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La guerra di Trump alla democrazia: cosa ha scoperto finora la commissione che indaga sull’attacco al Congresso del 6 gennaio

18 Giugno 2022 9 min lettura

La guerra di Trump alla democrazia: cosa ha scoperto finora la commissione che indaga sull’attacco al Congresso del 6 gennaio

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L’assedio al Congresso degli Stati Uniti, come ha detto il giornalista del New York Times Peter Baker, è stato “al 100 per cento prevedibile e al 100 per cento inimmaginabile”. Si sapeva che poteva succedere, perché era stato evocato nei giorni e mesi precedenti, ma vederlo succedere è stato comunque un qualcosa di inconcepibile.

Proprio per questo, rifletteva a caldo la storica Joanne Freeman già qualche giorno dopo il 6 gennaio, “gli americani non trovano le parole per descrivere quello è accaduto”. E infatti, quell’assalto è stato descritto in tanti modi diversi: un’insurrezione; un atto eversivo; una rivolta; un tradimento; un colpo di stato; un autogolpe; una manifestazione di “patrioti”; e persino una “normale visita turistica”.

Trovare una definizione convincente a quell’attacco è uno degli obiettivi principali della Commissione parlamentare d’inchiesta sul 6 gennaio, che è stata istituita nel luglio del 2021 ed è composta da sette parlamentari democratici e soltanto due repubblicani (fortemente criticati dal partito, che sin dall’inizio ha boicottato i lavori).

Nel corso della sua lunga indagine, la Commissione ha acquisito più di 125mila documenti e intervistato oltre mille testimoni. Dal 9 giugno del 2022 sono iniziate le audizioni pubbliche, che servono a “presentare i risultati dell’inchiesta sul tentativo di rovesciare il risultato delle elezioni presidenziali del 2020”. In tutto ne sono previste sei, nell’arco di due settimane; finora ce ne sono state tre.

Nel corso della prima – trasmessa sui principali network televisivi (esclusa Fox News, che ha dato spazio al conduttore estremista e complottista Tucker Carlson) – il presidente della Commissione Bennie Thompson, un deputato democratico, ha detto chiaramente che l’assedio è stato “il punto culminante di un tentato golpe” e che “Donald Trump ha istigato la folla a marciare verso il Campidoglio per sovvertire la democrazia americana”.

In generale, ha scritto la giornalista Molly Jong-Fast su The Atlantic, il fine ultimo della Commissione è piuttosto ambizioso – ossia “mostrare agli americani quanto fosse coinvolto l’ex presidente, e perché bisogna essere preoccupati dal totale rigetto delle norme democratiche da parte del partito repubblicano”.

Qui di seguito abbiamo raccolto i momenti e i fatti più significati emersi dalle prime tre audizioni.

L'entourage di Trump sapeva che le elezioni si erano svolte regolarmente, e che i loro ricorsi erano inutili o addirittura illegali

La sera del 4 novembre 2020 Trump aveva dichiarato di aver vinto le elezioni: ovviamente non era vero, e tutti quanti alla Casa Bianca lo sapevano perfettamente.

Come risulta da varie testimonianze, all’interno della Casa Bianca più di una persona ha cercato di spiegare a Trump che le presidenziali si erano svolte regolarmente, che non avrebbe dovuto continuare a parlare di “vittoria”, e che i discorsi su “brogli” e “frodi elettorali” non stavano in piedi.

Di fronte alla Commissione, l’ex procuratore generale William Barr (l’equivalente del nostro ministro della Giustizia) è stato particolarmente duro sul punto: le accuse di brogli erano “idiozie”, “cose senza senso”, “roba folle” e “stronzate”. Barr ha aggiunto che se “davvero Trump crede in quelle cose, allora è completamente fuori dalla realtà”. Anche la figlia Ivanka Trump ha fatto sapere di essere d’accordo con Barr, scaricando di fatto il padre.

Trump però non ha dato loro retta, e si è rifugiato in una realtà alternativa fatta di menzogne e teorie del complotto sempre più assurde, preferendo dare ascolto a figure improbabili e controverse come l’avvocata Sidney Powell, l’avvocato Lin Wood e l’ex sindaco di New York Rudy Giuliani (che durante la sera delle elezioni era sbronzo, secondo una testimonianza raccolta dalla Commissione).

