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Repubblica Centrafricana nel caos nonostante la presenza dell’ONU e delle forze occidentali. I mercenari russi accusati di abusi e stupri

29 Giugno 2021 10 min lettura

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Repubblica Centrafricana nel caos nonostante la presenza dell’ONU e delle forze occidentali. I mercenari russi accusati di abusi e stupri

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di Antonella Sinopoli

Quella della Repubblica Centrafricana è una delle 10 crisi dimenticate al mondo. Lo dice il Norwegian Refugee Council.

Immaginatevi uno scacchiere. I pezzi, quelli importanti, da una parte e dall’altra del tavolo da gioco, hanno diversi colori e possono muoversi in ogni modo e direzione per avanzare nel campo dell’altro. I pedoni sono in un paio di file al centro, non hanno né diritto né spazio di manovra e così, inevitabilmente vengono urtati, trascinati, abbattuti. È questo lo scenario di quanto accade da anni nella CAR (Central African Republic). Sul campo – lo scacchiere – francesi, russi, americani, uomini dell’esercito nazionale, caschi blu dell’ONU, numerose milizie, tra cui spiccano la Séléka, gli anti-Balaka e la più recente Coalition des Patriotes pour le Changement (Cpc) nata per contrastare l’attuale presidente. Una folla. Gli altri sono i civili. Donne, uomini, minori minacciati, abusati, oggetto continuo di violenze. Anche da parte di chi queste violenze dovrebbe prevenirle, denunciarle, punirle.

Va avanti così da anni. Per dare una data non troppo lontana, fissiamo il 2013, quando cioè François Bozizé, presidente dal 2003 al 2013 fu destituito e costretto alla fuga, mentre veniva emesso nei suoi confronti un mandato d’arresto per crimini contro l’umanità e genocidio. Un colpo di Stato, nei suoi confronti, che di fatto aveva ripagato l’ex generale della stessa moneta: aveva a sua volta scalzato Ange-Félix Patassé, capo di Stato dal 1993 al 2003. Quest’ultimo, per stare al potere – oltre all’appoggio della comunità internazionale - aveva dovuto contare su epurazioni e nomine di persone fidate per poter governare. E andando ancora indietro nel tempo occorre citare Jean-Bédel Bokassa, che del paese volle essere addirittura imperatore. Così come si autoproclamò presidente nel 1966 (anche in questo caso con un colpo di Stato che destituì David Dacko) così si auto-assegnò il titolo di imperatore diventando Bokassa I (1976). La cerimonia di incoronazione costò oltre 20 milioni di dollari. I francesi, che pure all’inizio lo avevano aiutato per questioni di interesse interno e geopolitico, furono anche quelli che aiutarono a rimettere Dacko (che tra l’altro è stato il primo presidente dall’indipendenza dalla Francia) al suo posto, nonostante anche la sua mano con la popolazione non fosse proprio leggera. Per la cronaca, nel 1981 Dacko dovette gioco forza passare il potere al generale Andrè Kolingba (golpe anche in questo caso).

Dal 2013 - data di inizio del conflitto civile - si sono succeduti Michel Djotodia (colpo di Stato, primo presidente musulmano di un paese a maggioranza cristiana e, si dice, leader del Séléka), Alexandre-Ferdinand Nguendet (per soli 13 giorni come transizione ad interim), Catherine Samba-Panza (2 anni, capo di Stato di transizione e primo presidente donna della CAR) e l’attuale Faustin-Archange Touadéra vincitore di elezioni che avevano dato speranza ma che oggi – rieletto nel dicembre scorso - si trova a fare i conti con l’aggravarsi di un conflitto che va avanti da quasi dieci anni. Questa carrellata di ascese, cadute e alternarsi dei leader nel paese serve per mettere in evidenza alcuni aspetti: il carattere autocratico delle presidenze che si sono succedute nella CAR; l’affermarsi e la forza di gruppi armati che tengono sotto scacco intere aree di un paese che non ha mai trovato una stabilità nonostante la presenza ormai costante delle missioni delle Nazioni Unite; il continuo riposizionamento delle forze internazionali (vedremo tra breve) nella gestione della crisi. Infine, la posizione di cittadini alla mercé degli eventi, in un paese che (da anni) è al 188esimo posto, su 189, nell’Indice di Sviluppo Umano, dove il 79.4% della popolazione rientra nella fascia di povertà, con una media di 7,6 anni di scolarizzazione e un’aspettativa di vita alla nascita di 53 anni.

Ma torniamo al 2013. Questo e gli anni successivi hanno visto aumentare il numero e la forza di gruppi armati che nel corso degli eventi politici – o meglio di affermazione del potere – si erano andati formando. Primi fra tutti il Séléka (alleanza, in lingua Sango) costituito principalmente da ribelli del nord, di religione musulmana e contrari all'ex presidente François Bozizé (e che nel 2013, appunto, occupò e prese il potere nella capitale, Bangui) e gli anti-Balaka (invincibili), una milizia considerata associata alle comunità cristiane. Animosità di tipo sociale e politico e antagonismi storici si aggiungono spesso a quelle religiose, si intrecciano, coincidono. Molti sono stati gli accordi di pace al fine di salvaguardare la popolazione. L’ultimo, nel 2019, patrocinato dall'Unione africana e sottoscritto dal Governo e da quattordici gruppi armati. Inutile. Le violenze non sono cessate. Anzi, se ne sono aggiunte altre. Nel 2020 Bozizé è rientrato nel paese da un lungo esilio alla vigilia delle imminenti elezioni (vinte poi da Touadéra). Inutile dire che il ritorno ha generato un nuovo ciclo di violenze. A gennaio di quest’anno si parlava di situazione apocalittica, con le forze ribelli che avevano circondato la capitale.

Dicevamo dei cittadini stretti tra gruppi armati, militari, forze di sicurezza. È su di loro che si concentra la violenza. Nelle ultime settimane si sono moltiplicate da parte dell’ONU e della stampa estera (in particolare la CNN) le denunce di abusi da parte di mercenari russi – si parla anche di mercenari siriani che hanno anche combattuto in Libia - a cui il Governo di Bangui - provocando il malumore della Francia - ha affidato il training e l’affiancamento delle FACA, le forze armate della CAR. Un esercito spesso finanziato da altri paesi, e che è stato accusato ripetutamente di atti violenti basati sull’appartenenza etnica. Atti violenti di cui – affermano gli osservatori ONU e le agenzie umanitarie – si starebbero macchiando ora i militari/mercenari russi. Attacchi indiscriminati verso civili inermi, uccisioni di massa, torture, sparizioni forzate e, come sempre accade in questi conflitti dimenticati, stupri.

In un incontro di pochi giorni fa del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Inghilterra, Francia e Stati Uniti hanno apertamente accusato i mercenari russi di violazioni dei diritti umani, violenze contro i civili e di ostacolare le azioni delle forze di peacekeeping. Mentre il rappresentante speciale delle Nazioni Unite per la Repubblica Centrafricana, Mankeur Ndiaye, ha sottolineato che il paese è oggi tra i più pericolosi al mondo (soprattutto per i suoi abitanti). Un solo dato, i casi di violenza sessuale nel primo trimestre del 2021 sono cinque volte superiori al numero riportato nell'ultimo trimestre del 2020. E nell’individuazioni dei responsabili di questo, come degli altri crimini – aumentati del 28%, ha affermato il segretario dell’ONU, Antonio Guterres - molto chiaro è stato l’ambasciatore USA alle Nazioni Unite, Richard Mills. Secondo Mills tali “atrocità” sono compiute da uomini che non sono attori indipendenti ma “stanno operando come estensione del ministero della Difesa russo".

Intanto, la CAR, in arretrato con il pagamento della quota ONU, potrebbe perdere il diritto di voto nella prossima Assemblea delle Nazioni Unite. Una sorta di allontanamento dal consesso internazionale che rimane però coinvolto sempre più nelle sorti del paese. La situazione sta investendo anche l’impegno delle diplomazie africane. In particolare si sta muovendo il presidente dell’AngolaJoão Lourenço, che tra l’altro ad aprile scorso ha presieduto un vertice della Conferenza internazionale sulla regione dei Grandi Laghi che aveva come oggetto appunto la questione centrafricana. Mentre la Francia, che pure ha sostenuto negli anni le FACA nel tentativo di tenere a bada i cosiddetti gruppi ribelli – a cominciare dai Séléka – pochi giorni fa ha sospeso la cooperazione militare e gli aiuti economici al paese accusato di complicità in una campagna antifrancese, trainata proprio dalla Russia. Ricordiamo che la Francia dal 2013 al 2016 è stata presente nel paese con l’operazione Sangaris. Obiettivo, fermare l’escalation di violenze arrivate a un punto tale che le stesse Nazioni Unite si appellarono alla comunità internazionale per scongiurare quello che sembrava essere un vero e proprio inizio di genocidio, mentre la comunità musulmana cercava riparo nei paesi limitrofi. Va tenuto presente che quello della Francia era già il settimo intervento militare dall’anno dell’indipendenza. In sostanza la CAR non ha mai operato senza il controllo, l’appoggio e l’aiuto esterno. Aiuto che ha spesso finito per aggiungere violenze e destabilizzazione.

Per tornare alla Russia, è già da qualche anno che la sua presenza si è fatta notare nel paese e numerosi testimoni o ONG, come riporta la stessa ONU, affermano che i paramilitari russi nel paese (intervenuti ora in aiuto dell'esercito del presidente Touadéra che pare abbia una grande amicizia con Putin) sono combattenti del gruppo di sicurezza privato Wagner, cosa che Mosca continua a negare. Come è ormai noto le presenze estere – nelle diverse forme, anche quelle degli aiuti e della sicurezza – sono spesso intrecciate con lo sfruttamento delle risorse naturali. La CAR, ovviamente, non fa eccezione. Oro e diamanti sono merce di scambio tra gruppi criminali e società di sicurezza, spiega alla Deutsche Welle Paul Stronski, del Carnegie Endowment for International Peace che sottolinea anche l’interesse crescente della Russia in un’area molto interessante dal punto di vista geostrategico. È chiaro che questa presenza spaventi o comunque dia fastidio non solo alla Francia ma anche agli USA che sanno bene che Putin si prepara in qualche modo a sostituirsi al vecchio potere coloniale, con lo scopo preciso di fare affari. Nel 2018 un incontro tra Touadéra e Putin – ha raccontato la stampa – ha previsto un accordo per licenze minerarie (oro, diamanti, uranio) a compagnie russe in cambio di aiuto nella “pacificazione” del paese.

Insomma la CAR torna ad essere terreno di scontro diplomatico e internazionale. E si comincia a respirare un’aria pesantissima (a livello delle diplomazie internazionali) mentre – a parte i proclami – la gente rimane assente dalla politiche del governo. Anche il nuovo esecutivo formato dal neo presidente non piace granché alla popolazione. Non ci sono donne, né esponenti di rilievo della società civile e delle opposizioni. Un segnale forte, comunque, il paese lo ha dato proprio nelle ultime ore consegnando un sospetto comandante dei ribelli Séléka, Mahamat Said Abdel Kani, alla Corte Penale Internazionale. Le accuse sono crimini di guerra e contro l’umanità. Altri due sospettati (anti-Balaka) con le stesse accuse, sono attualmente sotto processo presso la CPI, Patrice-Edouard Ngaissona, ex membro della federazione calcistica, e Alfred Yekatom.

