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Tra polemiche e rischi per la salute: l’informazione sull’alcol è una questione europea

25 Marzo 2022 6 min lettura

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Tra polemiche e rischi per la salute: l’informazione sull’alcol è una questione europea

6 min lettura

di Marina Nasi

“Nessun bollino nero sull'alcol”, “Vittoria italiana a Strasburgo, “Il vino è salvo”, “Sventato l'assalto al vino”. Sono solo alcuni dei titoli comparsi dopo che il Parlamento Europeo ha approvato a metà febbraio il testo “Rafforzare l'Europa nella lotta contro il cancro”, una serie di risoluzioni non vincolanti la cui bozza era passata già a dicembre. Purtroppo, erano quasi tutti titoli fuori fuoco, in modulazione varia dal sensazionalismo alla disinformazione vera e propria, e che non hanno aiutato a chiarire la faccenda della relazione tra cancro e consumo di alcol, né a comprendere che risoluzioni stia prendendo in merito il Parlamento Europeo.

Lo scorso 15 febbraio, come detto, il Parlamento Europeo ha votato per approvare le risoluzioni e gli emendamenti prodotti e proposti dalla Commissione speciale sulla lotta contro il cancro (chiamata anche BECA, acronimo di Beating Cancer). La stessa commissione ha lavorato in parallelo anche all'implementazione del Beating cancer action plan, (più noto come Cancer Plan), pubblicato lo scorso anno e comprensivo di un'ampia serie di indicazioni, tra cui alcune relative al consumo di vino, birra e alcolici in genere.

Il testo votato è una relazione d’iniziativa, quindi non ha valore legislativo. Si tratta di un insieme di raccomandazioni indirizzate alla Commissione Europea e agli Stati membri, che può comunque avere un forte impatto, influenzando per esempio le prossime decisioni in merito alle direttive su imballaggi ed etichettature, ma anche quelle sulla distribuzione dei sussidi e dei fondi europei per la promozione dei prodotti, inclusi ovviamente quelli alcolici. Inoltre sono ancora in corso le revisioni di testi relativi alla possibilità di rendere obbligatorie etichette con la lista di ingredienti, come parte della Food Information to Consumers (FIC) Regulation.

Il concetto di “no safe limit”

Tornando al testo, tra i fattori rilevanti di maggior rischio oncologico indica l’alcol contenuto in tutte le bevande alcoliche, basandosi su evidenze scientifiche e sulle indicazioni dell’OMS. Il messaggio diffuso è che l’alcol è un cancerogeno per il quale non esiste una quantità di consumo sicura per la salute.

Il testo approvato dal BECA aveva suscitato già a dicembre immediata reazione da parte del settore vitivinicolo, in particolare attorno al concetto di “no safe limit. Ovvero il concetto, già presente nel Codice Europeo contro il Cancro dell’OMS, secondo cui Per prevenire il cancro è meglio evitare di bere alcolici”, o quanto meno limitare il più possibile il consumo. Analoghe avvertenze sono per esempio anche sul sito della Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro.

Le aspre critiche del mondo della produzione di vino, in particolare italiano e francese, hanno naturalmente raggiunto anche la componente parlamentare europea, sollecitando difese del Made in Italy e del vino come prodotto diverso dagli altri alcolici per storia e tradizioni millenarie. Già nelle settimane precedenti il voto, anche da parte di una grossa fetta di giornalismo, era stato creato un clima di attesa, puntando tutta l'attenzione sulla questione alcol, ingigantendola notevolmente visto che è solo una piccola parte del testo complessivo. Si è parlato della possibilità di introdurre sulle bottiglie di vino bollini neri ed etichette simili a quelle dei pacchetti di sigarette, si è paventato il rischio che il consumo di vino potesse venire demonizzato, con conseguenti, corpose perdite sul fronte del Made in Italy., si è temuto l'utilizzo del Nutri-score. Quest’ultimo è un sistema di etichettatura “a semaforo” messo a punto dal centro di ricerca Cress (Centre of Research in Epidemiology and StatisticS), adottato ufficialmente in Francia e, con diverse modalità, in uso anche in Belgio, Svizzera, Spagna e Olanda. Attraverso uno schema a cinque colori, ciascuno associato a una lettera dalla A alla E, mira a fornire in etichetta indicazioni immediate sulla salubrità degli alimenti.

Dopo la votazione, si è scritto e titolato che questa aveva introdotto una distinzione fra consumo "nocivo" e consumo "moderato", e che, addirittura, “non è il consumo in sé a costituire fattore di rischio per il cancro”.

La questione del “bollino nero” e del “consumo moderato”

Di fatto, nei testi da approvare non c'era riferimento a bollini neri, e in quelli approvati non è esplicitata una distinzione a rischio zero fra consumo eccessivo e moderato. Il termine “nocivo”, compare in un passaggio del comma 15: “(...) evidenzia  che il consumo nocivo di alcol è un fattore di rischio per molti carcinomi differenti”, comma in cui oltretutto si fa riferimento allo studio OMS secondo il quale “ il livello più sicuro di consumo di alcol non esiste per quanto riguarda la prevenzione oncologica”. L’aggettivo “moderato”, su cui tanto si è insistito negli articoli successivi al voto, semplicemente compare nel comma successivo, all'interno delle indicazioni sulle etichette da apporre: “Sostiene la necessità di offrire ai consumatori informazioni appropriate migliorando l'etichettatura delle bevande alcoliche con l'inclusione di informazioni su un consumo moderato e responsabile”. “Eccessivo” si legge, sempre nel comma 16, nella frase “chiede alla Commissione di adottare azioni specifiche contro il consumo eccessivo e pericoloso di alcol”. Lo studio di Lancet citato a corredo di quest’ultimo passaggio analizza inoltre l’incidenza del consumo di alcol nei casi di cancro: tutte le categorie di bevitori sono indicate come a rischio, anche quelle occasionali.

Secondo Emanuele Scafato, direttore dell'Osservatorio Nazionale Alcol dell'Istituto Superiore di Sanità, l’impatto del comma rivisto non dovrebbe avere un peso eccessivo sulla Risoluzione. Contattato telefonicamente, spiega a Valigia Blu: «C'è stata una spettacolarizzazione dei risultati del voto in Parlamento Europeo. Voto che però, di fatto, non ha cambiato un iter. E risoluzioni del testo che, ricordiamo, non è vincolante ma suggerisce comunque un orientamento, vanno comunque nella direzione giusta».

Sui rischi per la salute, in particolare quelli legati al cancro e documentati, spiega Scafato: «In Europa l’OMS stima oltre 180 mila  nuovi casi di cancro l'anno causati dall'uso di alcol. Uso, non abuso, come peraltro già adottato in Italia dalle Linee guida nutrizionali. In particolare, l'alcol è stato collegato a diversi tipi di cancro, incluso quello del seno nella donna, notoriamente più vulnerabile all’alcol».

Il vino non fa buon sangue

Inevitabilmente, quando si parla di vino, il voler promuovere la prevenzione e fare buona informazione si scontra con un insieme di componenti che vanno al di là delle definizioni. Il consumo si intreccia con l'idea di una tradizione culturale e con una vulgata che lo vuole addirittura benefico. Si parte dai vecchi (e smentiti) ritornelli sul vino che fa buon sangue e sulla birra che aiuta nell'allattamento per arrivare al grande classico: la dieta mediterranea. Ma benché il regime alimentare mediterraneo sia tuttora promosso come sano, non esiste alcuna evidenza che, tra olio di oliva, pesce e verdure, a far bene sia il fantomatico “buon bicchiere” di vino.

Non trovano conferma nemmeno le trovate di marketing salutistico più recenti, prima tra tutte quella sui polifenoli e il loro presunto valore antiossidante. È vero che i polifenoli sono antiossidanti ed è vero che il vino rosso ne contiene, peccato che per avere qualche risultato occorrerebbe ingerirne quotidianamente una quantità pari a 100 bicchieri al giorno per svariati mesi.

Altro potenziale ostacolo a una corretta informazione sui rischi correlati al consumo di vino è ovviamente l'industria vitivinicola. Ma attenzione a immaginare una potente lobby impegnata a insabbiare le evidenze scientifiche, perché anche in questo caso la situazione è più complessa. Spiega ancora Scafato: «Se da un lato c’è un settore vitivinicolo legato all’agroalimentare, dall’altro c'è una parte di quello manageriale più incline non solo a puntare alla qualità del prodotto ma anche a considerare il vino per ciò che è, e non per quello che invece altri vorrebbero far ritenere possa fare alla salute. E questo comprende anche una comunicazione promozionale che sappia rispettare la maturità e l’intelligenza del consumatore».

Non mancano infatti nemmeno strategie comunicative più spregiudicate, come ha dimostrato per esempio  il comunicato diffuso da Assoenologi all'inizio della pandemia. Nel testo si legge che "Un consumo moderato di vino, legato al bere responsabile, può contribuire ad una migliore igienizzazione del cavo orale e della faringe, area, quest’ultima, dove si annidano i virus nel corso delle infezioni”. A stigmatizzare l'operazione sono intervenuti esperti e istituzioni, persino dando vita a una campagna di contrasto alla disinformazione avviata dal Ministero della Salute e dall’Istituto Superiore di Sanità in coordinamento con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che conferma non solo che vino, birra, superalcolici, grappa non disinfettano il cavo orale né  uccide il virus, ma anzi debilitano le difese immunitarie e favoriscono le infezioni polmonari virali.

Insomma, sembra molto difficile mantenere la serenità nell'informazione, quando si parla di vino, ma proprio per questo è cruciale rimanere il più possibile aderenti ai fatti e vicini alle fonti. Poiché il cammino del piano e della sua implementazione è ancora lungo, per non parlare di quello che separa da un consumo informato, occorre vigilare il più possibile su eventuali inciampi o trappole lungo il tragitto.

Immagine anteprima via Pixabay

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