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Saviano, Domani, Report: in Italia il potere ha un problema con la libertà di espressione e di informazione

1 Dicembre 2022 10 min lettura

Saviano, Domani, Report: in Italia il potere ha un problema con la libertà di espressione e di informazione

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Giorgia Meloni ha ritirato la querela contro il quotidiano Domani

Aggiornamento del 26 luglio 2024: La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha deciso di ritirare la querela contro il quotidiano Domani, Emiliano Fittipaldi e Stefano Feltri (direttore di Domani all'epoca in cui è stata sporta querela). La causa riguardava un articolo di Emanuele Fittipaldi in cui si parlava degli appalti per le mascherine durante la pandemia di Covid-19.

A dare la notizia è stato lo stesso quotidiano, in un articolo firmato da Stefano Iannaccone, il quale fa notare il "timing perfetto" della decisione:

In queste ore, in un clima di tensione nei confronti della stampa, come testimoniato dall’aggressione al cronista della Stampa, Andrea Joly, da parte di neofascisti di CasaPound, Meloni ha deciso di rimettere la querela.

La decisione della premier è stata ratificata dal suo avvocato alla questura di Vercelli solo poche ore prima dell’appello del presidente della Repubblica Sergio Mattarella a difesa della libertà di informazione: il presidente ha spiegato che «ogni atto» contro il giornalismo libero «è un atto eversivo nei confronti della Repubblica».

Alcune settimane fa, nel dare conto dei processi che vedono Roberto Saviano accusato di diffamazione verso tre membri dell’attuale governo, sottolineavamo come il caso fosse emblematico della conflittualità esasperata tra politica e libertà di espressione. Dove la prima utilizza il mezzo della denuncia (civile o penale) per intimidire e zittire la seconda.

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Oltre ai numeri in sé delle cosiddette “querele temerarie” o “SLAPP” (acronimo inglese che possiamo tradurre con “cause strategiche contro la partecipazione pubblica”), c’è la rilevanza dei casi limite. Dato che il numero di denunce per il solo reato di diffamazione a mezzo stampa è estremamente elevato, è praticamente impossibile valutare caso per caso.

Da questo punto di vista, il caso di Roberto Saviano dovrebbe allertare l’opinione pubblica a partire da chiunque si occupa di libertà di espressione. Parliamo infatti di uno scrittore di fama internazionale che ha tre processi in corso, due per cause penali e uno per causa civile, che coinvolgono tre ministri dell’attuale governo del paese. Il Guardian, in un editoriale firmato dalla redazione, a proposito del caso ha scritto: 

Le draconiane leggi italiane sulla diffamazione sono state a lungo sfruttate dai potenti per intimidire e mettere a tacere le voci scomode. Ogni anno vengono avviati migliaia di procedimenti contro giornalisti d’inchiesta e la Corte costituzionale del paese ha sollecitato una riforma necessaria per proteggere la libertà di espressione e l'indipendenza della stampa. L'oltraggiosa bullismo ai danni di Roberto Saviano, uno dei più noti scrittori italiani, illustra il motivo per cui tale azione è attesa da tempo. Saviano è appena stato processato e rischia una condanna al carcere, dopo la denuncia penale per diffamazione dal nuovo primo ministro italiano, Giorgia Meloni.

Tuttavia, la cronaca giudiziaria e il racconto del potere ci hanno offerto purtroppo due esempi recenti su cui vale la pena soffermarsi. Si tratta di due casi tra loro diversi, ma che tuttavia illuminano aspetti specifici dei problemi che incontrano il giornalismo, la libertà di informazione, la tutela della fonti e della riservatezza delle comunicazioni dei giornalisti.

