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Trump, Bolsonaro, Johnson e il ‘manuale’ contro i media: seminare sfiducia, delegittimare i giornalisti e i fatti stessi

8 Febbraio 2020 9 min lettura

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Trump, Bolsonaro, Johnson e il ‘manuale’ contro i media: seminare sfiducia, delegittimare i giornalisti e i fatti stessi

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Lunedì scorso un gruppo di giornalisti della stampa britannica ha disertato e fatto saltare un briefing del governo di Boris Johnson su Brexit per protesta contro l’esclusione dall’incontro di alcuni colleghi di altre testate.

Secondo quanto riporta il Guardian, ad alcuni reporter era arrivato un invito per partecipare a un incontro nel foyer di Downing Street sui piani del primo ministro sulle future relazioni del Regno Unito con l’Unione Europea. All’appuntamento si sono presentati anche giornalisti di altre testate, che solitamente erano sempre stati invitati in occasioni del genere: una volta entrati dentro al palazzo dopo aver mostrato il pass di appartenenza alla stampa parlamentare e superato i controlli, però, sono stati bloccati da Lee Cain, uno dei principali consulenti per la comunicazione del premier Johnson. I giornalisti sulla lista degli invitati sono stati fatti mettere in fila da una parte, agli altri la security ha chiesto di mettersi di lato e di andare via. Tra gli “esclusi” c’erano reporter di Mirror, The I, The Huffington Post, The Evening Standard, The Independent e altri.

Quando Cain ha chiesto ai giornalisti non presenti sulla lista di lasciare il palazzo, i colleghi delle altre testate hanno deciso di disertare collettivamente l’incontro. Tra loro, reporter di BBC, Financial Times, Telegraph, Guardian, Sky News, Daily Mail, Sun.

“Mi sono sentita profondamente a disagio a stare da un lato della stanza mentre i nomi dei colleghi venivano letti uno alla volta e si univano al gruppo di quelli considerati ‘accettabili’”, ha scritto su Twitter la giornalista politica del Daily Mirror Pippa Crear.

Paul Waugh del HuffPost ha commentato di non aver “mai vissuto un giorno come questo” in 22 anni di carriera come giornalista politico: “Fonti di Downing Street adesso insistono sul fatto che redattori politici come me non sono ‘bannati’, ma semplicemente non invitati”.

La spiegazione che è arrivata dall’ufficio del Primo Ministro è stata infatti che si trattava non di un briefing diretto a tutti, ma di uno più piccolo “per giornalisti senior specializzati. I reporter non invitati hanno fatto irruzione e hanno chiesto di partecipare. È stato chiarito che solo quelli invitati sarebbero potuti rimanere. Hanno scelto di andarsene”.

Di fronte a una richiesta di commento dell’accaduto da parte della redazione dell’Independent, Cain ha risposto:«Informiamo chi vogliamo, ogni volta che vogliamo».

Chloe Smith, a capo dell’Ufficio di Gabinetto, ha dichiarato che è una cosa di routine organizzare questi briefing aggiuntivi, e che c’era stata sin da subito una chiara distinzione tra quelli che si tengono due volte al giorno da parte del portavoce ufficiale del primo ministro, aperti a tutti i giornalisti parlamentari accreditati, e quelli extra, tenuti da consulenti speciali scelti dai ministri.

Un articolo sul sito della CNN ricorda che la pratica di limitare l’accesso a questi incontri è arrivata “dopo che il team di Johnson ha spostato la sede dei briefing quotidiani dal Parlamento a Downing Street” lo scorso 20 dicembre. Una decisione che aveva destato preoccupazione tra i giornalisti parlamentari. Christopher Hope, a capo dei corrispondenti politici del Telegraph e al tempo coordinatore del gruppo dei reporter parlamentari (che nel Regno Unito viene chiamato “the Lobby”), aveva avvisato i colleghi che questo cambio avrebbe consentito «all’attuale amministrazione o a quelle future di negare l’accesso a giornalisti non di loro gradimento, il che potrebbe danneggiare la libertà di stampa».

L’episodio di lunedì è stato portato in Parlamento dalla deputata laburista Tracy Brabin, che ha chiesto che venissero esplicitati i criteri di scelta nell’invitare o escludere giornalisti e ha manifestato preoccupazione per un atteggiamento che «non è un incidente isolato».

Per Michelle Stanistreet, segretaria generale della National Union of Journalists, si tratta di «un altro pericoloso passo», considerato anche che «i ministri si rifiutano regolarmente di rendere conto delle loro azioni boicottando determinati programmi televisivi e giornalisti. Il governo Johnson deve fermare questa paranoia e impegnarsi con tutta la stampa, non solo con quella che più gli aggrada».