Oggi nel paese si contano una ventina di milizie armate, formatesi anche a seguito di divisioni e scontri interni. Tutto questo vuol dire che molte parti del paese sono di fatto fuori controllo e i suoi abitanti senza protezione alcuna. Sono i numeri ad inquadrare la tragicità della situazione: la CAR ha una superficie di poco inferiore a quella della Francia ma è abitata solo da 4 milioni 750 mila abitanti, di questi 2.8 milioni hanno bisogno di assistenza umanitaria (dati OCHA), oltre 727.000 gli sfollati interni, quasi 700.000 i rifugiati, soprattutto negli Stati confinanti (UNHCR). Parliamo di Repubblica Democratica del Congo, Chad, Sudan, Camerun, tutti paesi che stanno dal canto loro vivendo – alcuni da tempo – forti crisi interne. Situazioni che rischiano addirittura di allargare il conflitto come quando, nel maggio scorso, militari russi sono stati accusati di essere penetrati in Chad all’inseguimento dei ribelli della Coalition des Patriotes pour le Changement  uccidendo sei soldati chadiani. E mentre si combatte disordinatamente, sfollati e rifugiati non possono più coltivare le terre, andare a scuola, fare una vita normale.

Tutto questo mentre sul campo da anni sono presenti i caschi blu dell’ONU. La missione MINUSCA, con la collaborazione della Francia e dell’Unione Africana, è presente dal 2014 con il mandato di proteggere i civili e disarmare i miliziani. Missione più volte rinnovata e ora prorogata al 15 novembre 2021. Un contingente che prevede truppe, personale militare e civile, forze di polizia e altre componenti. Ma se la loro presenza cerca di fare da cuscinetto, ci sono stati casi in cui anch’essa è diventata un pericolo per la popolazione. Ancora non si è fatta piena luce sulla questione degli abusi sessuali da parte di elementi delle forze di peacekeeping. Uno scandalo  di qualche anno fa, passato in secondo piano rispetto a tutti gli altri eventi che hanno scosso e continuano a scuotere il paese. Fu nel 2015 che emersero i primi dettagli di abusi sessuali – soprattutto su giovani ragazzi dislocati nei campi profughi a cui in cambio veniva promesso cibo – da parte di caschi blu di nazionalità chadiana, francese, della Guinea Equatoriale. Gli eventi sono riportati su Code Blu, movimento impegnato a combattere l’impunità del personale delle Nazioni Unite accusato di crimini sessuali. I documenti elaborati sulla scia di varie testimonianze parlano di battaglioni ONU come “pericolosi predatori”. Esattamente l’opposto del ruolo di un appartenente alle forze di protezione della popolazione. Nel tempo si è sottolineato che si è trattato di casi singoli e circoscritti. Intanto uno dei rappresentanti dell’ufficio diritti umani che aveva contribuito alla diffusione delle notizie era stato sospeso.

Cose che ancora oggi continuano ad accadere, non solo nella Repubblica Centrafricana, ma in tutte quelle aree dove le persone sono indifese, hanno bisogno di cibo, aiuto e di conseguenza, perdono la loro dignità. Almeno nello sguardo di chi ne abusa. Nel 2020, secondo un archivio tenuto dalle stesse Nazioni Unite, ci sono state accuse di abusi sessuali da parte di caschi blu che hanno coinvolto 66 vittime, accuse rivolte in maggioranza al personale militare, ma anche alla polizia e staff civile, mentre altre 105 accuse sono state rivolte ad altri membri del sistema ONU e 258 a partner che lavorano all’implementazione di progetti. Impunità e omertà sono ancora troppo forti. Nel 2016 è stato stabilito un Fondo a supporto delle vittime di tali abusi da parte di personale delle Nazioni Unite, ma oggi ci si domanda se i progetti vadano a beneficiare veramente le vittime e soprattutto quando e se cambierà l’approccio al problema da parte dei vertici ONU. Nel frattempo, tornando nella Repubblica Centrafricana, lo scacchiere continua a infittirsi, ognuno muovendosi per i propri interessi, spesso esattamente contrari alla pace e alla stabilità.

Foto anteprima Freeman Sipila (VOA) - Public Domain, via Wikimedia Commons

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