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Proclami ambiziosi, resistenze e scelte al ribasso: governi e aziende ancora incapaci di affrontare la vera portata della crisi climatica

29 Luglio 2021 12 min lettura

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Proclami ambiziosi, resistenze e scelte al ribasso: governi e aziende ancora incapaci di affrontare la vera portata della crisi climatica

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Le ondate di calore negli Stati Uniti e nel Canada, le inondazioni che hanno colpito Germania e Belgio, in Europa, e la città di Zhengzhou in Cina, dove ha piovuto in un giorno quanto piove di solito in un anno, causando danni per oltre 10 miliardi di dollari, lo stato d’emergenza per gli oltre 200 incendi in Yakuzia, in Russia. Le immagini degli eventi meteorologici estremi delle ultime settimane sono purtroppo sempre più familiari.

Il cambiamento climatico è diventato ormai un argomento all’ordine del giorno di media e opinione pubblica ed è entrato nell’agenda del mondo politico, economico, industriale e delle istituzioni. I paletti stabiliti dall’Accordo di Parigi nel 2015 e gli impatti del riscaldamento globale prefigurati dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) nel 2018 sono pressoché chiari a tutti. Tanti Stati hanno dichiarato in questi anni lo stato di emergenza climatica, diversi tribunali stanno condannando paesi ed aziende per le emissioni prodotte mentre la Corte Costituzionale Federale in Germania ha definito la difesa del clima un diritto fondamentale dei cittadini, molti governi hanno annunciato l’intenzione di ridurre le emissioni nel medio periodo.

Tuttavia, quando si tratta di tradurre queste dichiarazioni in prassi e misure concrete, le priorità tornano a essere altre e gli interessi a parcellizzarsi. Come se la concretezza degli eventi meteorologici di questi mesi diventasse all’improvviso uno scenario lontano e astratto.

Gli ultimi esempi, in queste settimane: le reazioni da parte delle lobby industriali, di una parte del mondo economico e di alcuni paesi dipendenti dal carbone al “Fit for 55”, il pacchetto di riforme presentato a metà luglio dalla Commissione Europea, che pure è stato definito timido da ONG e attivisti climatici; e più recentemente, il mancato accordo sul testo finale del G20 su Ambiente, Clima ed Energia dello scorso fine settimana a Napoli, in vista della Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima di Glasgow a novembre. Pur di arrivare a una posizione condivisa sono stati stralciati dal documento finale i due punti più importanti, indispensabili per rispettare quanto sottoscritto a Parigi nel 2015: l’eliminazione graduale del carbone e la fine dei sussidi per i combustibili fossili. E nonostante questo, il ministro alla Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, ha parlato di successo perché “per la prima volta è stata riconosciuta all’unanimità l’interconnessione tra ambiente, clima, energia e povertà”. Nel frattempo, il cambiamento climatico viaggia a ben altre velocità e intensità.

Il piano UE “Fit for 55”
Il G20 su Ambiente, Clima ed Energia di Napoli

Il piano UE “Fit for 55”

Il 14 luglio la Commissione europea ha presentato “Fit for 55”, un pacchetto di 13 proposte legislative con l'obiettivo di ridurre le emissioni di carbonio degli Stati membri dell'Unione Europea del 55% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2030 e raggiungere la neutralità carbonica (vale a dire l’equilibrio tra le emissioni e l’assorbimento dell’anidride carbonica) dell’UE entro il 2050. 

Questi traguardi – che il piano traduce in leggi che allineino le politiche UE agli obiettivi climatici generali – erano stati ratificati a dicembre 2020 in un documento del Consiglio Europeo e poi resi giuridicamente vincolanti dalla European Climate Law, approvata ad aprile e adottata a giugno, che formalizza gli obiettivi del Green Deal europeo. Sempre a dicembre, l’Unione Europea si era impegnata a rivedere i suoi “contributi determinati a livello nazionale” (NDC) rispetto a quanto stabilito nell'accordo di Parigi del 2015. Ogni cinque anni, infatti, i paesi devono fissare i propri obiettivi (ndr, gli NDC) che si traducono in azioni da adottare in materia di clima, alzando di volta in volta il livello di ambizione. È stato proprio questo uno dei principali nodi che hanno reso difficili i colloqui dell’ultima Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima e – lo vedremo più avanti – uno dei motivi di disaccordo durante il G20 su Ambiente, Clima ed Energia di Napoli della scorsa settimana.