Il quotidiano Domani a processo

Il primo caso riguarda il processo per una causa civile contro il quotidiano Domani. Al centro della causa è un articolo di Emanuele Fittipaldi in cui è citata l’attuale presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha denunciato la testata. L’articolo, pubblicato il 19 ottobre 2021, riguarda le indagini della magistratura sull’ex commissario straordinario per l’emergenza sanitaria, Domenico Arcuri. Oggetto della denuncia - è lo stesso quotidiano a darne conto in questi giorni - sarebbe l’uso della parola “raccomandazione” in questo passaggio (il corsivo è nostro):

Partiamo dall’inizio. Quando Arcuri, davanti ai pm Gennaro Varone e Fabrizio Tucci che gli chiedono come mai ha riconosciuto a Benotti la qualità di «promotore di una società cinese» preferendolo ad altro soggetti, decide di spiegarsi facendo alcuni esempi. «L’onorevole Giorgia Meloni il 22 e il 27 marzo è in copia (in una email, ndr) all’offerta di tale Pietrella per mascherine chirurgiche con richiesta di anticipo del 50 per cento e costo del trasporto a carico del governo italiano». Insomma, dice Arcuri a verbale, la leader di Fratelli d’Italia – che risulta aver contattato Arcuri al telefono - avrebbe raccomandato un’offerta di terzi. Altri politici si sarebbero proposti ad Arcuri invece in maniera più diretta.

Meloni annuncia l’intenzione di querelare già in quei giorni, periodo in cui, da leader di Fratelli d’Italia, era parlamentare di opposizione. L’occasione dell’annuncio è una conferenza stampa indetta per il pomeriggio stesso del 19 ottobre, proprio per commentare le vicende giudiziarie di Arcuri.

Come ricordato dal direttore di Domani, Stefano Feltri, Meloni non ha contestato i fatti oggetto dell’articolo, ma l’uso della parola “raccomandazione”, seppure in un verbo al condizionale. Feltri fa anche notare che la querela (come nel caso di Roberto Saviano) è stata presentata all’epoca dall’attuale sottosegretario alla giustizia di Fratelli d’Italia. Tramite il nuovo avvocato è arrivato un commento al recente rinvio a giudizio, dove si legge: 

Il presidente Meloni è ovviamente a conoscenza delle cause in corso visto che le querele non vengono presentate senza il suo consenso. Appare evidente che il sottosegretario alla Giustizia non sia più il legale fiduciario dell’Onorevole Giorgia Meloni, anche in virtù del fatto che, all’assunzione della carica, ha provveduto alla debita segnalazione all’ordine di appartenenza per la sospensione di diritto.Le querele non sono state presentate dall’onorevole Giorgia Meloni in qualità di presidente del Consiglio dei ministri e non sono riferibili alle sue responsabilità di governo.  Le querele sono state presentate dall’onorevole Giorgia Meloni in qualità di cittadino, giornalista, politico e leader dell’opposizione che, dopo essere stato ampiamente diffamato e denigrato a mezzo stampa, ha scelto legittimamente di interrogare la magistratura per chiedere il rispetto degli stessi diritti garantiti a tutti i cittadini. Si coglie l’occasione per precisare che l’On.le Giorgia Meloni ha soprasseduto per anni dal proporre querele a tutela della sua onorabilità sociale, ma tale contegno ha alimentato, forse, la convinzione in taluno di poter proseguire in una campagna di diffamazione quasi sistematica e per di più con addebiti del tutto falsi e pretestuosi.

Nei giorni scorsi Meloni, intervistata dal Corriere della Sera, a una domanda sulla querela presentata contro Saviano in relazione al suo attuale ruolo ha dato una risposta analoga, puntualizzando di confidare nell’indipendenza della magistratura:

Non capisco la richiesta di ritirare la querela perché ora sarei presidente del Consiglio: significa ritenere che la magistratura avrà un comportamento diverso in base al mio ruolo, ovvero che i cittadini non sono tutti uguali davanti alla legge? Io credo che tutto verrà trattato con imparzialità, vista la separazione dei poteri.

