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‘Perché i russi non protestano?’

28 Gennaio 2023 8 min lettura

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‘Perché i russi non protestano?’

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Perché i russi non protestano? Spesso questa domanda riecheggia sui social e sui media, e diventa oggetto di riflessioni che talvolta sfociano nella condanna collettiva. Quando si fa notare come in realtà esistano proteste e atti di ogni genere, dalla disobbedienza civile al sabotaggio, all’interno della Russia, il focus si sposta nella critica verso chi è fuggito dal paese e adesso si trova in Asia Centrale, nel Caucaso e in Europa. A fine ottobre, durante le proteste iraniane, circolava un meme dove vi erano due fotografie del Tiergarten a Berlino: una che vedeva la grande manifestazione di solidarietà organizzata dalla comunità iraniana in Germania, e un’altra dove il viale berlinese era deserto, e la didascalia di quest’ultima recitava “le proteste dei russi a Berlino”. Ad accompagnare queste considerazioni, in alcuni casi, vi sono riflessioni e dichiarazioni su come il popolo russo sia alieno alla democrazia, incapace a causa di una storia ritenuta una sequela di massacri e orrori di poter costruire un ordine basato sulla giustizia e la libertà, parole che sfociano anche in cliché orientalisti. Colpisce come queste considerazioni coincidano, anche se declinate nel senso opposto, con l’idea promossa a tambur battente dal Cremlino dell’alterità dell’identità russa, della missione di Mosca in difesa dei valori tradizionali, in nome di uno scontro di civiltà ormai inevitabile.

Nel corso del 2022 si sono rifugiati all’estero circa un milione e mezzo di russi, una stima approssimativa per la mancanza di dati definitivi e basata sulle rilevazioni condotte dai posti di frontiera dei paesi confinanti con la Federazione Russa. Migliaia di russi, in prevalenza giovani ma non solo, vivono ora in Georgia, in Kazakistan, in Armenia, in Turchia e in altri paesi europei, provando a ricostruire la propria vita spezzata dall’aggressione militare di Putin. Le ragioni della fuga sono diverse: c’è chi si è sottratto alla pervasiva repressione scatenatasi con le leggi sul vilipendio alle forze armate; chi ha deciso di non poter continuare a lavorare in scuole e università sempre più chiamate all’obbedienza cieca e chi è scappato dalla mobilitazione iniziata il 21 settembre e ancora in corso. Motivazioni diverse, estrazioni sociali variegate, e anche orientamenti politici differenti, spesso addirittura inesistenti, ma a unire gli uomini e le donne in fuga è il rifiuto della guerra d’aggressione. 

Garry Kasparov, lo scacchista di fama mondiale da un decennio in esilio per le sue posizioni antiputiniane, in un’intervista alla redazione russa della Deutsche Welle ha dichiarato che “in Russia non esiste la protesta contro la guerra”, perché gli attivisti sarebbero o emigrati o semplicemente ritiratisi a vita privata. Parole che non sono passate inosservate, anche perché accompagnate a una critica a Navalny e ai suoi sostenitori, ritenuti colpevoli di aver “accettato” l’annessione della Crimea e di averci “ripensato” ora. A Kasparov ha risposto Oleg Pshenichnyi, giornalista di The Insider, media online inserito nel registro degli agenti stranieri nel luglio del 2021 e noto per le inchieste e i reportage dedicati al potere russo e al suo sistema. Pshenichnyi chiede, non senza una nota provocatoria, “se “la protesta è soffocata”, chi sono queste ventunomila persone, che nel 2022 sono state arrestate durante le azioni di protesta? Chi ha creato duecentomila pagine internet bloccate? Perché vi sono 370 fasciсoli penali solo per dichiarazioni contro la guerra? E quante persone ancora non sono state identificate e prese?”. Anche l’idea dell’impossibilità, secondo Kasparov, di poter fare politica e difendere i diritti umani in Russia oggi, viene messa in discussione, citando i casi di Alexey Navalny e Ilya Yashin, che anche dal carcere non cessano di contestare il regime, e l’attività di Memorial e del giornale Novaya Gazeta, entrambi insigniti del premio Nobel e presenti, nonostante le persecuzioni e i divieti imposti dal Cremlino. 