Nel loro insieme, i 27 paesi UE contribuiscono in modo significativo alle emissioni globali di gas serra, producendo complessivamente circa 3,5 miliardi di tonnellate di anidride carbonica (CO2) nel 2019, meno solamente di Cina, Stati Uniti e India. In vista dell'accordo di Parigi del 2015, l’UE si era impegnata a ridurre le proprie emissioni di “almeno il 40%” rispetto al 1990 entro il 2030, e dell'80% entro il 2050. Attualmente, le emissioni sono scese del 24% rispetto ai livelli del 1990. Con il nuovo piano, come detto, l’Unione Europea rilancia anche alla luce dell’andamento di alcuni settori (come quello dei trasporti, le cui emissioni sono aumentate) in controtendenza rispetto agli obiettivi prefissati.

Il piano verte intorno all’Emissions Trading System (ETS), il sistema di scambio che calmiera il livello massimo delle emissioni consentite alle compagnie aeree e ai settori dell’energia elettrica e dell’industria manifatturiera dell’Unione Europea, e al Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM), un meccanismo di tassazione sulle importazioni di alcuni prodotti (come acciaio, alluminio, energia, cemento e fertilizzanti) provenienti da paesi che non hanno gli stessi standard ambientali dell’UE. La logica del piano è, come sintetizzato dalla presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, “chi inquina, paga”.

Introdotto nel 2004, il mercato del carbonio attualmente regola gli scambi di emissioni di circa 11mila industrie e centrali energetiche dell’UE, responsabili di quasi la metà delle emissioni complessive dei paesi membri. Il sistema fissa un tetto massimo complessivo di emissioni che questi enti possono emettere e consente alle aziende con più emissioni di acquistare delle quote da quelle meno inquinanti e così inquinare di più rispetto a quanto loro consentito, restando però sempre entro il limite stabilito dall’Unione Europea. Il tetto massimo viene ridotto di anno in anno. Se viene sforato, sono previste multe molto salate.

Aggirato dagli Stati membri in vari modi in questi anni, la Commissione Europea intende rilanciare l’ETS ampliandone il raggio d’azione anche al settore dei trasporti su strada e via mare e del riscaldamento delle abitazioni private, in modo tale che possa essere applicato alla totalità delle emissioni dell’UE.

Nello specifico, secondo le proposte della Commissione, le emissioni degli edifici e del trasporto stradale sarebbero regolate da un ETS parallelo, operante separatamente dallo schema già esistente. Per quanto riguarda i trasporti, la Commissione propone di includere le emissioni marittime nel sistema di scambio già esistente e di eliminare le quote di emissioni gratuite finora previste per gli spostamenti aerei all’interno dell’Unione Europea entro il 2026. I ricavi delle aste per l’acquisizione delle “quote emissioni” verrebbero poi utilizzati per sostenere le famiglie vulnerabili, che potrebbero essere colpite dalle potenziali ricadute di queste riforme (come l’aumento delle bollette di energia elettrica), e gli investimenti in misure per il clima. Il nuovo ETS, scrive Carbon Brief, sarebbe in grado di ridurre entro il 2030 le emissioni degli edifici e dei trasporti del 43% rispetto ai livelli del 2005. 

Tuttavia, secondo uno studio della società di consulenza Cambridge Econometrics (pubblicato prima della presentazione del testo finale da parte della Commissione), in assenza di interventi per le famiglie più povere, l’inclusione di edifici e trasporti nel sistema di scambio delle emissioni potrebbe avere un impatto minimo rispetto ai costi derivanti per i singoli cittadini dall’aumento del costo della vita. 

