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La risoluzione Ue sui regimi totalitari: buone intenzioni, pessima decisione

25 Settembre 2019 9 min lettura

La risoluzione Ue sui regimi totalitari: buone intenzioni, pessima decisione

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Giovedì 17 settembre il Parlamento europeo ha approvato la "Risoluzione sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa". Il provvedimento non nasce dal nulla, ma recepisce vari passaggi preliminari, tra cui la relazione della Commissione europea La memoria dei crimini commessi dai regimi totalitari in Europa e l'istituzione, a partire dal 2009, della Giornata europea per il ricordo delle vittime del nazismo e dello stalinismo, che cade il 23 agosto. Tra i vari punti, nel condannare i regimi totalitari e autoritari (e quindi stalinismo, Terzo Reich e dittature fasciste su tutti) la risoluzione impegna gli Stati membri a una memoria condivisa, alla salvaguardia dei diritti umani e al contrasto di negazionismi e formazione neofasciste, neonaziste o che esaltano i totalitarismi. Inoltre, (punti 15 e 16), esprime preoccupazione per come la Russia sta attivamente operando per «insabbiare i crimini del regime totalitario sovietico» e «distorcere i fatti storici», invitando perciò la Commissione europea a «contrastare risolutamente tali sforzi». Si chiede inoltre agli Stati membri di istituire per il 25 maggio la Giornata internazionale degli eroi della lotta contro il totalitarismo: la data è l’anniversario dell’esecuzione del comandante polacco Witold Pilecki, eroe di Auschwitz e della resistenza antisovietica, giustiziato a Varsavia nel 1948.

Nel nostro paese la risoluzione ha provocato più di un malumore, anche perché il nostro è il paese occidentale che dalla fine della Seconda guerra mondiale ha avuto il più forte Partito comunista. Inoltre il comunismo in Italia si lega indissolubilmente alla fondazione della Repubblica, attraverso la resistenza proprio al nazifascismo. L’Anpi ha espresso preoccupazione in un comunicato, giudicando il provvedimento una pericolosa equiparazione tra comunismo e nazifascismo. Ma non è certo un problema soltanto italiano: basti pensare, in anni più recenti, al regime dei colonnelli in Grecia, alle persecuzioni subite dai comunisti.

Rispetto alla nostra tradizione può sembrare bizzarro che europarlamentari come Giuliano Pisapia, candidato come indipendente nelle liste di Rifondazione comunista, abbiano votato a favore della risoluzione. L’europarlamentare del Pd Pierfrancesco Majorino ha spiegato in un post sulla sua pagina Facebook i motivi che l’hanno invece portato a votare contro la risoluzione, così come Massimiliano Smeriglio che ha chiarito le ragioni del suo non voto sempre su Facebook. Pietro Bartolo, sempre eletto tra le fila del Pd, ha annunciato di aver cambiato intenzione di voto, da favorevole a contrario.

È possibile individuare alcune criticità del provvedimento, cercando innanzitutto di contestualizzarlo. Di sicuro alcuni passaggi della risoluzione suonano molto arbitrari e ambigui nella loro brevità, ad esempio al punto 17 si legge:

[il Parlamento europeo] esprime inquietudine per l'uso continuato di simboli di regimi totalitari nella sfera pubblica e a fini commerciali e [si] ricorda che alcuni paesi europei hanno vietato l'uso di simboli sia nazisti che comunisti.

Passo che si presta in effetti all’interpretazione falce e martello = svastica. Anche perché già nel 2005, su proposta di eurodeputati ungheresi e lituani, entrò nel dibattito del Parlamento europeo l’ipotesi di bandire falce e martello in tutti gli Stati membri, proprio perché vietati nei due paesi.

Tuttavia, prima di cedere ad allarmismi, è bene inquadrare politicamente il contesto della risoluzione. Promossa da tre gruppi parlamentari (Popolari, Socialdemocratici, Gruppo Renew, Conservatori e riformisti europei), vede in modo rilevante tra i firmatari esponenti di paesi dell’ex Patto di Varsavia - come Lettonia, Lituania, Polonia, Estonia e Slovacchia. È evidente, visti anche i riferimenti attuali alla Russia e alle proprie reticenze nell’affrontare i crimini dello stalinismo, che la risoluzione va inquadrata nella volontà di portare quei paesi su posizioni più europeiste, marcando la distanza dal Cremlino attraverso i sentimenti anticomunisti radicati dal regime sovietico. Paesi come la Polonia in particolare, proprio per l’occupazione successiva al Patto Molotov-Ribbentrop, hanno ancora oggi una profonda avversione per la Russia. Al tempo stesso, i richiami attuali a fenomeni quali xenofobia e antisemitismo pongono l’attenzione sui populismi nazionalisti in ascesa. E quindi c’è un effettivo bisogno di farsi carico, rispetto alla sensibilità e ai traumi collettivi di quei paesi, delle sofferenze indicibili inflitte dai regimi comunisti. Tuttavia il testo, che come fatto notare da Pisapia e Majorino è frutto di vari compromessi, è una risposta molto infelice a problemi seri, e per vari motivi.

