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Regno Unito: come la società civile ha bloccato le deportazioni in Ruanda decise dal governo

20 Giugno 2022 7 min lettura

Regno Unito: come la società civile ha bloccato le deportazioni in Ruanda decise dal governo

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Il primo volo che martedì 14 giugno avrebbe dovuto deportare i richiedenti asilo dal Regno Unito in Ruanda, come previsto dalla nuova politica migratoria britannica, è stato cancellato poco prima della partenza, in seguito all’intervento della Corte europea dei diritti umani.

Il volo rientrava nel piano firmato ad aprile da Ruanda e Regno Unito e noto come Migration and Economic Development Partnership, che prevede che il governo britannico paghi quello ruandese per prendere in carico i migranti arrivati nel Regno Unito mentre le autorità valutano se dare loro lo status di rifugiato. Anche qualora questo status venisse riconosciuto, però, in base a quanto stabilito dall’accordo, ai migranti non viene data la possibilità di rientrare in UK.

Ampiamente criticato da numerose ONG, attivisti e collettivi e descritto dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati Filippo Grandi come un precedente “catastrofico”, il piano ha subito una battuta d’arresto fin da subito grazie soprattutto all’intervento di organizzazioni non governative e al coinvolgimento delle comunità e della cittadinanza attiva.

Un gruppo di organizzazioni, composto dalle charity che si occupano di diritti umani Care4Calais e Detention Action, il sindacato Public and Commercial Services Union e richiedenti asilo a rischio deportazione, aveva già chiesto un’ingiunzione per bloccare il volo, ma venerdì 10 giugno la loro richiesta era stata rifiutata. Un ricorso alla Corte d’appello è stato discusso poi il lunedì successivo, con esito negativo per le associazioni, mentre nel frattempo anche l’organizzazione Asylum Aid aveva fatto richiesta di ingiunzione separatamente per chiedere che il volo venisse bloccato.

Intanto, sempre lunedì 13 giugno Care4Calais ha dichiarato che il numero di persone che sarebbero dovute essere deportate in Ruanda si era ridotto da 133 a 7. Di queste sette, l’organizzazione ha reso noto che 5 sono state vittime di tortura o tratta, mentre una soffre di profondo stress post traumatico.

Secondo quanto ricostruito, tra gli altri, da BBC e Financial Times, durante la giornata di martedì 14 giugno, una delle sette persone migranti che era arrivata nel Regno Unito dall’Iraq il 17 maggio 2022 ha ottenuto dalla Corte europea dei diritti umani di non poter essere deportata. La Corte europea, che non è un’istituzione dell’Unione Europea e che quindi non ha subito alcuna conseguenza in seguito alla Brexit, ha infatti manifestato preoccupazioni riguardo la possibilità che i richiedenti asilo non avrebbero accesso a “giuste ed efficienti procedure per la determinazione dello stato di rifugiato”. Inoltre, a causa del rischio di violazione dei diritti umani e dell’impossibilità per il migrante iracheno di rientrare nel Regno Unito anche qualora avesse ottenuto lo status di rifugiato, la Corte Europea ha approvato una misura ad interim che ha impedito la sua deportazione in Ruanda.

Questa decisione ha creato il presupposto per ricorsi a catena, per cui nessuna delle sette persone che sarebbero dovute partire per il Ruanda il 14 giugno ha lasciato il Regno Unito.

La misura stabilita dalla Corte europea dei diritti umani è però, come detto, una decisione ad interim. È previsto infatti che a luglio la Corte suprema analizzi e si esprima sulla legalità dell’accordo tra governo britannico e ruandese. La Corte europea ha quindi imposto che in attesa di questa sentenza e fino alle tre settimane successive alla sua ufficializzazione i migranti a cui è stata confermata un’ingiunzione non possano essere deportati.

La pressione politica che il governo britannico ha ricevuto da quando l’accordo tra Regno Unito e Ruanda è stato approvato è notevole e, oltre alle azioni legali, ha anche assunto la forma di contestazioni e dimostrazioni, senza considerare le pubbliche condanne di voci importanti - tra cui la Chiesa d’Inghilterra, che ha parlato di “vergogna nazionale”. Alcuni funzionari dello stesso Home Office per protesta hanno realizzato una falsa notifica di deportazione per l'orso Paddington. Durante la giornata di martedì 14, ci sono state ad esempio proteste a Glasgow, in Scozia, a Boscombe Down, nel Sud dell’Inghilterra, da dove l’aereo sarebbe dovuto partire, di fronte il Ministero dell’Interno a Londra, fuori il centro di detenzione di Gatwick e nei pressi di quello di Colnbrook, dove attivisti si sono sdraiate per terra per bloccare il passaggio ai furgoni che avrebbero portato le persone richiedenti asilo a salire sul volo per il Ruanda. A intervenire in questi casi sono reti di attivisti che, come accaduto nel maggio 2021 a Glasgow, sono pronte a mobilitarsi per boicottare fisicamente raid anti-immigrati, sfratti ed espulsioni, secondo la politica del “nessun essere umano è illegale”.

