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Tra Europa e Stati Uniti, Putin ha ancora molti amici nell’internazionale ‘sovranista’

16 Aprile 2022 9 min lettura

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Tra Europa e Stati Uniti, Putin ha ancora molti amici nell’internazionale ‘sovranista’

8 min lettura

di Jacopo Di Miceli

L’invasione russa dell’Ucraina ha messo in grande imbarazzo i vecchi amici di Putin, non solo in Italia, ma anche all’estero, costretti a districarsi tra l’esibito sostegno del passato e gli orrori documentati dell’attuale guerra. Tra le giustificazioni più comuni è che in passato sia stato sensato cooperare con la Russia, per non isolarla, e che lo scenario sia mutato improvvisamente con la guerra - giustificando così repentine inversioni di rotta. “Il Vladimir Putin di cinque anni fa non è esattamente quello di oggi”, si è scagionata Marine Le Pen, che si è ritrovata con un milione e duecentomila opuscoli elettorali raffiguranti una sua orgogliosa stretta di mano al presidente russo in un incontro al Cremlino del 2017. La leader del Rassemblement National ora non ha difficoltà a riconoscere l’autoritarismo del regime russo e a biasimare l’attacco a Kyiv, ma non rinnega i precedenti rapporti con Mosca, in un periodo in cui li riteneva indispensabili contro lo Stato islamico. 

I contatti tra la Russia e la famiglia Le Pen, d’altronde, risalgono ai tempi del Front National, negli anni Novanta, quando il padre Jean-Marie discusse con l’ultranazionalista Vladimir Zhirinovsky della costruzione di un’alleanza paneuropea di estrema destra, e sono poi proseguiti con Marine, che ottenne un prestito di nove milioni di euro da una banca russa per compensare l’indisponibilità a una linea di credito dagli istituti francesi. All’epoca, durante la sua prima campagna per le presidenziali, nel 2012, non nascondeva di “ammirare” Putin, e il suo sostegno non è venuto meno neppure dopo l’annessione, giudicata “legale”, della Crimea.

L’altro candidato di estrema destra, il polemista Éric Zemmour, appena pochi anni fa sognava un “Putin francese” e negava l’esistenza dell’Ucraina moderna come entità statuale, un paese costruito “a casaccio”, in cui la Russia avrebbe legittimamente esercitato la sua influenza come la Francia nell’ex Africa coloniale, mentre ora si spende in analisi circonvolute. Dapprima, in un tweet ha condannato “senza riserve l'intervento militare russo”, ma in seguito, in televisione, ha precisato di voler distinguere tra un colpevole, ovvero Putin, e dei responsabili, la NATO e il suo espansionismo.

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A Berlino, invece, la posizione di Alternative für Deutschland (AfD) sembrava definita dopo la dichiarazione dei leader del gruppo parlamentare, Tino Chrupalla e Alice Weidel, uniti nel giudicare “ingiustificato” l’attacco all’Ucraina e nel pretendere la cessazione delle ostilità e il ritiro delle truppe russe. Ma il deputato Roger Beckamp ha destato sorpresa puntualizzando che i due presidenti parlavano a titolo personale. 

Negli ultimi anni, diversi membri di AfD si sono del resto distinti per le simpatie putiniane. Alcuni si sono recati in Crimea e a Donetsk come “osservatori elettorali”, oppure hanno partecipato a eventi di propaganda nei territori annessi a Mosca, come il Forum di Yalta. Secondo documenti visionati dalla BBC, l’intelligence russa considererebbe addirittura sotto il proprio controllo un parlamentare di AfD, Markus Frohnmaier, che ha spesso viaggiato in Crimea e nelle repubbliche separatiste ucraine. 

Nemmeno la guerra ha scalfito il feeling dell’anima più nera di AfD con il Cremlino. Parlamentari locali, come Gunnar Lindemann e Jörg Dornau, hanno sposato la tesi complottistica di laboratori segreti americani di armi biochimiche in Ucraina o ripetuto la tesi propagandistica della denazificazione del paese. Altri esponenti con incarichi dirigenziali, come Rainer Rothfuß, vicepresidente di AfD in Baviera, o il deputato del Bundestag Eugen Schmidt, presenziano tutt’oggi sulla televisione russa per esprimere comprensione nei confronti di Putin e dipingere, al contrario, la Germania come un regime che imbavaglia il dissenso.

Quando il presidente ucraino Zelensky si è rivolto al parlamento tedesco, il 17 marzo, l’unico deputato rimasto seduto, senza applaudire, al termine del discorso, era Robert Farle di Alternative für Deutschland, che ha accusato i media di alimentare una guerra propagandistica contro Putin, sulla scia dello stesso allarmismo sulla pandemia.

Nonostante le prese di distanza dagli elementi più putiniani, la guerra ha scisso il partito, con l’ala völkish, capeggiata da Björn Höcke, che vede l’Ucraina come la vittima di uno scontro geopolitico tra Est e Ovest. Si spiegano così i tentativi di sintesi di Chrupalla, che il 27 febbraio rettificava chiarendo che fosse un errore identificare “un solo colpevole”, perché “questa guerra ha molti padri”. Secondo Handelsblatt, dalla fine di febbraio i dissidi interni hanno provocato centinaia di dimissioni dal partito, in polemica con i rappresentanti filo-russi, ma anche – a giudicare dai commenti della base – con una leadership stigmatizzata per la sua posizione troppo appiattita sul mainstream. L’8 marzo è infine arrivata una doccia fredda dal tribunale di Colonia, che ha confermato la messa sotto sorveglianza del partito da parte dei servizi segreti per sospetti obiettivi anticostituzionali.

C’è però un leader europeo che perora senza vergogna la causa di Putin. Si tratta di Thierry Baudet, del Forum per la Democrazia (FvD), partito dell’estrema destra olandese. Baudet, che ha definito Putin “un grand’uomo”, si è rifiutato di condannare l’invasione e ha espresso dubbi sulla violazione del diritto internazionale, scaricando ogni responsabilità sull’Occidente. “L’azione militare russa è estremamente moderata”, ha detto, “e il suo scopo è portare il popolo ucraino dalla parte russa”. Secondo Baudet, le élite globaliste ci avrebbero trascinato in un conflitto mondiale per implementare un Grande Reset, e anzi rivendica di averlo previsto. Il Forum per la Democrazia era infatti nato proprio per influenzare il voto referendario sull’accordo di associazione tra Unione Europea e Ucraina, nel 2016. Sulla spinta della campagna per il “no” guidata da Baudet, i Paesi Bassi sono stati l’unica nazione europea a respingere il trattato, con una maggioranza, peraltro, schiacciante. Come Putin, Baudet non riconosce all’Ucraina il rango di Stato, ma la declassa a “conglomerato di almeno due popoli diversi, uno russo e uno anti-russo”. I membri del partito non hanno nemmeno assistito al discorso di Zelensky al parlamento olandese per protestare contro l’irritualità di un capo di Stato straniero che si rivolge alla Camera e contro l’idealizzazione e la santificazione di una parte belligerante contro l’altra.

Per chi conosce Baudet, il cui radicalismo è sempre più pronunciato, il suo putinismo non meraviglia. Secondo il programma televisivo Zembla, del 2020, alcuni messaggi tra il leader del FvD e l’ucraino filo-russo Vladimir Kornilov proverebbero un finanziamento da Mosca, ma nella versione di Baudet i riferimenti ai pagamenti russi sarebbero stati “ironici”. Nel 2018 Baudet ha anche incontrato l’ideologo di Putin Alexander Dugin, ricevendone attestati di stima. 

Dall’altra parte dell’Atlantico, dopo l’indagine Russiagate sulle possibili collusioni tra lo staff dell’ex presidente Trump e il Cremlino nelle elezioni del 2016, l’intelligence ha di recente pubblicato un report in cui si afferma che non sono da escludersi future operazioni di influenza russa negli Stati Uniti attraverso personalità politiche e mediatiche americane.

Quasi a concretizzare questi timori, il 3 marzo il sito Mother Jones è venuto in possesso di un memo degli apparati di sicurezza russi in cui si esortano i giornalisti a dare risalto alla trasmissione di Tucker Carlson su Fox News. Il popolare conduttore ha una lunga storia di esternazioni favorevoli verso Putin, tanto da meritarsi l’epiteto di “cheerleader della Russia”. “Perché non dovrei tifare per la Russia? Cosa che per inciso faccio”, aveva detto nel 2019, in relazione al conflitto nel Donbass, prima di ritrattare e ridimensionare tutto a uno scherzo.

Nei giorni precedenti l’invasione, Carlson domandava retoricamente agli spettatori perché fosse stato loro insegnato a odiare Putin – “Lui mi ha mai chiamato razzista?” – e ammetteva che non costituisse tradimento sostenerlo. “L’Ucraina, per essere tecnici, non è una democrazia. In termini americani, la chiamereste tirannia. È un mero Stato-cliente del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti”, dichiarava. Dopo l’attacco, si èfocalizzato sull’incapacità dell’amministrazione Biden di impedire lo scenario bellico e, anzi, sulla sua presunta volontà di incoraggiarlo per avocare a sé nuovi poteri emergenziali dopo la pandemia. Fra gli esperti, Carlson ha invitato il colonnello in pensione Douglas Macgregor, ex consigliere alla difesa con Trump, e lo ha presentato come “un uomo a cui credere” nel mare delle notizie manipolate, nonostante l’ex militare avesse suggerito di concedere alla Russia l’annessione di tutta l’Ucraina che desidera. La contronarrazione del conduttore si è spinta fino a esiti surreali, prefigurando l’arrivo al potere degli estremisti islamici e un attacco atomico all’America se Putin dovesse cadere.

L’influenza di Carlson travalica lo spazio televisivo, ha il potere di modellare la stessa ideologia conservatrice americana. Un sondaggio di YouGov ha mostrato che gli elettori repubblicani ormai preferiscono Putin a Biden. E pezzi importanti del Partito Repubblicano si allineano, individuando nella debolezza di Biden la colpa dell’aggressività russa. Due deputati, Greene e Gosar, hanno persino partecipato a una conferenza di suprematisti bianchi in cui i giovani estremisti applaudivano la Russia e lanciavano cori per Putin. La vecchia guardia repubblicana, come il senatore Mitch McConnell e Liz Cheney, ha stigmatizzato l’evento, ma i leader di partito non sono finora riusciti a criticare nemmeno gli elogi di Trump all’intelligenza di Putin. In questo senso, è significativo che la prossima convention repubblicana si terrà a Budapest, nell’Ungheria di Orbán, tra i capi di governo più timidi nel condannare la guerra all’Ucraina, tanto da dire di aver vinto le elezioni anche contro il presidente Zelensky. 

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Anche l’Italia non è stata indifferente al fascino del Cremlino negli ultimi anni. La posizione del Movimento 5 Stelle verso Mosca ha seguito l’andamento tutt’altro che lineare tenuto dalla leadership sia in politica interna sia estera: dalle ambiguità sulle sanzioni e dalle delegazioni al congresso di Russia Unita si è passati, con una giravolta, alla più ferma condanna dell’invasione dell’Ucraina. Se per Giorgia Meloni oggi è più semplice presentare un curriculum atlantista piuttosto che putiniano, pur con alcune macchie, come le sollecite congratulazioni al presidente russo per la sua rielezione, per la Lega, invece, l’eredità dei contatti passati continua a imbarazzare il partito. L’ultimo scandalo - come racconta L’Espresso - è stata la scoperta di finanziamenti russi alla fondazione gestita dal senatore Pillon, tra gli assenti al discorso di Zelensky alle camere riunite. Sempre a proposito della Lega, non bisogna dimenticare il caso Moscopoli, partito da un’inchiesta dei giornalisti Giovanni Tizian e Stefano Vergine. Un incontro segreto avvenuto all’hotel Metropol di Mosca tra emissari della Lega (tra cui Gianluca Savoini) e del Cremlino, con al centro della trattativa un possibile finanziamento al partito. Dall’inchiesta è stata avviata poi un’indagine che ipotizza il reato di corruzione internazionale. La guerra in Ucraina, tra i suoi effetti collaterali, ha però avuto quello di rallentare il già difficile iter per le rogatorie da Mosca sul caso: si rischia così un’archiviazione che lascerebbe irrisolti gli innumerevoli nodi della vicenda. 

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Il motivo per cui le destre radicali occidentali faticano a retrocedere dall’alleanza ideologica con Mosca è che hanno a lungo considerato la Russia un’alternativa alla democrazia liberale e un bastione contro la globalizzazione e le derive della sinistra, a difesa della cristianità e delle “tradizioni bianche”. Un esempio di questa sinergia è il Congresso Mondiale delle Famiglie (WCF), rete antiabortista, antifemminista e anti-LGBTQI dal doppio baricentro: negli Stati Uniti la destra fondamentalista cristiana e in Russia la piattaforma ultraordodossa che sostiene Putin. Alle riunioni del WCF - ha rivelato una ricerca di OpenDemocracy - hanno partecipato più di sessanta politici europei, di cui la metà di estrema destra. Solo al Congresso di Verona, nel 2019, erano presenti l’allora vicepremier Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

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Le figure russe che sponsorizzano il WCF, in un’ottica di soft power sull’Europa, sono le stesse che abbiamo più volte incontrato nelle inchieste giornalistiche sugli intrecci tra partiti dell’ultradestra e Mosca: come l’oligarca Kostantin Malofeev, editore di Tsargrad, che - secondo documenti ottenuti da New Lines - ancora nel marzo 2021 avrebbe aspirato a costruire un fronte comune con i partiti del gruppo parlamentare europeo Identità e Democrazia, di cui fanno parte Lega e Rassemblement National. 

Quando il conflitto sarà finito, non stupiamoci perciò se Putin ritroverà sulla propria strada molti degli amici perduti (o scomparsi) in queste settimane.

Immagine in anteprima: frame video via Twitter

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