Dalle audizioni è inoltre venuto fuori che la strategia legale – e in alcuni casi pseudolegale – dell’entourage di Trump per rovesciare l’esito elettorale non solo era inutile (e infatti quasi tutti i ricorsi sono stati persi malamente), ma potenzialmente illecita.

In particolare, Trump e il suo staff volevano che il vicepresidente Mike Pence interrompesse o ritardasse la certificazione dei voti del collegio elettorale – una mossa che avrebbe configurato una palese violazione dell’Electoral Count Act. Il fautore di questo piano era l’ex avvocato di Trump John Eastman, a quanto pare perfettamente consapevole dei risvolti illegali, come emerge da una mail inviata a Greg Jacob (l’allora consulente legale di Pence).

Il vicepresidente Mike Pence ha seriamente rischiato la vita

Le audizioni si sono concentrate anche sulle incredibili pressioni pubbliche e private a cui è stato sottoposto Pence prima e durante l’assedio, e i concreti pericoli in cui è incorso il 6 gennaio del 2021.

Secondo Bennie Thompson, “il coraggio di Pence l’ha messo in grande pericolo”. Quando si è rifiutato di dare seguito al piano di Eastman, infatti, Trump “ha scatenato la folla contro di lui” attraverso vari tweet pubblicati sia mentre gli assalitori stavano marciando verso il Campidoglio, sia quando erano già dentro.

Il deputato Pete Aguilar ha poi presentato un documento riservato dell’FBI, in cui vengono riportate le parole di un informatore all’interno dei Proud Boys (una milizia di estrema destra fondata nel 2016): “se ne avessero avuto l’opportunità, i membri del gruppo avrebbero ucciso Mike Pence”.

Sempre in base a quanto ha detto Aguilar, inoltre, gli assalitori sono arrivati a una decina di metri dall’ex vicepresidente prima che quest’ultimo venisse trasferito in un luogo sicuro dagli uomini dei servizi segreti. “Ha rischiato concretamente la vita”, ha sottolineato il deputato.

Un altro dettaglio sconvolgente è emerso da alcune testimonianze inedite. Nel corso dell’assedio, i manifestanti hanno intonato più volte il coro “impicchiamo Mike Pence” (“hang Mike Pence!”); Trump è stato informato di questi cori mentre si trovava nell’ufficio Ovale, e a quanto pare avrebbe espresso un parere favorevole – lamentandosi pure che Pence era stato tratto in salvo.

Donald Trump aveva un "sofisticato piano in sette punti" per ribaltare il risultato elettorale

Sin dalla prima audizione, la Commissione ha posto molta enfasi sulle responsabilità di Donald Trump – dipingendolo come un uomo che si è “isolato in una bolla di teorie complottiste” sulle elezioni e ha usato impropriamente i poteri presidenziali per ribaltare un risultato a lui sgradito.

Liz Cheney, deputata del Partito Repubblicano, ha parlato di un “sofisticato piano in sette punti” per impedire il “pacifico passaggio dei poteri”. Secondo una fonte consultata dalla CNN, il piano era articolato in questo modo:

1) Trump ha diffuso una quantità incredibile di falsità sulle elezioni presidenziali, sostenendo che erano state “rubate”;

2) Trump ha provato a rimpiazzare il procuratore generale William Barr con un’altra persona compiacente, pronta a sostenere le sue bugie;

3) Trump ha fatto pressione su Pence per bloccare la certificazione dei voti, in aperta violazione della Costituzione e delle norme elettorali;

4) Trump ha fatto pressioni su funzionari e deputati statali per cambiare i risultati delle elezioni;

5) Trump e il suo staff hanno creato false liste elettorali per contestare i risultati di alcuni stati;

6) Trump ha incitato i manifestanti ad assaltare il Campidoglio;

7) Trump non ha fatto nulla per fermare la violenza, nonostante svariate richieste di aiuto.

Una parte della Commissione è convinta che Trump abbia commesso dei reati, e che vada dunque incriminato penalmente. Tuttavia, siccome la Commissione non ha poteri giudiziari, la decisione spetta al Dipartimento della giustizia.

Ma è una scelta tutt’altro che facile, soprattutto a livello politico: aprire un’inchiesta di tale portata contro Trump, riportano Forbes e il New York Times, incendierebbe ancora di più gli animi in vista delle prossime presidenziali e darebbe l’occasione all’ex presidente di dipingersi (ancora una volta) come la vittima di una “caccia alle streghe”.