Il "manuale contro i media" di Trump

Al di là dello specifico episodio del briefing sulla Brexit, il rapporto del primo ministro e del suo governo con la stampa è oggetto di discussione nel Regno Unito. In molti hanno evidenziato le similitudini tra l’atteggiamento dell’amministrazione Johnson nei confronti dei giornalisti e quello del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Secondo Charlie Beckett, professore alla London School of Economics, il governo britannico sta agendo in maniera “trumpiana”, e nel suo atteggiamento nei confronti della stampa si ritrovano diversi elementi del "manuale contro i media" di Trump.

Proprio lunedì scorso, lo staff della campagna per la rielezione del presidente USA ha cacciato un reporter di Bloomberg da un evento, mentre la Casa Bianca ha escluso un giornalista televisivo della CNN dal tradizionale pranzo prima del discorso sullo Stato dell’Unione. L’emittente americana ricorda come questo sia solo l’ultimo episodio: negli ultimi tre anni Trump si è sempre rifiutato di farsi intervistare dalla CNN, e “ha denigrato sia il network in generale che i suoi giornalisti individualmente”. Nel novembre del 2018 l’amministrazione USA ha anche sospeso l’accredito stampa del corrispondente dalla Casa Bianca per la CNN Jim Acosta (poi ripristinato dopo una pronuncia legale). Una dinamica che si è poi ripetuta lo scorso agosto, con la sospensione del pass al corrispondente di Playboy e analista della CNN Brian Karem.

Come ricorda il Guardian, il team comunicazione di Johnson ha vietato ai suoi ministri di partecipare al programma “Today” in onda su BBC Radio 4, ha boicottato “Good Morning Britain” su ITV e rifiutato di apparire nelle trasmissioni di Channel 4 dal momento della sua elezione. Il partito conservatore ha anche presentato un esposto all’autorità che regola le trasmissioni televisive in UK, lamentando la scelta di Channel 4 di posizionare un blocco di ghiaccio che si scioglieva al posto di Johnson durante un dibattito sul clima a cui il presidente si era rifiutato di partecipare.

Durante la campagna per le elezioni, invece, ai giornalisti dei Daily Mirror è stato negato di seguire il presidente sul bus elettorale, perché i Tory si erano lamentati di una copertura “sbilanciata” sul sito.

Con la BBC Johnson porta avanti una battaglia su più fronti: si rifiuta di partecipare ai programmi e farsi intervistare da suoi giornalisti (anche durante la campagna elettorale), ne definisce faziosa la copertura di avvenimenti controversi come ad esempio Brexit e minaccia di rivedere la regola che prevede come reato il mancato pagamento del canone per la rete televisiva.

In generale, scrive il Guardian, “ai ministri è stato anche detto di non andare a pranzo con giornalisti politici, ed è emerso che Dominic Cummings, uno dei consiglieri di Johnson, aveva istituito una ‘rete di spie’ per scoprire se altri consiglieri stavano fraternizzando con i media”.

Inoltre, il primo ministro britannico sta mettendo in campo una strategia comunicativa che gli permette quasi di evitare il contatto con televisioni e giornali, assumendo appositamente fotografi, videomaker e altri professionisti. Ad esempio, il discorso alla nazione di Johnson nel “Brexit Day” è stato filmato e distribuito direttamente da Downing Street, invece che da cameraman di emittenti televisive come da tradizione in questi casi. Una scelta che ha infastidito diverse testate, tra cui la BBC, che si sono rifiutate di trasmettere le immagini. “Esiste una procedura consolidata per la registrazione delle dichiarazioni del Primo Ministro in momenti significativi”, si legge in un comunicato della BBC, che spiega che la rete “e altre emittenti sono abituate a seguire questo normale processo, che rispetta la nostra indipendenza come emittenti”. Se il Primo Ministro “vuole fornire i propri filmati, giudicheremo in base al valore delle notizie quando e se trasmetterli, così come faremmo con qualsiasi filmato fornito da terze parti”.

Johnson ha anche lanciato recentemente un format sui social in cui risponde a domande selezionate inviate su Facebook (chiamato “People Prime Minister's Questions”). Secondo il governo, dovrebbe essere un momento per rispondere a questioni rilevanti per gli elettori, ma alcuni giornalisti hanno fatto notare come si tratti di domande appositamente selezionate dal suo staff e abbastanza facili da affrontare.

Il corrispondente della Casa Bianca Brian Karem ha raccontato che i giornalisti accreditati non hanno alcun contatto con l’amministrazione, e ce l’hanno molto limitato con il presidente USA: «A lui piace dire di essere trasparente, ma poi si presenta per rispondere alle domande e fa finta di non sentirne alcune, altre le taglia, dice alle persone di sedersi, di tacere e poi...e poi se ne va».

Per tutto il tempo della sua presidenza Trump ha indicato chiaramente la stampa come qualcosa da combattere, apostrofando i media continuamente con termini come “fake news” e “nemici del popolo”. Uno sforzo, scrive David Smith sul Guardian, che si configura come “un tentativo di seminare sfiducia nei media e delegittimare i giornalisti, il giornalismo e persino i fatti stessi”.

Margaret Sullivan sul Washington Post ha definito questa strategia “un pilastro” della campagna elettorale del 2016 per Trump, che ha resistito durante la sua presidenza, come una malattia cronica”. E adesso, con l’avvicinarsi delle elezioni del 2020, questa guerra contro i media si sta intensificando.

«La gente percepisce che va bene minacciare un giornalista, perché il presidente minaccia i giornalisti», ha detto Karem. «Mi è stato rotto il finestrino della macchina. Mi hanno telefonato persone dicendomi ‘Ti uccido’. Ho dovuto chiamare la polizia diverse volte a causa di minacce. Conosco altri giornalisti che hanno assunto dei bodyguard».

Il Regno Unito non è l’unico luogo dove l’atteggiamento di Trump nei confronti dei media sta facendo proseliti. Altre similitudini si ritrovano in Brasile con il presidente di estrema destra Jair Bolsonaro, come avevamo riportato in questo articolo sull’incriminazione del giornalista investigativo Glenn Greenwald.

Secondo Brian Winter, direttore Americas Quarterly magazine e vicepresidente dell’Americas Society/Council of the Americas, le similitudini tra Bolsonaro e Trump sono molte e intenzionali: «Bolsonaro ha copiato apertamente le tattiche di Trump perché si è reso conto quanto queste possano essere efficaci».

Molti giornalisti che hanno scritto articoli critici nei confronti di Bolsonaro sono stati oggetto di attacchi coordinati sui social network, con insulti e minacce di violenza e persino di morte. Stando ai dati della Brazilian Association of Investigative Journalism (Abraji), almeno nove giornalisti sono stati aggrediti verbalmente o fisicamente mentre stavano svolgendo il loro lavoro nel giorno del secondo turno del voto per le elezioni. Uno di questi attacchi, riporta il Knight Center for Journalism in the Americas, è stato ad opera dell’ufficio stampa di Bolsonaro, Carlos Eduardo Guimarães, che ha mandato un messaggio su un gruppo WhatsApp di giornalisti televisivi definendo la stampa “feccia”.

Bolsonaro stesso, secondo il giornale Folha de São Paulo, ha attaccato i media in almeno 129 occasioni da gennaio a novembre 2018 – di cui 45 solo ad ottobre, il mese delle elezioni: 39 accuse di falso, 38 di faziosità e 49 tentativi di instillare sfiducia nella stampa. Il giorno dopo le elezioni, durante un’intervista, Bolsonaro ha manifestato l’intenzione di ritirare la pubblicità governativa dal Folha e altri giornali che «mentono senza vergogna». Durante il 2019, ha definito i giornalisti “putridi” e “immorali”, accusandoli di montare attacchi contro di lui.

Lo scorso novembre il presidente brasiliano ha cancellato tutte gli abbonamenti del governo federale al Folha. «Ho dato ordine che nessuno nel mio governo riceva quel giornale qui a Brasilia. Spero non mi accusino di censura. Chi vuole comprarne una copia non sarà punito, può mandare i suoi consulenti in edicola e divertirsi», ha dichiarato. «Non voglio sapere nulla di quel giornale, perché leggerlo avvelena il mio governo».

Una settimana prima della decisione di Bolsonaro, Trump aveva preso un provvedimento simile, cancellando le sottoscrizioni della Casa Bianca al Washington Post e al New York Times – entrambi giornali più volte accusati dal presidente.

In una riflessione sull’uso del rapporto tra stampa e presidenti e leader populisti sul sito Project Syndicate, il giornalista venezuelano Andrés Cañizález ha scritto che “trasformare gli abbonamenti ai giornali, le sottoscrizioni pubblicitarie e l’accesso dei giornalisti in un’arma equivale a un attacco alla libertà di stampa, di espressione e di informazione, il che ovviamente rappresenta una seria minaccia per la democrazia”. I leader populisti “amano i mass media, che gli consentono di diffondere le loro idee. Ma odiano il giornalismo, che fa domande difficili e li chiama alle loro responsabilità. E questo è esattamente il motivo per cui dobbiamo difenderlo”.

Foto via ABC

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