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È stato un pessimo mese per le compagnie di combustibili fossili. Ed è un’ottima notizia per il pianeta

19 Giugno 2021 10 min lettura

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È stato un pessimo mese per le compagnie di combustibili fossili. Ed è un’ottima notizia per il pianeta

10 min lettura

di Stella Levantesi

L’ultimo mese è stato un pessimo mese per le compagnie di combustibili fossili. E un pessimo mese per il fossile, è un buon mese per il pianeta. 

L’Agenzia internazionale dell’energia (AIE) ha pubblicato il rapporto 2021 nel quale delinea la rotta del settore energetico globale per arrivare allo zero netto di emissioni entro il 2050. Non solo ha affermato che gli impegni dei governi sono ben al di sotto di ciò che è necessario per azzerare le emissioni del settore energetico entro il 2050 e mantenere la temperatura sotto 1.5 gradi, ma ha dichiarato che non esiste più la necessità di nuovi investimenti fossili. Il rapporto AIE è il primo a porsi con un approccio più negativo che positivo sui combustibili fossili e ha dato il via ad un mese di grandi e piccole vittorie sul settore. 

Il 26 maggio, per la prima volta, un tribunale ha ordinato ad una compagnia fossile una riduzione delle emissioni in linea con obiettivi climatici internazionali. In una sentenza storica, una corte olandese ha imposto a Shell di tagliare le proprie emissioni del 45% entro il 2030 in linea con gli Accordi di Parigi. La sentenza è da applicare a tutto il gruppo Shell che ha sede nei Paesi Bassi ma è costituita nel Regno Unito e, se non verrà capovolta in appello, si prevede che l’azienda dovrà accelerare radicalmente la transizione energetica per aderire agli obiettivi imposti. Certo, la possibilità di appello esiste. È accaduto altre volte in passato. C’è da augurarsi, dunque, che non rimanga una svolta solo a livello simbolico. Anche perché, come riferisce Bloomberg, le emissioni totali di gas serra di Shell, nel 2019, per esempio, sono state di 1,65 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, circa le stesse della Russia, il quarto inquinatore mondiale.

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Le aziende, al contrario di molti paesi, non fanno parte dell’accordo di Parigi sul clima e finora non sono vincolate da impegni nazionali. Ma Larisa Alwin, il giudice olandese che ha presieduto la causa Shell, ha affermato che le aziende hanno un peso significativo da sostenere: “Le aziende hanno una responsabilità indipendente, al di là di quello che fanno gli Stati. Anche se gli Stati non fanno nulla…le aziende hanno la responsabilità di rispettare i diritti umani”.

Nella stessa settimana, anche la Exxon ha subìto un contraccolpo significativo. Un piccolo fondo d’investimento attivista e pro-clima, Engine No.1, ha conquistato tre posti (su 12) nel consiglio di amministrazione Exxon con l’obiettivo di far cambiare strategia alla compagnia il cui modello di business è ancora fortemente incentrato sul fossile, anche in un momento in cui tutto il settore dovrebbe muoversi verso la decarbonizzazione e la transizione energetica. Durante la riunione degli azionisti, inoltre, sono passate due risoluzioni che segnano un ulteriore punto di svolta nella traiettoria della compagnia. La prima richiede all’azienda di rivelare come le spese di lobbying si allineano con l’accordo sul clima di Parigi (è passata con il 55,6% dei voti) e la seconda obbliga Exxon a fare lobby per le politiche climatiche (questa è passata con il 64% dei voti). La giornalista americana Amy Westervelt ha commentato la cosa con un “costringere l’azienda che ha inventato il lobbismo contro l’azione per il clima a fare lobby per la politica climatica? Bellissimo, non ho alcun appunto da fare”.

A questo episodio Exxon, poi, si sono aggiunti anche degli sviluppi che, invece, riguardano la Chevron. L’assemblea degli azionisti della compagnia ha approvato con la maggioranza dei voti una proposta per tagliare le emissioni. Follow This, il gruppo di attivisti azionisti che ha spinto Chevron a rendere conto delle emissioni dei suoi prodotti “quando parla di emissioni”, ha partecipato anche alla riunione degli azionisti Shell per presentare una risoluzione secondo cui il piano climatico della Shell non è abbastanza ambizioso. L’azienda deve iniziare a tracciare e ridurre le emissioni di carbonio e ridurre lo sviluppo di produzione dei combustibili fossili, sostiene la risoluzione. Questa proposta ha ottenuto più del 30% dei voti. Non è passata, ma è molto più vicina a passare di quanto non lo sia mai stata.

Infine, BlackRock, la più grande società d’investimento al mondo e il principale investitore della compagnia di gas e petrolio BP, ha dichiarato il 28 maggio di aver appoggiato una risoluzione degli azionisti che chiedeva un’azione più rapida per il clima. E, anche se il consiglio d’amministrazione dell’azienda energetica si è opposto, è sempre meno probabile che l’ostinata opposizione dei fossili alla decarbonizzazione continui ad avere successo.

