Post Fuori da qui

Le accuse contro Donald Trump, i processi e cosa rischia davvero

28 Agosto 2023 7 min lettura

Le accuse contro Donald Trump, i processi e cosa rischia davvero

Iscriviti alla nostra Newsletter

6 min lettura

Il 24 agosto del 2023 Donald Trump è diventato il primo ex presidente degli Stati Uniti a cui sia mai stata scattata una foto segnaletica.

È successo nel carcere di Fulton County di Atlanta, in Georgia, dove il candidato repubblicano è stato messo in stato di fermo (e subito rilasciato su cauzione) nell’ambito dell’inchiesta sul tentativo di rovesciare i risultati delle elezioni presidenziali del 2020.

Trump è arrivato nella struttura – tristemente nota per il sovraffollamento e le tragiche condizioni igienico-sanitarie – scortato da un imponente corteo di Suv neri e motociclette della polizia. Gli agenti hanno seguito alla lettera le procedure giudiziarie, senza fare sconti di sorta: hanno preso le impronte digitali, l’hanno schedato con il numero di matricola P01135809 e gli hanno scattato la foto.

Com’era ovvio, l’immagine è diventata subito virale: sia per lo scatto in sé, che per l’appunto è storico; sia per l’espressione corrucciata e minacciosa di Trump.

Lo stesso Trump l’ha rilanciata su Twitter (ora X) nel primo post dall’8 gennaio del 2021 a oggi, scrivendo “MAI ARRENDERSI” in caratteri cubitali e mettendo un link al proprio sito, dove si possono acquistare tazze e magliette con la foto segnaletica. 

Quello che per molti osservatori è un traguardo decisamente poco invidiabile, per Trump è un motivo di vanto – un atto di resistenza contro l’ennesima “caccia alla streghe” lanciata al solo scopo di colpirlo politicamente.

Ma al di là della propaganda trumpiana, di certo c’è che la sua situazione giudiziaria si è complicata non poco negli ultimi mesi.

Quella in Georgia è infatti la quarta incriminazione penale formulata nei confronti di Trump. Le inchieste sono spalmate su quattro stati diversi e riguardano decine di reati – più precisamente 91, alcuni dei quali molto gravi e potenzialmente in grado di stroncare per sempre la sua carriera politica.

Qui di seguito abbiamo messo in fila le accuse e l’impatto che stanno avendo sulla campagna elettorale dell’ex presidente, ancora saldamente in testa alle preferenze dei repubblicani.

Il pagamento in nero all’attrice Stormy Daniels

Il caso – il primo per cui Trump è stato incriminato, all’inizio di aprile del 2023 – riguarda un pagamento di 130mila dollari all’ex attrice di film porno Stephanie A. Gregory Clifford (in arte Stormy Daniels), effettuato nel corso della campagna del 2016 per comprare il silenzio della donna su un rapporto sessuale avuto con lui nel 2006.

Per anni Daniels ha cercato di vendere la storia ai giornali, senza però riuscirci. La candidatura presidenziale ha improvvisamente reso scomoda la vicenda dell’attrice. Per toglierla di torno, l’avvocato di Trump Michael Cohen ha concordato un pagamento con l’avvocato di Daniels.

I capi d’accusa contestati dalla procura di Manhattan sono 34, tutti di tipo fiscale: Trump è accusato di non aver rendicontato correttamente il pagamento, e dunque di aver violato la legge che regola il finanziamento delle campagne elettorali.

La prima udienza si terrà nel marzo del 2024; il massimo della pena può arrivare fino a quattro anni di carcere.

La sottrazione di documenti governativi riservati

Ben più pesante, invece, è la vicenda dei documenti riservati conservati illecitamente nella villa di Mar-a-Lago, in Florida.

Il 9 giugno del 2023 un tribunale di Miami l’ha incriminato con 40 capi d’accusa per la violazione di sette leggi federali – tra cui conservazione non autorizzata di documenti classificati, ostruzione alla giustizia, false dichiarazioni e altro ancora.

Anche questo è un record: prima di Trump, nessun ex presidente era stato ufficialmente accusato di aver infranto una norma federale.

L’indagine è partita da una segnalazione fatta dalla National Archives and Records Administration (NARA): secondo l’agenzia, che si occupa della conservazione dei documenti governativi, Trump aveva portato via dalla Casa Bianca centinaia di documenti riservati – su programmi nucleari, armamenti e altre informazioni militari – che avrebbe dovuto restituire al termine del mandato.

Nell’agosto del 2022 l’FBI ha perquisito la villa trovando decine di scatoloni contenenti più di 13mila documenti, centinaia dei quali classificati. Stando agli inquirenti, la sottrazione di quel materiale è dovuta “soprattutto al suo ego” e al “desiderio di conservare [i documenti] come trofei o ricordi”.

Il processo inizierà a maggio del 2024. La pena massima per alcuni reati di cui è accusato Trump è piuttosto elevata: 20 anni di reclusione.

L’assedio al Congresso del 6 gennaio del 2021

La terza incriminazione, presentata al tribunale federale di Washington D. C. lo scorso 2 agosto, riguarda l’attacco al Congresso americano e il tentativo di sovvertire il risultato delle elezioni presidenziali.

