La strage di Lampedusa e la corsa al commento crudele


[Tempo di lettura stimato: 3 minuti]

La morte per annegamento è orribile al solo pensiero. È un'asfissia, a uccidere è la mancanza di ossigeno. L'annegato lotta per impedire l'occlusione delle vie respiratorie: se ciò avviene in mare è lotta vana, perché il mare è un nemico invincibile in partenza; l'unica speranza, purtroppo, è che intervengano una sincope o una rapida perdita di sensi a lenire la violenta agonia.

Noi, che siamo vivi, raramente sperimentiamo una condizione simile, in cui si guarda in faccia la morte sapendo di essere senza scampo. È anche per questo che tragedie come quella di Lampedusa colpiscono subito e intensamente: le nostre nozioni e ricordi permettono di formulare una qualche immagine mentale su quanto accaduto, e quella forma basta per farci capire, inorridire o spaventare, perché potenzialmente potrebbe capitare anche a noi di annegare; al tempo stesso l'istinto di sopravvivenza è sollevato, perché nulla avrebbe potuto in un caso simile. Siamo mortali, ed eventi del genere ci ricordano quanto sia una condizione fragilissima.

Quando, di fronte a simili catastrofi, la reazione è attaccare pubblicamente il «buonismo», o si dà la colpa a chi promuove politiche di accoglimento e integrazione, si attacca in realtà un principio ben diverso: l'empatia, la capacità di condividere le emozioni degli altri. Non mi limito a riconoscere le emozioni di chi ho attorno, con l'empatia: le vivo e sento in me. L'assenza di empatia è propria, solitamente, dei carcerieri e dei torturatori: perché se sentissero la sofferenza delle loro vittime, capirebbero che quella sofferenza non solo la stanno infliggendo a loro stessi; ma che, a differenza della vittima, hanno maggiori possibilità di evitarla. È per questo che nei regimi la propaganda procede all'individuazione di nemici, cercando il più possibile di renderli «cose» e non «persone»: se danneggi un oggetto le ricadute psicologiche e morali sono minori; se danneggi una persona, danneggi qualcuno che sai essere simile a te. E non solo nei regimi: pensiamo alle torture inflitte dai militari americani ai prigionieri di Abu Ghraib. Non è un caso se quei prigionieri in alcune foto erano addobbati come macabri alberi di Natale (riduzione a cosa), o legati al guinzaglio come cani (riduzione ad animale).

L'empatia è una caratteristica comune ad altri primati come l'uomo, ad esempio gli scimpanzé. Stupisce dunque che alcuni esseri umani considerino debolezza un nostro tratto distintivo. È come se usare il pollice opponibile fosse considerato, che so, una roba da sfigati. Se lo scrivi in un romanzo satirico, o in uno sketch demenziale è un conto, può anche essere un'idea interessante da esplorare. Se esprimi il concetto su un giornale, o davanti a un microfono, allora i tuoi amici e parenti dovrebbero venirti a trovare e dirti «Ciao, tutto bene? Sto un po' in pensiero per te, ultimamente sei strano, ti compare il rivolo di bava alla bocca quando parli di certi argomenti. Ti va, non so, una passeggiata all'aria aperta... passiamo del tempo insieme?». Anche perché l'empatia favorisce il diffondersi di strategie cooperative, che garantiscono una maggior possibilità di sopravvivenza a un gruppo: basterebbe leggere a riguardo il capitolo del Gene egoista (Richard Dawkins) intitolato I buoni arrivano primi.

Perciò gli articoli di Camillo Langone e di Magdi Cristiano Allam (un egiziano naturalizzato italiano e convertito dall'islamismo al cattolicesimo, salvo poi rinnegare la Chiesa, il quale predica contro il multiculturalismo e dunque contro se stesso), e le dichiarazioni del leghista Gianluca Pini sono viziati alla base da carenze cognitive, ancora prima di tirare in ballo l'analisi politica o il commento giornalistico.

Mi è sembrato il caso di rimediare, nel mio piccolo, anche perché si tratta di persone che hanno grosse responsabilità nelle loro mani, visti i lavori che svolgono.

Iscriviti alla nostra Newsletter

Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI