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La storia di Kamran Manafly, il professore che si è ribellato alla propaganda del Cremlino nelle scuole

25 Marzo 2022 8 min lettura

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La storia di Kamran Manafly, il professore che si è ribellato alla propaganda del Cremlino nelle scuole

8 min lettura

di Meduza

Kamran Manafly è un insegnante di 28 anni di Mosca. O meglio, lo era fino a poco tempo fa, finché non ha perso il lavoro per essersi rifiutato di adottare le linee guida statali su come discutere in classe la "speciale operazione militare in Ucraina" della Russia. La goccia che ha fatto traboccare il vaso per l’amministrazione scolastica è stata una fotografia postata da Manafly su Instagram, che lo raffigura mentre partecipa a una protesta contro la guerra. “Non voglio essere uno specchio della propaganda del governo" si legge nel post. La scuola lo ha licenziato per "comportamento immorale", e una guardia di sicurezza lo ha poi aggredito quando ha cercato di recuperare i propri effetti personali dall’ufficio. Nel giro di pochi giorni, il preside ha anche minacciato di farlo processare per "aver tradito la madrepatria". Il sito russo Meduza ha parlato con Manafly del licenziamento e della conseguente decisione di lasciare la Russia. Quella che segue è la sua storia, raccontata con le sue stesse parole.

Ho 28 anni, da sette insegno geografia. Ho trascorso gli ultimi due anni alla scuola numero 498 nel distretto Tagansky di Mosca. È una tipica scuola superiore.

Mi sono laureato all'Università Statale di Tver’. Sono entrato nel dipartimento di geografia perché nel programma avevano uno stage all'estero. Quando sei uno studente del primo o del secondo anno puoi viaggiare in Europa, e questo era piuttosto insolito, specialmente per la Statale di Tver’.

Durante il primo anno di specialistica ho lavorato per la prima volta con i bambini alle Olimpiadi Internazionali di Geografia. Era tutto molto interessante per me. In seguito, ho ricevuto un'ulteriore formazione pedagogica, poi sono andato a lavorare in una scuola.

Le conoscenze base che i bambini russi ricevono a scuola sono molto buone, credo. Molti dei libri di testo di geografia e di studi sociali sono di qualità. In molte scuole c'è un clima di libertà. Dopotutto, nessuno sa cosa succederà in classe una volta che la lezione inizia. Ogni insegnante può sviluppare il pensiero critico degli studenti e insegnare a modo suo.

Qualche anno fa, come altri insegnanti, ho lavorato per le elezioni. Il mio lavoro consisteva nell'indicare alla gente dove andare a votare, mentre c'era chi lavorava direttamente allo spoglio delle schede. I colleghi di altre scuole mi raccontavano di come i loro conteggi non si allineavano, di come avevano chiuso i seggi elettorali e cacciato via tutti per poi rifare i verbali. In una riunione prima delle elezioni il preside ci ha anche detto: "Votate per Russia Unita!", ma non ci hanno fatto fare foto della nostra scheda, com’è successo invece in altre scuole.

Dopo il 24 febbraio [quando la Russia ha lanciato un'invasione su larga scala dell'Ucraina], tutto è diventato molto meno libero. Non riuscivo nemmeno a riconoscere gli amministratori della scuola. Ci hanno mandato delle linee guida sulla "operazione speciale", come la chiamano loro, sulle origini del conflitto, e così via. Dovevamo raccontare tutto questo e mostrare tutto questo ai bambini. Naturalmente ho rifiutato. Come ho già detto, all’inizio non controllavano per vedere cosa facevamo effettivamente in classe.

Ma, pochi giorni dopo l'inizio della guerra, hanno riunito tutti gli insegnanti e ci hanno detto che non ci era permesso avere opinione nostre, perché eravamo "impiegati dello Stato". Questa frase mi ha davvero colpito, perché non credo che i lavoratori statali debbano essere schiavi dello Stato. Ci hanno detto di parlare ai bambini solo secondo queste linee guida, di evitare - non sia mai - che qualcuno esprima una propria opinione. Questo mi ha fatto scattare. Per legge le scuole dovrebbero essere terreni neutrali, mentre ora ci costringevano a diffondere propaganda.

Come parlare dell'invasione in Ucraina nelle scuole russe

Il governo federale russo ha distribuito in tutto il paese delle linee guida per l'insegnamento nelle scuole, spiegando perché l'"operazione" della Russia in Ucraina orientale "non è una guerra". Le linee guida sostengono che "le forze armate russe non stanno conducendo attacchi aerei o di artiglieria contro le città ucraine, e non c’è alcuna minaccia per la popolazione civile".

Una fonte vicina al sindacato degli insegnanti in Russia ha spiegato a Meduza che ai docenti è stato chiesto di implementare immediatamente le linee guida nei curriculum scolastici.

Dal materiale condiviso con Meduza, il ministero dell'Istruzione sta chiedendo agli insegnanti di mostrare agli studenti il discorso del presidente Putin che annuncia l'invasione, ponendo loro domande basate sulle dichiarazioni di Putin, come ad esempio: "Formulate il motivo principale per cui è cominciata l’operazione militare per difendere le Repubbliche popolari di Luhansk e Donetsk".

Il ministero dell'Istruzione sta anche distribuendo codici QR che indirizzano le persone verso  "risorse informative affidabili". Tra queste si trovano i siti web del Cremlino, del ministero della Difesa e di varie agenzie di stampa statali.

Come ogni persona dotata di coscienza, compassione o empatia, io stesso sono contro la guerra. È quello che abbiamo insegnato anche ai nostri figli, dopotutto, dare valore alla vita umana sopra ogni cosa. Ogni scuola dovrebbe spingere gli studenti ad amare la pace.

Dall’inizio della guerra, i bambini correvano da me nei corridoi facendomi domande. Volevano sapere perché stava succedendo, o cosa fossero questi due nuovi paesi, “le Repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk”. Cose del genere. In un modo o nell'altro, la guerra è venuta fuori durante le lezioni, e penso che proprio per questo ci hanno mandato le linee guida. Ho cercato di rimanere neutrale, di spiegare ai bambini la situazione senza diventare politico. Ho detto loro che molte cose andavano male, consigliando di trarre le conclusioni. I giovani d'oggi sono fantastici; sono molto più propensi alla pace rispetto alle vecchie generazioni. Non capiscono proprio perché qualcuno dovrebbe andare laggiù a uccidere.

L'8 marzo ho postato una foto su Instagram dove ho scritto che dobbiamo vivere in modo da non essere tormentati dalla nostra coscienza. Ho le mie opinioni, e non si sovrappongono a quelle dello Stato. Non mi sono addentrato in questioni politiche specifiche, né ho usato la parola "guerra". In seguito la preside della scuola mi ha convocato, chiedendomi di cancellare il post. Come al solito si tratta di un ordine, non di una richiesta. Non appena ho rifiutato mi ha detto che mi avrebbe licenziato.

post instagram di Kamran Manafly
"Dobbiamo vivere in modo da non essere tormentati dalla nostra coscienza. Recentemente mi è stato detto a scuola: 'Non puoi avere nessuna posizione se non quella ufficiale dello Stato. Eppure io ho la mia opinione! E non sono l’unico - molti insegnanti hanno le loro opinioni. E sapete una cosa? Queste opinioni chiaramente non coincidono con quella dello Stato. Non voglio essere un megafono della propaganda di Stato, e sono orgoglioso di non aver paura nello scriverne qui. Sono orgoglioso di essere un insegnante! La mia coscienza è pulita. Amo assolutamente ogni studente che ho avuto, che ho ora e che avrò in futuro". (testo del post su Instagram di Kamran Manafly)

Il giorno dopo sono andato a scuola per salutare i bambini e raccogliere i miei effetti personali. Per ordine del preside, c'erano delle guardie all'ingresso della scuola che si rifiutavano di farmi entrare. Quando i bambini mi hanno visto, hanno guardato il mio profilo Instagram e hanno capito tutto.

Gli amministratori scolastici hanno chiamato la polizia, che ha finito per scortarmi al mio ufficio, dove ha raccolto le mie cose. Ero già un emarginato: il personale scolastico distoglieva lo sguardo senza nemmeno salutarmi - non sia mai che qualcuno pensasse male di loro.

Verso sera ho avuto bisogno di tornare nell’edificio. Mentre camminavo in uno dei corridoi, una delle guardie di prima mi ha assalito. Mi ha urlato contro delle oscenità e poi ha iniziato a colpirmi. Sono riuscito a estrarre il cellulare, accendendo la fotocamera. Quando la guardia se ne è accorta si è calmata un attimo, ma in ogni caso ho sporto denuncia.

Questo succedeva intorno alle quattro del pomeriggio. I bambini avevano lasciato la scuola, ma c'erano ancora molti insegnanti, che quindi hanno visto l'accaduto. Si sono subito dispersi nei loro uffici per evitare di aiutare o intervenire. Questo mi ha davvero depresso, più di ogni altra cosa. Nessuno ha detto una parola. O hanno paura o appoggiano questa svolta. Su 150 persone che lavorano nella scuola, solo una - una giovane insegnante - mi ha chiamato per confortarmi.

Il giorno dopo, la preside ha detto che non mi avrebbe permesso di dimettermi, che mi avrebbe licenziato lei perché presumibilmente avevo organizzato una manifestazione coinvolgendo dei minori. Si riferiva al fatto che, dopo essere stato informato del licenziamento, avevo scattato delle foto insieme ad alcuni miei studenti fuori dalla scuola. Alla fine mi hanno licenziato per "comportamento immorale".

Successivamente, ho contattato il sindacato indipendente degli insegnanti (Uchitel), con cui abbiamo raccolto i documenti per contestare in tribunale il mio licenziamento. Poi però è successo qualcosa di profondamente spiacevole, e ho deciso di lasciare il paese: la preside ha riunito tutti gli insegnanti per parlare di me. Alla riunione sono state mostrate delle fotografie che avevo pubblicato su Instagram, tra cui alcune dagli Stati Uniti, una dalla visita alla Corte europea dei diritti dell'uomo. Queste foto sono poi state condivise nei gruppi di chat gestiti dai genitori degli studenti, e hanno costretto i ragazzi a cancellare i commenti di sostegno sotto i miei post, minacciando di rivolgersi al dipartimento di polizia che si occupa di delinquenza minorile.

Hanno diffuso le solite storie, trite e ritrite, su come io sia un agente del dipartimento di Stato americano, su come l'Occidente mi finanzi e abbia collegamenti con me attraverso una mia attività commerciale. Poi la direttrice ha detto che avrebbe fatto tutto il possibile per farmi sbattere in prigione per 15 anni, perché sono un "traditore della madrepatria", e quelli come devono stare dietro le sbarre. Lei è nel Consiglio comunale con Russia Unita, quindi le sue parole mi hanno reso nervoso. Dopo che la mia storia ha iniziato a essere pubblicizzata avrebbero potuto incastrarmi per qualsiasi cosa.

Non ho ancora deciso dove andrò. Ora come ora sono in una fase di transito, ma molto probabilmente mi sistemerò in un paese occidentale. Spero di poter insegnare in un altro paese, ma in questo momento voglio solo andare in un posto sicuro e trovare un po' di pace. Una volta che riuscirò a dormire bene, comincerò a pensare a cosa fare dopo. Idealmente, vorrei continuare a lavorare e a crescere come persona.

Penso che in Russia il sistema educativo non potrà che peggiorare. Appena quattro anni fa il mio ultimo direttore mi ha dato il permesso per un viaggio pagato attraverso l'Europa e l'America, per uno scambio con vari progetti pedagogici. E ora è tutto inutile. Il giro di vite è peggiore che mai, il sistema scolastico e l’educazione sono sempre più stretti in una morsa totalitaria. C'è più controllo sui bambini, più controllo su cosa imparano e cosa leggono. Hanno introdotto lezioni in classe sui social network, su quali si possono usare e quali no. Il sistema scolastico sta cercando di inculcare nei bambini regole di vita.

Sono in contatto con insegnanti di altre scuole: un collega mi ha detto che da loro il corpo docente è costretto a indossare nastri di San Giorgio a forma di lettera Z. Certo, ci sono insegnanti che resistono, ma subito iniziano le pressioni contro persone del genere. Se prima gli insegnanti potevano avere opinioni proprie, ora non è più così.

Articolo originale pubblicato sul sito indipendente russo Meduza - per sostenere il sito si può donare tramite questa pagina.

Immagine in anteprima via Instagram

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