Strettamente collegata al sistema ETS è l’altra grande novità del piano, il “Meccanismo di aggiustamento carbonio alla frontiera” (CBAM), punto programmatico della candidatura di Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione Europea nel 2019. In pratica, attraverso il CBAM, la Commissione prevede di tassare tutti quei prodotti molto inquinanti (come l’acciaio, l’alluminio, l’energia, il cemento e i fertilizzanti) importati da paesi terzi che non hanno le stesse norme stringenti di sostenibilità ambientali previste dall’UE. In altre parole, è un modo questo per proteggere le aziende UE che si troveranno nel sistema di scambio delle emissioni dalla concorrenza sleale di quelle aziende che operano in quei paesi dove non ci sono sistemi equivalenti all’ETS. Secondo i calcoli del Centre for European Reform, la Russia dovrebbe essere il paese più colpito (con un’esportazione di beni per un valore di oltre 8 miliardi di euro nel 2019), seguita da Turchia (5 miliardi di euro), Cina e Regno Unito (circa 3,5 miliardi di euro ciascuno). Il CBAM entrerebbe in vigore nel 2023, con una fase di transizione di tre anni costituita solo da obblighi di rendicontazione. I pagamenti per le emissioni verrebbero scaglionati in altri 10 anni dal 2026 al 2035, durante i quali l'obbligo verrebbe progressivamente aumentato.

La conseguenza immediata, spiega ISPI, sarà anche in questo caso un aumento dei prezzi al consumo dei prodotti importati. Per questo e per evitare che i costi della transizione verso il nuovo sistema gravino soprattutto sui paesi e sulle persone a basso reddito, la Commissione ha previsto un nuovo "fondo sociale per il clima", con una dotazione di 72 miliardi di euro dal bilancio centrale dell'UE per il settennato 2025-2032. Il denaro, proveniente dai piani clima che ogni paese membro è chiamato a presentare entro giugno 2024, verrebbe poi diviso tra gli Stati dell’UE in base alla loro quota di famiglie vulnerabili. Oltre la metà si trova in Polonia, Francia, Italia, Spagna e Romania. Saranno, inoltre, previsti incentivi per l’acquisto di auto elettriche e per l’efficientamento energetico delle abitazioni.

“Il fondo può compensare i gruppi vulnerabili per i costi più elevati del riscaldamento e dei combustibili per il trasporto e aiutare a investire in soluzioni con energia più pulita... Può fornire un sostegno temporaneo diretto al reddito, aiutare i cittadini a finanziare sistemi di riscaldamento o raffreddamento a emissioni zero o acquistare un'auto meno inquinante”, ha detto Ursula von der Leyen nel discorso di lancio di “Fit for 55”.

In particolare, la Commissione propone di vincolare i proventi delle aste derivanti dalla vendita delle quote di emissione sugli ETS esistenti e nuovi (che spettano principalmente agli Stati membri), in investimenti per il clima. Attualmente i singoli paesi membri devono spendere solo la metà dei ricavi delle aste per sostenere la riduzione delle emissioni. L’utilizzo di un linguaggio vincolante (“deve”) sull’uso dei proventi delle aste da parte dei singoli Stati – spiega Carbon Brief – potrebbe essere motivo di disaccordo e di negoziazione tra i paesi membri in sede di discussione del piano proposto dalla Commissione.

Inoltre, il piano della Commissione prevede misure più severe per spingere i paesi membri a sostituire l’uso di combustibili fossili con fonti d’energia rinnovabile. L’obiettivo è ottenere entro il 2030 il 40% di tutta l’energia dell’UE da fonti rinnovabili. In tal senso, la Commissione spinge per accelerare l’installazione di strutture di ricarica e rifornimento per auto elettriche e a idrogeno (una colonnina elettrica ogni 60 chilometri e una pompa a idrogeno ogni 150 sulle strade principali). Entro il 2035 non potranno più essere prodotti nuovi veicoli con motori a combustibili fossili. Tra gli obiettivi vincolanti, l’incremento dell’efficienza energetica degli edifici (andrà rinnovato il 3% degli edifici pubblici ogni anno).