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Emma Guy, giornalista investigativa ed editor per la charity che si occupa di diritti umani EachOther, è convinta dell’importanza delle mobilitazioni dal basso: “È puramente grazie al lavoro di volontari, attivisti, organizzazioni non governative, giornalisti e avvocati che il primo volo per il Ruanda non è partito”, spiega a Valigia Blu. “Il governo britannico sta cercando di rivedere la legge sui diritti umani, un concetto su cui molti parlamentari conservatori hanno scritto libri in passato. Non solo la nostra legge sui diritti umani è minacciata, ma è stato riferito che il governo sta considerando di ritirarsi dalla Convenzione europea dei diritti umani. La lotta è più ampia della difesa di un insieme di diritti all'interno di una comunità: si tratta di unirsi per difendere i diritti di tutte le persone che si trovano nel Regno Unito, indipendentemente dal modo in cui sono arrivate qui”.

In base a quanto riporta la BBC, l’aereo che sarebbe dovuto partire martedì ha avuto un costo stimato di £500,000 e la Ministra dell’Interno Priti Patel ha affermato di stare già lavorando per organizzare il prossimo volo, definendo “scandalosa” “l’opacità con cui ha operato la Corte europea”. “Il governo sta essenzialmente ‘delocalizzando’ le persone rifugiate”, spiega Emma Guy, nonostante “secondo la Convenzione e il protocollo relativi allo status dei rifugiati, le persone che fuggono da un conflitto nel loro paese hanno diritto allo status di rifugiato, senza discriminazioni riguardo al paese di origine”.

“Quando Priti Patel ha annunciato l’accordo con il Ruanda”, continua Guy, “l’ha definito come una ‘nuova partnership leader a livello mondiale’ per contrastare la tratta di esseri umani. È stato letteralmente presentato sui social media con un poster da festival alla moda. Per chi come me lavora nel settore dei diritti umani e per la gran parte del pubblico in generale, è stato subito evidente fosse una politica sull’immigrazione. È vero che la tratta di esseri umani esiste, ma sia chi ne è vittima sia le persone rifugiate, chi cerca asilo e le vittime di schiavitù moderna hanno diritto a un ambiente stabile e sicuro”.

Gli aspetti più criticati dell’accordo tra Regno Unito e Ruanda da parte degli attivisti sono i tempi ristretti entro cui le persone migranti che arrivano nel territorio britannico devono agire per fare richiesta di non essere deportate e le violazioni dei diritti umani in Ruanda. Secondo Stop Deportations, gruppo abolizionista che ha preso parte alle proteste degli scorsi giorni, “il Ministero dell’Interno britannico vuole velocizzare la deportazione di persone traumatizzate e marginalizzate”, senza dare loro la possibilità di avere accesso ad assistenza legale e conoscere i loro diritti. Per questo motivo, anche Kerry Smith, CEO della charity Asylum Aid, ha definito la procedura con cui è stato implementato l’accordo tra Ruanda e Regno Unito come “illegale e ingiusta”. Chi è destinato alla deportazione in Ruanda, infatti, ha sette giorni di tempo per poter trovare assistenza legale e in seguito altri cinque giorni per poter fare appello alle corti britanniche. Tempistiche che, dice Smith, vanno contro quei principi di equità e fiducia nello stato di diritto che stanno alla base del sistema legale britannico.

A questi problemi bisogna aggiungere l’assenza di informazioni riguardo al tipo di supporto che le persone migranti riceveranno in Ruanda e il trattamento che potrebbero subire. Secondo Amnesty International e Human Rights Watch, infatti, in Ruanda persistono le violazioni del diritto ad avere un processo equo, alla libertà di espressione e alla privacy, così come continuano le accuse di tortura, sparizioni forzate e minacce nei confronti di chi viene considerato come “critico” nei confronti del governo, persone rifugiate comprese.

Stop Deportations non considera però l’accordo che il Regno Unito ha stipulato con il Ruanda come un’eccezione, ma piuttosto come la dimostrazione di “un’inquietante crescita della determinazione dello Stato britannico a rendere impossibile la vita delle persone che attraversano le frontiere”. Il gruppo abolizionista crede però fermamente nel potere delle comunità e della resistenza diretta per destabilizzare e smantellare questo stato di cose: “Abbiamo visto nei mesi scorsi l’immenso potere dell’azione collettiva con centinaia di persone che hanno opposto resistenza ai raid sull’immigrazione nelle nostre comunità a Glasgow, Edinburgo, Peckham e Dalston, scendendo in piazza per protestare in massa. [...] Continueremo a costruire potere e solidarietà con le comunità migranti. Non permetteremo allo Stato di dividerci o intimidirci”.

Immagine anteprima via Stop Deportations

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