L’interpretazione dei fatti storici non può essere decisa per via legislativa o dall’alto per accordo politico. È questo il punto sollevato, tra gli altri, dallo storico Guido Crainz su Repubblica. La risoluzione dà una rilettura semplificata, persino revisionista, del Patto Molotov-Ribbentrop, ponendolo come causa principale che «ha spianato la strada» allo «scoppio» della Seconda guerra mondiale. Ma fu un patto tra due nemici naturali che avevano bisogno di tenersi buoni a vicenda, consapevoli che sarebbe stato solo per poco tempo; nemici dei quali uno, l’Urss, era isolato politicamente dal resto d’Europa. Non fu certo l’accordo tra due malvagi supercriminali che si alleano a mo’ di supercattivi della Marvel, sebbene quell’accordo aprì - e non solo - da subito la strada per l’illegittima occupazione della Polonia da parte di Hitler. Il concetto di volk e spazio vitale, così come il pangermanismo, erano capisaldi dell’ideologia nazista, e avevano una componente suprematista difficilmente attuabile per via diplomatica così come la intendiamo oggi. Nel 1938, quando il Reich avanzava pretese sulle zone dei Sudeti (in Cecoslovacchia), Francia, Italia e Gran Bretagna si sedevano allo stesso tavolo a Monaco per sancire la cessione della regione, mentre Praga non veniva nemmeno consultata, e la proposta di Mosca di difendere quei territori fu rifiutata. Si scelse di morire per Danzica, mentre per Praga no.

Perciò, se considerare regimi totalitari tanto la Russia stalinista quanto il Terzo Reich è una lettura condivisibile ed esatta, seppur sintetica (bisognerebbe, come insegna anche Primo Levi, aver chiare le differenze particolari dei rispettivi sistemi concentrazionari), porre come fattore scatenante della Seconda guerra mondiale quell’accordo opera tutta una serie di rimozioni. Anche perché la Seconda guerra mondiale vide poi la Russia tra i paesi alleati, tanto che Stalin prese parte con Churchill e Roosvelt alla Conferenza di Yalta. Ma, a parte ciò, si crea una memoria condivisa dove la colpevole sottovalutazione del pericolo nazifascista da parte di paesi europei e Stati Uniti di allora, o l’idea che il Terzo Reich fosse una forza persino utile in chiave anticomunista, passa in secondo piano come polvere spazzata sotto il tappeto della risoluzione approvata giovedì. Vi è poi un’invasione di campo rispetto alle discipline storiche, che crea dei paradossi non indifferenti: i docenti di storia negli Stati membri dovranno attenersi a questa lettura storicamente errata, altrimenti rischiano di passare per revisionisti o negazionisti?

Nemmeno la memoria europea può essere decisa per via legislativa o dall’alto per accordo politico. Questa operazione è prima di tutto culturale, divulgativa. Può passare per un’intensificazione degli studi storici, ad esempio, e su una didattica che inquadri il più possibile i fenomeni al di fuori dei confini nazionali - ciò anche per creare degli anticorpi culturali alle letture nazionaliste, che tendono a manipolare i fatti storici per costruire narrazioni propagandistiche e miti fondativi a proprio uso e consumo. O può passare su una massiccia opera di sensibilizzazione su cui sì, la politica può e deve giocare un ruolo - cosa che l'Unione europea fa con programmi di finanziamento come "Media 2007", rivolto al settore audiovisivo. Ma pensare di partire dall’alto agendo su ciascuno Stato membro in virtù di commi e buone intenzioni è nella migliore delle ipotesi ingenuo. La stessa relazione citata a inizio articolo recita a proposito della visione d’insieme per le Giornate della memoria dei paesi Ue:

Lo  studio,  che evidenzia  l'assenza di un  modello unico, mostra  come ciascuno Stato si  avvalga di una specifica  combinazione di dispositivi  e metodi (giustizia per le vittime, traduzione in giustizia degli autori, ricerca della verità, preservazione della memoria, azioni di sensibilizzazione, ecc.). Differenze notevoli in termini di dispositivi, misure  e pratiche prescelte emergono persino tra quegli Stati membri che hanno subito lo stesso tipo di regimi totalitari.
[...]
Tra  le iniziative  assunte per far  conoscere e insegnare  la storia spiccano le visite  ai musei, ai luoghi di martirio e ai campi di sterminio, la proiezione di film e documentari nelle scuole,  il sovvenzionamento di attività culturali e creazioni artistiche. Secondo le informazioni fornite  alla Commissione, solo gli Stati membri interessati svolgono attività educative e di sensibilizzazione sui crimini commessi dai regimi totalitari comunisti. Siti commemorativi  e monumenti dedicati alla memoria dei crimini perpetrati dai regimi totalitari esistono in pratica in tutti gli Stati membri. In quasi tutti gli Stati membri che sono passati  per esperienze totalitarie si trovano luoghi di martirio, campi di concentramento e di sterminio. In alcuni Stati membri, ad esempio (Repubblica ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania,  Romania, ecc.), vi sono musei tematici dedicati ai crimini perpetrati dai regimi totalitari comunisti.
[...]
Lo studio mostra come la commemorazione di uno stesso evento possa differire da uno Stato membro all'altro. La giornata internazionale in memoria delle vittime dell’olocausto viene ad esempio  celebrata il 27 gennaio in 18 Stati membri, mentre 6 Stati membri hanno scelto un'altra data. Cinque Stati membri celebrano il 23 agosto la giornata in memoria delle vittime dei regimi totalitari, secondo la proposta del Parlamento europeo.