Il piano non è, tuttavia, esaustivo e il processo di riforma avviato dall’UE – che verrà discusso dai governi dei paesi membri e dal Parlamento europeo – potrebbe richiedere anni di trattative. Un altro pacchetto di proposte, riguardante le norme sull'efficientamento degli edifici e i mercati del gas è previsto per dicembre. Anche i paesi terzi, gli attivisti per il clima e le lobby delle industrie colpite (come le compagnie aeree e il settore automobilistico, ad esempio) faranno tutto il possibile per modificare i piani in base alle proprie esigenze, spiega Carbon Brief.

Questo perché – osserva ISPI – il Green Deal europeo è destinato a trasformare non solo l’economia, ma anche le relazioni con i paesi terzi e quelli vicini, ridefinendo la politica estera di tutta l’Unione Europea, con profonde ripercussioni geopolitiche. Cambieranno i rapporti con la Cina, con i paesi le cui economie reggono sul petrolio (attualmente l’Europa rappresenta circa il 20% delle importazioni ambientali) e anche con gli Stati Uniti. Secondo Politico Stati Uniti, Cina, Australia sarebbero già pronti a respingere l'introduzione del CBAM, definito "discriminatorio" in una dichiarazione congiunta di Brasile, Sudafrica, India e Cina.

Il piano è stato bocciato dall’attivista Greta Thunberg: “L'intero pacchetto si basa su un obiettivo troppo basso, che non regge quanto prospettato dagli studi scientifici e che non fermerà la distruzione dei sistemi di supporto vitale del nostro pianeta”. A meno che l’UE non “stracci” le sue proposte, “il mondo non avrà la possibilità di rimanere al di sotto di 1,5 gradi centigradi”, ha aggiunto Thunberg.

La Commissione punta a concludere il processo di approvazione del pacchetto di riforma nel 2022 ma il percorso potrebbe essere più complicato di quanto sperato considerato che alcuni paesi dipendenti dal carbone, come la Polonia, potenze straniere e grandi aziende potrebbero opporre resistenza. Si tratterà sulle priorità nazionali in ciascuna area.

Secondo il think tank sul clima E3G, i negoziati sul pacchetto potrebbero continuare per più di due anni sotto le presidenze semestrali dell'UE di Slovenia, Francia, Repubblica Ceca, Svezia e Spagna e concludersi solo nel 2023, considerato che a maggio 2024 ci sono le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo.

Nella comunicazione di sintesi del pacchetto, la Commissione ha invitato il Parlamento Europeo e il Consiglio Europeo ad avviare “rapidamente” i lavori sulle proposte e “assicurare che siano trattate come un pacchetto coerente, nel rispetto delle molteplici interconnessioni tra di esse”.

Il G20 su Ambiente, Clima ed Energia di Napoli

Il 22 e il 23 luglio si è tenuto a Napoli, sotto la presidenza dell’Italia, il G20 su Ambiente, Clima ed Energia. I ministri all’Ambiente e all’Energia dei 20 paesi più ricchi al mondo si sono incontrati per discutere di biodiversità ed ecosistemi, di uso efficiente delle risorse ed economia circolare, di finanza verde, cioè allineare i flussi finanziari a uno sviluppo ecosostenibile.

Si trattava dell’ultimo incontro prima della Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima (COP26) che si terrà a Glasgow a novembre e i risultati non sono stati quelli sperati. I 20 ministri hanno avuto difficoltà a trovare un accordo e il vertice ha messo in evidenza più le divisioni sugli argomenti chiave che una visione condivisa. Tanto è vero che, replicando in piccolo quanto già accaduto alla COP25 del 2019 a Madrid, il testo finale è stato pubblicato solo il 25 luglio, con due giorni di ritardo, e con l’esclusione dei due punti principali: l’eliminazione graduale del carbone e la fine dei sussidi per i combustibili fossili. A opporsi Russia, Cina, India e Arabia Saudita. Come a Madrid, un anno e mezzo fa, ancora una volta si è deciso di prendere tempo e rinviare le decisioni più risolutive, ancora una volta hanno prevalso gli interessi economici su quelli ecosistemici. Un fallimento, come scritto da più media.