Questi contraccolpi al fossile, che all’apparenza possono sembrare eventi isolati e quasi irrilevanti nello scenario globale della crisi climatica, sono passaggi cruciali di un percorso che si inserisce in un quadro più ampio di giurisdizione climatica e cause legali per il clima. Secondo il sito climatecasechart.com, che fornisce due database di cause legali riguardanti il cambiamento climatico, esistono, al momento, 1390 casi negli Stati Uniti e 441 casi nel resto del mondo. 

C’è una crescente pressione sia sulle grandi compagnie petrolifere che sugli investitori per accelerare gli sforzi per ridurre le emissioni di gas serra. Questa tendenza riflette la necessità reale di un’inversione di marcia totale, di cui le compagnie di combustibili fossili potranno far parte, oppure, se continuano a opporsi, lasciarsi implodere nella transizione. Ma c’è di più. Non è una coincidenza che stia accadendo così e che stia accadendo adesso. 

La traiettoria del settore fossile segue, da sempre, un altro percorso: quello delle compagnie di tabacco. Ci sono dei parallelismi tra il fossile e il tabacco che non si possono ignorare se si vuole davvero comprendere come siamo arrivati fin qui. 

Oggi sappiamo che il fumo uccide. Ma l’industria di tabacco lo sapeva prima di tutti. Solo che ha scelto di nascondere i rischi del proprio prodotto per evitare rischi ai profitti. Le compagnie hanno finanziato scienziati negazionisti e i cosiddetti “falsi esperti” per screditare l’evidenza scientifica che collega il tabacco al cancro. L’obiettivo era quello di “mantenere aperta la controversia”, come riferiscono Naomi Oreskes e Eric Conway in Mercanti di dubbi. Era necessario dare la parvenza che il dibattito sui danni del fumo fosse ancora in corso. Dibattito che, in realtà, non è mai esistito. Oreskes e Conway la chiamano “la strategia del tabacco”. E per il settore fossile è stata la via d’uscita perfetta.  

Le aziende di combustibili fossili, infatti, sono state abili ma non particolarmente originali. Com’era accaduto con le compagnie di tabacco e i danni del fumo, già dagli anni ’70 e ’80 gli scienziati interni alla Exxon avevano scoperto il legame tra l’attività di bruciare combustibili fossili e l’aumento delle emissioni, e il conseguente aumento di temperatura. Sapevano tutto quello che c’era da sapere per affermare l’esistenza del cambiamento climatico e ammettere la propria responsabilità, ma invece di cambiare rotta hanno fatto di tutto per nasconderlo. Per questo, quando è venuta alla luce questa storia attraverso un’indagine che ha vinto il premio Pulitzer, è nato l’hashtag #Exxonknew, #Exxonsapeva. E non era l’unica. Erano coinvolte anche altre aziende, tra cui Shell. 

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“Se i dirigenti della Exxon avessero semplicemente dichiarato direttamente ciò che sapevano, la compagnia avrebbe potuto porre fine al finto dibattito sul cambiamento climatico già negli anni ’80,” scrisse Bill McKibben su The Nation quando, nel 2015, venne fuori per la prima volta l’indagine sulla Exxon. Ma il dibattito scientifico sul cambiamento climatico non è mai davvero esistito, si trattava in realtà di una strategia di disinformazione iniziata con il tabacco e replicata con il clima. Entrambe le parti avevano la stessa risposta sin dall’inizio, solo che una delle parti ha scelto di mentire. 

Così come la campagna di disinformazione del tabacco si intensificò quando cominciò a diffondersi la consapevolezza e la sensibilizzazione sui danni del fumo e del fumo passivo sulla salute, la campagna di negazionismo climatico si intensificò di pari passo con la crescita dell’azione globale per l’ambiente. Il riscaldamento globale “stava conquistando l’attenzione del pubblico”, scrivono Oreskes e Conway in Mercanti di Dubbi e “sarebbe diventato la madre di tutte le emergenze ambientali perché andava a colpire la radice dell’attività economica: l’uso dell’energia. Quindi non c’è da meravigliarsi se le stesse persone che avevano obiettato sulle piogge acide, messo in dubbio il buco dell’ozono, e difeso il tabacco, ora erano pronte a passare all’attacco delle evidenze scientifiche del riscaldamento globale”. 

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I parallelismi tra la campagna di disinformazione sul clima del fossile e quella lanciata dall’industria del tabacco per continuare a vendere sigarette sono evidenti se si analizzano le strategie di manipolazione comunicativa messe in atto da entrambe le parti. 

