una dimensione di libertà che l'adulto deve saper conquistare. E, a proposito di libertà, Abbate ha deciso in questi giorni di autocandidare il romanzo al Premio Strega, «contro la P2 di sinistra». A prescindere dall'esito, c'è da star certi che darà battaglia da qui alla premiazione.

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