I capi d’accusa sono quattro: cospirazione per commettere frode contro gli Stati Uniti; cospirazione per intralciare un procedimento ufficiale (ossia la certificazione del voto); il tentativo di influenzare una testimonianza; e cospirazione contro i diritti dei cittadini.

Insieme a Trump sono state incriminate altre sei persone, i cui nomi non sono ancora noti. Molto probabilmente si tratta dei collaboratori più stretti di quel periodo – tra cui l’ex sindaco di New York Rudy Giuliani, l’avvocato e professore John Eastman; e l’avvocata Sidney Powell, nota anche per aver diffuso svariate teorie del complotto su inesistenti brogli da parte dei democratici. 

Anche questo procedimento è destinato a diventare storico: nessun ex presidente è mai stato accusato di usare il proprio potere per ribaltare il risultato di un’elezione a lui sgradito.

Al momento non si sa ancora quando si svolgerà la prima udienza. La difesa di Trump vuole che il processo sia rinviato addirittura al 2026, in modo da poter leggere l’enorme mole di documenti prodotta dagli inquirenti. Il procuratore speciale Jack Smith ha però respinto la richiesta, dicendo che “il pubblico ha diritto a un processo rapido”.

In ogni caso, l’ex presidente rischia grosso: le pene per i reati contestatigli sono elevate, e arrivano fino a 20 anni di carcere.

L’interferenza elettorale in Georgia durante le presidenziali del 2020

L’ultima incriminazione si riferisce ai tentativi di rovesciare il voto in Georgia – uno stato dove Biden aveva vinto di poco nel novembre del 2020, e che Trump pensava di poter volgere a suo favore.

L’ex presidente e il suo comitato elettorale, come ha ricostruito l’indagine della procuratrice Fani T. Willis, hanno cercato di ribaltarlo dichiarando il falso, manomettendo documenti e intimidendo pubblici ufficiali.

Trump, ad esempio, aveva telefonato al segretario di stato Brad Raffensperger invitandolo a “trovare” i voti per lui – togliendoli cioè al legittimo vincitore. Raffensperger, che è un repubblicano, aveva rifiutato dicendo che non era assolutamente possibile farlo, scatenando la rabbia dell’ex presidente.

A ogni modo, Trump non è l’unico imputato: ce ne sono altri 18, tra cui – ancora una volta – Giuliani, Eastman e Powell.

Willis punta a dimostrare l’esistenza di un’associazione per delinquere, e a tal fine ha utilizzato il Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act (RICO), una norma introdotta negli anni Settanta per contrastare le famiglie mafiose italoamericane e più in generale il crimine organizzato.

In tutto, i capi d’accusa sono 41; 13 riguardano solo Trump. Se accertata, la sola violazione del RICO potrebbe comportare fino a 20 anni di carcere.

L’impatto sulla campagna elettorale

Seguendo un copione che potremmo definire berlusconiano, Trump si è dichiarato sempre innocente e ha accusato a sua volta gli inquirenti, dipingendosi come una vittima sacrificale e un perseguitato politico.

Almeno per il momento – come hanno notato New York Times, Politico e altre testate – questa strategia sta pagando in termini elettorali.

Le incriminazioni hanno rivitalizzato una campagna in oggettiva difficoltà, generando un’incredibile attenzione mediatica e facendo incassare milioni di dollari in donazioni.

Gli ultimi sondaggi lo danno testa a testa con il presidente democratico Joe Biden, e ampiamente in vantaggio sugli altri sfidanti alle primarie repubblicane. Che sarebbe comunque disposti a sostenere Trump persino in caso di condanna, a riprova della trumpizzazione ormai irreversibile del partito.

E qui arriviamo alla domanda delle domande: se venisse condannato, Trump potrebbe essere comunque eleggibile?

Alcuni esperti di diritto sostengono che l’ex presidente potrebbe essere escluso dalla tornata elettorale; altri che rimarrebbe comunque in corsa, avendo vinto le primarie. Se dovesse vincere, inoltre, potrebbe bloccare i procedimenti federali o addirittura concedersi la grazia – una mossa da molti giudicata incostituzionale.

Dal punto di vista legale, insomma, il territorio in cui si muove Trump – e più in generale la politica americana – è del tutto inesplorato.

Tuttavia, il suo obiettivo non potrebbe essere più chiaro. Come ha scritto la storica Ruth Ben-Ghiat nella sua newsletter Lucid, Trump vuole tornare alla Casa Bianca per realizzare il sogno di ogni leader autoritario – ossia “commettere crimini con la garanzia dell’impunità” e “neutralizzare chiunque possa dargli fastidio”.

Iscriviti alla nostra Newsletter


Come revocare il consenso: Puoi revocare il consenso all’invio della newsletter in ogni momento, utilizzando l’apposito link di cancellazione nella email o scrivendo a info@valigiablu.it. Per maggiori informazioni leggi l’informativa privacy su www.valigiablu.it.

Per Trump, continua Ben-Ghiat, l’esercizio del potere significa soltanto una cosa: farla franca.

Il problema è che un intero partito – e i due terzi dell’elettorali repubblicano – sembra essere d’accordo con lui.

Immagine in anteprima: Fulton Country Sheriff's Office via snopes.com

Segnala un errore