Emiliano Fittipaldi, autore dell’articolo per cui Meloni ha sporto querela, ha evidenziato un primato della presidente del Consiglio. Nessuno, tra chi l’ha preceduta, ha mai presentato denunce o portato avanti processi contro i media nel periodo di permanenza a Palazzo Chigi. Per il momento, quindi, siamo a due processi dal giuramento come Presidente del Consiglio, per denunce presentate da Meloni nel periodo precedente.

Circa il rinvio a giudizio e il processo che ne seguirà, non sono mancate le reazioni a livello internazionale, come riportato da Francesca De Benedetti che ha raccolto alcune importanti prese di posizione. Ricardo Gutiérrez, segretario generale della Federazione Europea dei Giornalisti (EFJ), ha puntato il dito contro l’ennesimo caso di uso intimidatorio delle leggi sulla diffamazione nel nostro paese da parte dell’attuale premier. La stessa EFJ ha chiesto che la denuncia venga ritirata e che il Parlamento italiano si adoperi per riformare la legge sulla diffamazione a mezzo stampa. L'appello è stato sottoscritto da ARTICLE 19 Europe, Articolo 21, International Press Institute (IPI), OBC Transeuropa (OBCT) e The Good Lobby Italia. 

La Media Freedom Rapid Response, iniziativa sostenuta tra gli altri dalla Commissione Europea, ha segnalato il caso sul proprio sito, dove sono monitorate minacce e intimidazioni a danno di chi lavora nei media. Un’altra importate voce che si è sollevata sulla questione è quella di Corinne Vella, sorella della giornalista Daphne Caruana Galizia, uccisa in un attentato a Malta nel 2017 e oggetto di numerose querele temerarie per fermare le sue inchieste contro la corruzione nel paese. "Quello contro Emiliano Fittipaldi e Stefano Feltri è già il secondo caso in cui la nuova premier italiana porta in tribunale i giornalisti. L’effetto è di inibire tutti i giornalisti e scrittori, con conseguenze serie sulla libertà di informazione, dunque sulla democrazia", ha dichiarato Vella a De Benedetti.

Nel nostro paese, invece, Ossigeno per L’Informazione ha ricordato come “In altri paesi i leader di governo ritirano le querele – In Italia non c’è nessuna regola, c’è una riforma che nessuno vuole fare”:

I leader politici e di governo hanno il diritto, come chiunque, di rivolgersi al giudice per difendere la loro reputazione. Ma per il ruolo pubblico che rivestono devono frenare l’impulso di reagire a ogni offesa, devono accettare più critiche di un comune cittadino. Dovrebbero evitare le querele, rinunciare a chiedere la punizione per via giudiziaria degli eccessi del linguaggio dei suoi detrattori, perché ciò comprime il dibattito pubblico, un confronto che deve svolgere nella massima libertà, nell’interesse generale del paese e deve essere tollerato fino a quando non sfocis nell’incitamento all’odio, alla violenza, alle discriminazioni.

Il caso Report

Un altro caso preoccupante di questi giorni, invece, è quello che coinvolge la trasmissione di Rai 3 Report. Stavolta il caso non riguarda le leggi sulla diffamazione, ma i tabulati telefonici di giornalisti. I fatti risalgono al 2021, quando Report in un servizio mostra un filmato dove l’allora senatore Matteo Renzi incontra nel parcheggio di un autogrill il dirigente dei servizi segreti Marco Mancini. Siamo nel dicembre 2020, in piena crisi del governo Conte bis. Il video viene mandato alla trasmissione da una professoressa.

