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Come l’account Twitter dell’Auschwitz Memorial è diventato il fact-checker sull’Olocausto più seguito online

9 Febbraio 2020 5 min lettura

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Come l’account Twitter dell’Auschwitz Memorial è diventato il fact-checker sull’Olocausto più seguito online

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Auschwitz-Birkenau è stato il più grande campo di concentramento creato dai nazisti. Inizialmente costruito dai tedeschi nel 1940 come campo di prigionia per i dissidenti politici polacchi, fu convertito nel 1942 in un campo di sterminio e da quel momento fino alla fine della guerra, nel 1945, si stima che 1 milione e 100 mila persone siano state uccise ad Auschwitz.

L’account Twitter ufficiale del sito storico Auschwitz Memorial, attualmente un museo aperto al pubblico, non si limita a diffondere informazioni storiche sui sopravvissuti o relative al campo di concentramento, ma ha assunto negli ultimi anni il ruolo di fact-checker sull’Olocausto, correggendo e contestualizzando le notizie diffuse dai media, le dichiarazioni fatte da figure di rilievo politico, o i tweet pubblicati dagli utenti del social network.

Il profilo è gestito da una sola persona, Pawel Sawicki, 39 anni, giornalista, che lo cura dal giorno della sua apertura, nel 2012. In un’intervista pubblicata dal sito Insider, in occasione del 75° anniversario della liberazione di Auschwitz, Sawicki spiega che la loro presenza sui social è orientata a ricordare le vittime dello sterminio nazista e a preservare la memoria storica di quel luogo, “per cui i fatti sono molto importanti”.

Nel 2009 il museo decise di aprire una pagina Facebook ufficiale. All'inizio non sapevano come avrebbero reagito gli utenti dei social a un argomento così sensibile, ma il loro lavoro è stato ricevuto positivamente da subito. Tre anni dopo Sawicki decise di lanciare l’account Twitter che oggi conta oltre un milione di follower. Rispetto a Facebook, Twitter offre al museo maggiori opportunità di interazione, con la possibilità di monitorare costantemente le conversazioni sul social network. Il fact-checking è stato da subito parte della strategia comunicativa dell'Auschwitz Memorial su Twitter.

Per verificare le informazioni, Sawicki si serve dell’archivio storico di Auschwitz o chiede aiuto ad associazioni e storici. La cosa interessante è che la correzione di articoli e dichiarazioni è pubblica e non privata (o mediata dai giornali) come spesso accade con altre istituzioni. Chiunque è in grado di osservare su Twitter i messaggi che l’Auschwitz Memorial manda all’autore di un articolo che presenta inesattezze. E la successiva, dovuta, correzione delle informazioni.

Il problema di correggere un giornalista davanti a tutti

Un esempio recente di come il museo svolge il suo lavoro di fact-checker è lo scambio tra l’account e la giornalista del Times of Israel Renee Ghert-Zand riguardo un suo articolo appena pubblicato, nel quale recensiva il libro di Heather Dune MacAdam "Le 999 donne di Auschwitz. La vera storia mai raccontata delle prime deportate nel campo di concentramento nazista”.

Il tweet critica il titolo originale dell’articolo che sosteneva che “le prime persone a essere deportate ad Auschwitz furono 997 giovani ebree slovacche”. Questa affermazione è considerata ingannevole da un punto di visto storico, in quanto non si specifica che si tratta delle prime deportate ad Auschwitz in seguito alla sua conversione in campo di sterminio nel 1942. I primi deportati furono infatti prigionieri politici polacchi, tra il 1940 e il 1942.

In seguito alla puntualizzazione, la redazione ha corretto (due volte) il titolo, cambiandolo con un’affermazione più precisa: “I primi ebrei a essere deportati ad Auschwitz furono 997 giovani donne slovacche”.