Ales Bialiatski, Memorial, Center for Civil Liberties. Il premio Nobel per la Pace 2022 a tre difensori dei diritti umani in Bielorussia, Russia e Ucraina

La macchina della repressione, giorno dopo giorno, continua a mietere vittime: Olesya Krivtsova, una studentessa di Arcangelo, nel profondo nord della Russia, è stata arrestata per delle stories su Instagram e per aver difeso la propria posizione contro la guerra nella chat dei suoi compagni di studi, da cui è stata denunciata alle autorità. Arrestata due volte tra fine dicembre e inizio gennaio, durante la perquisizione in casa la diciannovenne Krivtsova è stata minacciata da un agente con una mazzola, riferimento alle esecuzioni sommarie del gruppo Wagner, per poi essere inserita nell’elenco dei terroristi e degli estremisti. In attesa di giudizio, la studentessa rischia fino a 10 anni di prigione. Di casi simili ve ne sono centinaia: secondo il rapporto di OVD Info, nel 2022 vi sono stati 25 giorni senza arresti per motivi politici, i restanti 340 hanno visto una repressione incessante contro chi si oppone alle scelte del Cremlino. L’azione della polizia, dell’Fsb, del Centro E (struttura del Ministero degli Interni per il contrasto all’estremismo), della Rosgvardija e di altre unità delle forze dell’ordine è incessante e prova a essere capillare fino ad assumere, in alcuni casi, connotati paradossali. Negli scorsi giorni, dopo l’attacco missilistico a Dnipro che al momento ha causato 45 morti, attorno al monumento alla scrittrice ucraina Lesja Ukrainka a Mosca si sono radunati cittadini a rendere omaggio alla memoria delle vittime, lasciando dei fiori e delle foto della città attaccata. Martedì 17 gennaio il monumento è stato circondato dalla polizia e vi sono stati quattro arresti. A Krasnodar e a San Pietroburgo fiori, biglietti e fotografie di Dnipro sono apparsi ai piedi delle statue di Taras Shevchenko, padre nobile della letteratura ucraina. 

I russi che omaggiano le vittime dell’attacco di Dnipro sfidando censura e repressione

Nelle forze armate, ingrossate dall’afflusso dei mobilitati dello scorso autunno, si registrano casi di diserzione, di proteste e di scontri. Le ragioni sono diverse, e vanno dal rifiuto di prendere parte ai combattimenti a contrasti per ragioni di disciplina e di equipaggiamento. Iniziano a esserci i primi processi per insubordinazione, come avvenuto per Aleksandr Leshkov, condannato a 5 anni e 6 mesi per aver colpito un sottufficiale durante una discussione a proposito dell’addestramento e delle forniture, considerate insufficienti; Marsel Kandarov, ventiquattrenne sergente maggiore, ha ricevuto una pena di 5 anni per aver rifiutato l’invio al fronte. Periodicamente, soprattutto nei media locali, vi sono denunce e notizie sulla detenzione in prigioni improvvisate nel Donbass di soldati che rifiutano di combattere: 9 mobilitati, provenienti da Volgograd, sarebbero rinchiusi in una cantina a Amvrosievka e, secondo i dati raccolti dalla redazione del canale Telegram “Astra”, i luoghi di detenzione per disertori e obiettori nei territori occupati ammonterebbero a 14. Pavel Chikov, avvocato specializzato nei diritti dei militari, il 28 novembre scorso ha denunciato la detenzione di almeno 300 soldati nelle prigioni per i disertori in Donbas, e nonostante le smentite di Putin, che ha liquidato le notizie come “fake”, continuano a esserci appelli dei familiari per la liberazione dei detenuti senza processo. Non vi sono dati certi sulle diserzioni, anche se storie di soldati riusciti a scappare all’estero non rappresentano una rarità, e il fenomeno coinvolge tutte le forze presenti al fronte. 