Nei 58 punti del testo finale, i ministri hanno affermato che aumenteranno i loro “contributi determinati a livello nazionale” (NDC), senza però entrare nel dettaglio dei singoli nuovi obiettivi. Si ripara a ottobre, con la riunione dei 20 capi di Stato a Roma, in vista della Conferenza di Glasgow. Non un buon segnale, considerato che l’obiettivo era arrivare a novembre, in Scozia, con gli NDC già determinati. E chi lo ha già fatto (tra questi l’Unione Europea, lo scorso dicembre) in gran parte ha obiettivi molto lontani dalle azioni necessarie richieste dall’Accordo di Parigi del 2015 per limitare l’aumento delle temperature tra gli 1,5 e i 2 gradi.

“Intendiamo aggiornare o comunicare NDC ambiziosi entro la COP26 e diamo il benvenuto a coloro che lo hanno già fatto”, si legge nel comunicato finale. La Turchia, membro del G20 che non ha ancora ratificato l’accordo di Parigi, ha rilasciato una dichiarazione nelle ore in cui veniva diffuso il comunicato finale concordato a Napoli, in cui affermava che non sottoscriverà alcun accordo se non verrà riclassificata come paese in via di sviluppo.

Ed è proprio questo il motivo del contendere. I paesi delle economie emergenti vogliono che siano i paesi a più alto reddito a finanziare la lotta al cambiamento climatico, commenta ISPI. Nel suo discorso al G20, ad esempio, il ministro dell'Ambiente argentino, Juan Cabandie, ha proposto la cancellazione di una parte del debito dei paesi in via di sviluppo per finanziare la loro transizione ecologica. Al tempo stesso, prosegue ISPI, il finanziamento di 100 miliardi di dollari l’anno da parte dei paesi più ricchi per sostenere la decarbonizzazione delle economie emergenti, come stabilito negli accordi di Parigi del 2015, resta ancora sulla carta. Ognuno ha tenuto stretti i propri interessi. 

E così, come si legge nel testo concordato, i paesi del G20 riconoscono, per la prima volta, “l'interconnessione esistente tra ambiente, clima, energia e povertà”, la necessità di raggiungere la neutralità carbonica e di raddoppiare le proprie politiche di transizione energetica. Ma, nel concreto, non hanno trovato un accordo sui tempi entro i quali arrivare a emissioni nette zero e sulle azioni concrete da compiere. Cina, Russia, India, Indonesia e Arabia Saudita, continuano a non prendere in considerazione di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. 

Considerate le premesse, il G20 ha raggiunto “un risultato decente in termini di aspettative. Ma se pensiamo allo stato del pianeta e all’emergenza climatica in cui ci troviamo, agli impatti sempre maggiori giorno dopo giorno, il testo concordato è inadeguato”, ha commentato Alden Meyer, del think tank E3G. 

Il presidente della COP26, il britannico Alok Sharma, si è detto deluso dal fatto che i paesi non siano riusciti a trovare un accordo sul carbone o sui sussidi ai combustibili fossili.

“È mancato il coraggio di includere nei negoziati climatici il tema della protezione della biodiversità”, aggiunge Silvia Francescon, senior policy G20 per il Ministero della Transizione Ecologica su Formiche. “È come se facessimo la transizione ecologica senza ecologia. Poco apporta, al riguardo, il comunicato della Ministeriale ambiente tenutasi il giorno prima, che ha prodotto tutta una serie di iniziative che probabilmente poco riusciranno ad incidere su un’ambiziosa azione climatica e ambientale”. 

Immagine in anteprima via Extinction Rebellion Napoli

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