Dopo essere stata contattata via email da Inside, la redattrice del Times of Israel che si è occupata della correzione ha dichiarato che il suo giornale e l’Auschwitz Memorial condividono lo stesso obiettivo: l’accuratezza fattuale sull’Olocausto. Ma riflettendo sullo scambio ha espresso preoccupazione sul fatto di essere stati corretti pubblicamente, perché questo genera inevitabilmente una tempesta di commenti da parte di troll e odiatori online.

Sawicki invece dice di non essere preoccupato dai troll, perché li considera come un aspetto inevitabile dello stare sui social e non può permettere che la loro presenza interferisca con la missione dell’Auschwitz Memorial, che è quella di informare ed educare le persone sulla storia di quel luogo. “I troll non dovrebbero avere il potere di determinare la maniera in cui lavoriamo e la forma in cui agiamo”, spiega. Per lui il fact-checking pubblico è una questione di efficienza. Invece di cercare un’email o un telefono di contatto nel tentativo di iniziare una conversazione con la redazione, è molto più semplice contattare un giornale o un giornalista usando Twitter. Ed è anche più efficace se vogliamo ottenere una risposta veloce e una correzione.

Questo metodo, però, può presentare degli inconvenienti o delle frizioni, perché come abbiamo visto ai giornalisti non sempre fa piacere essere corretti pubblicamente. E nonostante la maggior parte delle interazioni siano cordiali, Sawicki ammette che non sempre è così.

Lo scontro più eclatante risale a un anno fa, quando la giornalista Ariel Sobel (la cui credibilità è stata recentemente messa in discussione), in un pezzo d’opinione pubblicato su Haaretz, ha accusato l’account dell'Auschwitz Memorial di voler “riscrivere la storia dell’Olocausto”. L’ostilità è iniziata quando il museo ha criticato un articolo pubblicato dalla giornalista nel quale si denunciavano le “radici polacche” del genocidio di Auschwitz.

“Quel titolo non è solo falso e antistorico. È irrispettoso nei confronti della memoria di tutte le vittime di Auschwitz: ebrei, polacchi, rom, sovietici, etc.”, ha twittato in quell'occasione Sawicki. Sobel ha quindi accusato l’account di cercare di “riscrivere la storia” cancellando “l’antisemitismo polacco”. E il botta e risposta si è concluso quando l’account dell’Auschwitz Memorial ha bloccato la giornalista. Intervistato sulla questione Sawicki ribadisce che parlare di complicità polacca nell’Olocausto è semplicemente un falso storico.

Non poteva mancare la ‘Sorosmania’

Pochi mesi fa, il cospirazionista d’estrema destra Dinesh D'Souza ha commentato su Twitter che non solo il multimilionario George Soros non è un vittima dell’Olocausto, ma che per sua propria ammissione è stato un collaborazionista nazista. Diffondendo così una celebre teoria del complotto smentita innumerevoli volte. Quel tweet ha ricevuto quasi 7 mila retweet e più di 15 mila like.

Molti utenti si sono indignati davanti alla menzogna diffusa da D'Souza, ma altri hanno alimentato la bufala, e alcuni hanno addirittura condiviso immagini false del giovane Soros con la divisa delle SS (in realtà la foto ritrae Oskar Gröning, un membro delle SS assegnato ad Auschwitz).

Poche ore dopo il tweet di D'Souza, l’account dell’Auschwitz Memorial ha risposto allegando un testo di due pagine che smentisce la bufala che Soros fosse un collaborazionista nazista.

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L’account ha poi replicato a un utente che accusava il museo di difendere la sinistra invece di dedicarsi a insegnare la storia dell’Olocausto, dicendo: “Per noi tutto ciò che è vero è giusto. Tutto ciò che è una menzogna o una manipolazione è sbagliato e falso. La verità e i fatti su una storia complicata e difficile sono esattamente quello che stiamo insegnando”.

L’obiettivo di Pawel Sawicki non è certo quello di persuadere negazionisti o ciarlatani come D'Souza, quanto piuttosto offrire strumenti e informazioni corrette a tutte le persone che sono vittime della disinformazione.

(Foto via Auschwitz Memorial)

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