Le milizie di estrema destra hanno agito da squadracce di Trump

A oggi, più di 860 manifestanti sono stati indagati per reati connessi all’assalto al Congresso. Molti di loro hanno sostenuto di aver preso parte all’assedio su ordine (praticamente) diretto di Trump – o comunque perché “ispirati” dalle parole dell’ex presidente.

Tra questi ci sono anche i militanti di milizie di estrema destra, come i già citati Proud Boys e gli Oath Keepers, fondati nel 2009 a Las Vegas e presenti anche alla manifestazione “Unite the Right” di Charlottesville nell’agosto del 2017.

In questi ultimi mesi il loro ruolo cruciale durante l’assalto del 6 gennaio è stato evidenziato da diverse inchieste giornalistiche, e recentemente le forze dell’ordine hanno arrestato l’ex leader dei Proud Boys Enrique Tarrio e altri quattro membri di spicco con l’accusa di sedizione. A gennaio del 2022 era stato arrestato il fondatore degli Oath Keepers Stewart Rhodes insieme ad altri dieci membri, sempre per lo stesso reato.

Secondo la Commissione, attraverso i suoi discorsi e i suoi tweet Trump ha attivamente incitato i gruppi organizzati di estrema destra. Alcuni membri dei Proud Boys e degli Oath Keepers, sentiti dai parlamentari, hanno spiegato che il 6 gennaio del 2021 si sono diretti verso il Campidoglio perché “era quello che voleva Trump”.

L’ex presidente ha anche contribuito ad accrescere (e non poco) gli iscritti dei Proud Boys, specialmente dopo il primo (e unico) dibattito televisivo con Joe Biden tenutosi il 29 settembre del 2020. In quell’occasione Trump, invece di condannare la milizia di estrema destra, aveva detto loro di “fare un passo indietro e tenersi pronti” (“stand back and stand by”). Il risultato di quella dichiarazione, ha riferito Jeremy Bertino dei Proud Boys, è che le richieste di adesione sono “cresciute esponenzialmente” e i membri sono “triplicati”.

In sostanza, dice la Commissione, i gruppi di estrema destra hanno agito come delle vere e proprie squadracce paramilitari a disposizione del presidente, pronte a occupare il Campidoglio e – come visto prima – a rapire e uccidere parlamentari.

Il pericolo per la democrazia americana non è finito il 6 gennaio del 2021

Nel corso delle prime udienze, i membri della Commissione hanno ribadito a più riprese che Trump continua a essere un grave pericolo per la democrazia americana.

Non solo perché è stato capace di arrivare fino a quel punto, ma perché è rimasto sostanzialmente impunito. Ed è proprio grazie all’impunità – sia politica che giudiziaria – che Trump ancora adesso continua a negare la realtà, rilanciare teorie del complotto sull’assedio, spostare ancora più verso l’estrema destra l’asse del partito e alimentare divisioni di ogni tipo.

Basti pensare che, secondo un sondaggio del Pew Research Center del febbraio 2022, il 32 percento dell’elettorato pensa che Trump non abbia alcuna responsabilità, mentre il 65 per cento dei repubblicani ritiene che si dia “troppa importanza” all’assedio del 6 gennaio. Tra l'altro, nella sua prima apparizione pubblica da quando sono iniziate le audizioni, Trump ha promesso agli assalitori imputati che saranno graziati quando lui tornerà alla Casa Bianca.

A ogni modo, una delle testimonianze più intense è stata quella dell’ex giudice federale J. Michael Luttig, un repubblicano di lungo corso. Luttig è stato molto netto: Trump e i suoi alleati hanno dichiarato guerra al sistema democratico, perché l’ex presidente voleva rimanere “aggrappato al potere”.

Il 6 gennaio, continua, “la democrazia ci è stata quasi rubata” e nessun americano “dovrebbe distogliere lo sguardo da quello che è successo quel giorno”. La posta in gioco è altissima, e l’intero sistema democratico è “sul filo del rasoio”.

In questo senso, il lavoro della Commissione ha un valore che trascende gli orientamenti politici e le contingenze del momento. Non si tratta infatti della semplice ricostruzione di un evento storico: è soprattutto un tentativo di proteggere le istituzioni da derive autoritarie e violente nel prossimo futuro.

Immagine in copertina: Tyler Merbler via Wikimedia Commons.

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