A quel servizio Renzi ha risposto con una denuncia contro ignoti. La tesi è che il senatore sia stato seguito e intercettato illegalmente. Nella denuncia si chiede anche il sequestro del materiale posseduto dalla redazione e dalla donna che ha filmato Renzi, in modo da poter effettuare un’analisi tecnica in cerca di possibili manipolazioni. La fonte di Report è ora indagata per diffusione e registrazione fraudolenta. Come spiegato da Giovanni Tizian su Domani:

Fonti giudiziarie confermano [...] che la signora non ha alcun legame con gli apparati di sicurezza, a differenza di quanto ipotizzato dai renziani e dall’ex presidente del consiglio. I magistrati, pur riconoscendo che Report ha lavorato con la fonte nella massima trasparenza, sono convinti che un comune cittadino non possa riprendere due persone per strada e poi veicolare le immagini alla stampa.  

Rispetto dunque all’ipotesi di partenza oggetto della denuncia presentata da Renzi, il caso è andato a formulare un diverso scenario, e una diversa ipotesi di reato. Report ha opposto a ogni tentativo da parte della procura di identificare la donna il principio di protezione delle fonti. Principio che, secondo la Corte europea dei diritti dell’uomo, ricade nell’art. 10 della Convenzione europea che tutela la libertà di espressione. La procura ha perciò acquisito i tabulati di due giornalisti, ossia i dati relativi alle chiamate in entrata e in uscita: attraverso di essi, si conta di individuare l’identità della donna che ha fornito il materiale su Renzi e Mancini. Di per sé non c’è una norma che impedisca l’acquisizione dei tabulati, perciò la richiesta dei magistrati è formalmente legittima. Tuttavia la questione ha delle ricadute sul lavoro giornalistico, sul rapporto che i giornalisti hanno con le fonti e sulla necessità deontologica di mantenere riservati i propri contatti, per non esporli o comprometterli.

Già in passato ci sono stati episodi di rapporti problematici tra inchieste di procure e comunicazioni di giornalisti, casi che non hanno riguardato la semplice acquisizione dei tabulati, ma che hanno analogamente chiamato in causa questi principi. Nel 2017, per esempio, il giornalista del Guardian Lorenzo Tondo aveva scoperto uno scambio di persona in un’indagine per traffico di migranti (il cosiddetto “caso Mered”), in cui era stato coinvolto erroneamente un rifugiato eritreo. Nel corso delle udienze, Tondo stesso ha scoperto che le sue conversazioni con il rifugiato erano state intercettate, e acquisite agli atti del processo. 

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Nell’aprile del 2021, invece, nell’ambito di un’inchiesta sulle ONG condotta dalla procura di Trapani, finiscono intercettati vari giornalisti, tra cui Nancy Porsia (intercettata anche nelle conversazioni con l’avvocata Alessandra Ballerini, legale della famiglia Regeni), Nello Scavo, Francesca Mannocchi e una giornalista di Report, Claudia di Paquale. Nessuno di questi era indagato. Tra le intercettazioni, anche quelle dei giornalisti con i propri avvocati. Come scritto sul caso da Luigi Ferrarella per il Corriere, in casi del genere

L'intercettazione di un giornalista aggira il diritto al segreto sulle sue fonti [....]: se le fonti avessero paura di parlargli, la collettività verrebbe privata del diritto di ricevere informazioni essenziali per esercitare gli altri diritti di cittadinanza. 

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Tornando al caso Report e all’inchiesta che coinvolge la fonte della trasmissione, USIGRAI, FNSI e Ordine dei Giornalisti hanno espresso nei giorni scorsi solidarietà alla redazione, chiedendo un incontro con l’amministratore delegato della Rai, Carlo Fuortes. Beppe Giulietti, portavoce di Articolo 21, ha sollecitato la Rai a intervenire direttamente a tutela delle fonti e per proteggere il segreto professionale. Sul Fatto Quotidiano, Alessandro Mantovani ricorda che l’acquisizione dei tabulati è legale, “ma in alcuni casi è stata censurata dalla Cassazione”. C’è da considerare, infine, che nel caso specifico, “I contatti di Mottola e Ranucci, non solo quelli con la fonte in questione, sono noti ai pm e alla polizia e saranno anche a disposizione della persona offesa, ossia Renzi”.

Immagine in anteprima via primaonline.it

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