Mentre nelle conclusioni si osserva:

Per dare concretezza all'espressione «il tuo passato è il nostro passato», è necessario che  la memoria degli orrori della storia diventi un impegno di tutti i cittadini dell'Unione  europea. Tenere in vita questa memoria, nostro dovere collettivo, è un tributo e un'espressione di rispetto per quanti hanno sofferto e sono morti e un modo per scongiurare che questi orrori si ripetano.

Se il dovere è collettivo, è necessario che sia in qualche modo sentito. Invece è possibile che con questa risoluzione chi milita nell’area marxista vada radicalizzandosi nelle posizioni anti-Unione. È plausibile un’Unione che estenda o uniformi in ogni paese reati come l’apologia del fascismo e del nazismo, proprio perché l’Europa moderna è sorta dalle ceneri del nazifascismo sconfitto, mentre il divieto di usare simboli che richiamano i regimi comunisti (come la falce e il martello) striderebbe non poco con la storia di altri paesi, tra cui il nostro.

E, tuttavia, la risoluzione crea un presupposto normativo strumentalizzabile. Se un simbolo è indicato in modo generico, allora la discrezionalità nell’impiegare il provvedimento è vasta. Ma la svastica è un simbolo indissolubilmente legato alla propaganda del Terzo Reich, mentre i regimi comunisti utilizzano simboli che hanno una tradizione pre-esistente e, in un certo senso, ne snaturano il significato. Detta in altri termini, il Mein Kampf, oltre a essere un testo, è un simbolo, e come simbolo è ben diverso dal Manifesto del partito comunista o dal Capitale. Tuttavia, è uno scenario plausibile pensare che nel nostro paese - ma non solo - un sindaco, o un presidente di Regione si richiami alla risoluzione per boicottare iniziative legate alla resistenza, dove non mancano simboli comunisti, o semplicemente tentare di riscrivere il passato, e quindi la memoria di una comunità, attraverso l’equiparazione strumentale tra stalinismo e comunismo. È qualcosa che già avviene nella propaganda dell’estrema destra, che cerca nell'equiparazione un modo per legittimare la propria ideologia, ritagliare uno spazio nel dibattito pubblico: se si può appiattire la teoria marxista sugli orrori stalinisti, e la prima non è tabù, allora si può porre attraverso la contrapposizione la legittimità della riflessione teorica sul suprematismo. La differenza è che ora esiste uno strumento in più, proveniente direttamente da Bruxelles.

Infine, la risoluzione rischia di sembrare un’operazione ipocrita, rispetto agli autoritarismi del presente. Come si porranno i paesi dell’Unione rispetto al Partito comunista cinese e al Partito dei lavoratori della Corea del nord? Come si porranno i paesi dell’Unione rispetto a un paese come l’Ungheria, che nella demolizione dello Stato liberale, nell’impiego dell’antisemitismo come strumento di propaganda, nella criminalizzazione dei migranti e nel controllo dei media ha i pilastri che tengono al potere Viktor Orbán? A quest’ultimo basterà versare una volta all’anno una lacrima per i Witold Pilecki di ottant’anni fa, per poter tenere salda la presa che soffoca diritti umani e dei lavoratori per i restanti giorni? Perciò, nel tentativo di fare i conti con gli errori del passato, l’Unione rischia seriamente di ripeterne almeno uno: la sottovalutazione delle spinte autoritarie, e del carattere rovinoso delle rivoluzioni conservatrici, che svuotano dall’interno le democrazie liberali, producendo delle carcasse che si trascinano finché i tempi non saranno abbastanza maturi per rimpiazzarle con qualcosa di molto più feroce, che non ha più paura di muoversi a volto scoperto.

Aggiornamenti

Aggiornamento 25 settembre 2019: la frase "... Giuliano Pisapia, che provengono direttamente dal Pci e poi dall’esperienza di Rifondazione comunista..." è stata corretta così > "... Giuliano Pisapia, candidato come indipendente nelle liste di Rifondazione comunista....".

Foto in anteprima: Joachim von Ribbentrop firma il patto con l’Unione Sovietica – via Gli Stati Generali

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