Anche dalla Wagner si diserta. Andrey Medvedev, già comandante di una unità della compagnia di Prigozhin, è riuscito a passare il confine con la Norvegia dopo essersi nascosto per mesi perché i suoi uomini si erano rifiutati di combattere: uno di essi, Evgeny Nuzhin, è stato ucciso a colpi di mazzola dopo esser stato riconsegnato alla Wagner in uno scambio di prigionieri. Medvedev nella sua fuga è stato aiutato da Gulagu.net, progetto di denuncia delle torture ai detenuti in Russia, attivo anche nel far circolare informazioni sul reclutamento nei penitenziari russi. Gli omicidi al fronte non sono casi isolati, perché vi sarebbero state, secondo i dati forniti da Olga Romanova, coordinatrice dell’associazione per i diritti dei detenuti “Rus sidyashchaya”, almeno 40 esecuzioni sommarie  da parte del servizio di sicurezza di Prigozhin, e la stessa Wagner rivendica questi episodi: video di fucilazioni e impiccagioni di disertori vengono mostrati ai condannati che accettano di essere inviati in guerra, e il capo della compagnia mercenaria più volte ha  pubblicamente elogiato gli assassinii. Alcuni disertori vengono arrestati perché spontaneamente consegnano le armi alla polizia, come è accaduto a 8 mobilitati della regione di Kaliningrad, fuggiti da Lugansk e presentatisi in un commissariato di Podolsk, nella regione di Mosca, per disfarsi dei fucili e delle munizioni.

E vi è ancora chi, dopo aver passato la frontiera nelle prime settimane della mobilitazione, si trova a dover far i conti con gli ostacoli delle burocrazie nell’ottenimento dell’asilo. All’aeroporto di Incheon a Seul vi sono cinque cittadini russi, arrivati tra ottobre e novembre, a cui è stato rifiutato l’asilo perché le autorità sudcoreane non ritengono il rifiuto della chiamata alle armi un motivo valido per restare in Corea. 

Il timore di una stretta sulla permanenza anima le comunità dei russi sfuggiti alla guerra in Asia centrale, spaventati dalle pressioni di Mosca. Alcune restrizioni sono state già introdotte in Kazakistan, paese che vede sul proprio suolo circa 298.000 cittadini russi, di cui 30.000 con contratto di lavoro. Dal 17 gennaio la permanenza senza visto (per i cittadini dei paesi dell’Unione economica eurasiatica è possibile visitare il paese con i documenti nazionali d’identità) sarà possibile solo per 90 giorni su un periodo di 180, con una distanza di sei mesi tra una visita e l’altra: in questo modo il provvedimento esclude la possibilità di allungare la presenza senza limiti, con ripercussioni dirette per quei russi che si trovano in Kazakistan perché non hanno un passaporto per l’estero. 

Le difficoltà nell’inserimento della vita quotidiana si riflettono parzialmente anche nell’organizzazione di manifestazioni e appuntamenti contro la guerra da parte dei russi andati via dal paese. Alcuni aspetti importanti delle cause di questa assenza sono stati messi in evidenza dal ricercatore Dmitrij Dubrovskij in un op-ed del 31 ottobre per Kholod: la depoliticizzazione e la disillusione sulle mobilitazioni di piazza come strumento efficace di parte della nuova emigrazione russa; il senso di disagio e di vergogna provocato dalle azioni del Cremlino; l’aggressività di quei cittadini russi, da tempo residenti all’estero, che invece sostengono la guerra; e, infine, la paura di reazioni all’insegna della “colpa collettiva”. Dubrovskij nota come “arriviamo a una conclusione paradossale: è in primo luogo la pressione della locale società civile a influenzare le attività di protesta dei russi, ma è proprio questa società che pretende la partecipazione di massa dei russi alle iniziative contro la guerra. Al tempo stesso, i cittadini russofoni di quei paesi stranieri possono reagire in modo aggressivo alle proteste pubbliche, vedendo in esse il “tradimento della patria”. 

All’interno della Russia, intanto, si discute di nuove misure repressive. Da qualche giorno, dopo le dichiarazioni del presidente della Duma Vyacheslav Volodin, i parlamentari preparano un disegno di legge per l’espropriazione  delle proprietà degli emigrati. C’è chi ha tradito il proprio paese, c’è gente che è andata via dal paese, ci sono organizzazioni sul territorio russo che sono di proprietà di cittadini dei paesi “non amichevoli”. Forse sarebbe il caso di cercare le risorse per gli alloggi per gli orfani in questa direzione?” – parole di Anna Kuznetsova, vicepresidente del parlamento di Mosca, durante una visita a Kemerovo per un incontro dedicato all’emergenza casa per le fasce disagiate. Il rischio di una tenaglia per chi si oppone alla guerra di Putin, fuori e dentro la Russia, non è mai stato così grande e una attenta e attiva solidarietà appare necessaria ora più che mai.

Immagine in anteprima via UN news

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