Al fine di promuovere la “sound science”, la scienza sensata, nel 1993, l’industria del tabacco istituì The Advancement of Sound Science Coalition (TASSC), alla quale anche la Exxon ha versato decine di migliaia di dollari, secondo Exxon Secrets.  “Sound science” è un’espressione utilizzata dai negazionisti in contrapposizione a “junk science”, che significa “scienza spazzatura” e viene adoperata per attaccare e screditare la scienza del clima. L’espressione “junk science” è divenuta, nel tempo, il cavallo di battaglia del negazionista Steve Milloy, tanto da aver fondato il sito web junkscience.com che diffonde i miti e il messaggio negazionista. I suoi legami con le compagnie petrolifere e del tabacco sono indicativi dello stretto intreccio tra le due, infatti Milloy, finanziato dall’industria di tabacco e fossile, ha sempre negato la scienza del clima e i rischi per la salute del fumo passivo. Anche molti dei think tank di stampo conservatore che fanno parte della macchina negazionista climatica sono stati finanziati sia da aziende del tabacco che da aziende di combustibili fossili per “produrre incertezza” sulla scienza. 

Una delle tattiche più comuni della strategia del tabacco era quella di accusare gli scienziati di fabbricare e manipolare i dati per imporre una regolamentazione a livello governativo. Ancora oggi i negazionisti climatici, la cui identità politica si sovrappone nella maggior parte dei casi a quella conservatrice o ultraconservatrice, mettono in campo una semplice ma efficace politica del terrore: qualsiasi politica climatica o di protezione ambientale ha il fine di imporre un controllo statale sulla popolazione, di influenzare lo stile di vita e di compromettere la libertà dei cittadini. Il negazionismo fa leva su motivazioni di tipo economico e politico ed è, per questo, strategico e intenzionale. Ma non si tratta solo di questo. In gioco c’è molto altro e alla base del fenomeno c’è un sentimento: la paura. I negazionisti temono di perdere il proprio status quo e i propri benefici sociali. E questo con il tempo non è cambiato. Inoltre, il negazionismo si differenzia dal semplice atto di negazione. Non si limita a non voler accettare la realtà, ne costruisce una alternativa. Così, anche se oggi negare l’esistenza del cambiamento climatico sta diventando sempre più difficile, i negazionisti continuano a mettere in campo strategie per ostacolare un’azione globale sul clima. Strategie che, semplicemente, risultano meno riconoscibili e, per questo, più insidiose. Il negazionismo climatico, quindi, faceva e, ancora oggi, fa eco a quello dell’industria del tabacco.

Proprio per questo, non è un caso che a capo di una delle operazioni di anti corruzione climatica statunitensi c’è Sharon Eubanks che ha svolto il ruolo di consulente legale principale nel più grande caso di corruzione in ambito civile statunitense: USA contro Philip Morris. In un’intervista con la giornalista Amy Westervelt, Sharon Eubanks ha dichiarato: “Non diversamente da Big Tobacco, le compagnie petrolifere e i loro documenti interni provano la loro conoscenza e la loro copertura. Big Oil conosceva i pericoli dei suoi prodotti. Proprio come Big Tobacco, Big Oil sapeva fin dagli anni sessanta. In particolare, a partire dal 1988, quando gli Stati Uniti e il mondo hanno iniziato a muoversi verso politiche che potevano tenere a freno i combustibili fossili, la posizione dell’industria si è spostata da un’ottica di sostegno del consenso dominante verso una campagna molto aggressiva, volta a produrre incertezza e dubbio sulla scienza, incertezza che in realtà non c’era. Il petrolio e il gas, come le sigarette, sono prodotti. Come qualsiasi altro prodotto, le aziende che lo producono, lo commercializzano e lo vendono sono responsabili dei danni che causano. Non c’è niente di unico in questo, specialmente nelle circostanze in cui hanno ingannato il pubblico sulla pericolosità del prodotto”.

Ma il parallelismo tra il percorso fossile e quello del tabacco non si limita alla disinformazione. Quello che sta accadendo con le cause legali sul clima è già avvenuto con il settore del tabacco qualche decennio fa. Negli anni ’90, negli Stati Uniti, più di 40 stati fecero causa alle compagnie di tabacco in base alle leggi statali sulla protezione dei consumatori e sull’antitrust. 

La tendenza è riscontrabile anche con le cause al settore fossile e, più in generale, con le cause climatiche. Proprio in questi giorni è stato il lancio ufficiale della campagna Giudizio Universale che ha depositato il 5 giugno la prima causa climatica allo Stato italiano. Ed è una notizia di qualche settinama fa che la Corte federale australiana ha imposto alla ministra dell’ambiente, Sussan Ley, il dovere di proteggere i giovani dalla crisi climatica in un’altra sentenza che costituisce un primato mondiale: otto adolescenti e una suora avevano chiesto un’ingiunzione per impedire a Ley di approvare una proposta di espansione di una miniera di carbone nel nord del Nuovo Galles del Sud. 

Queste cause sono importanti perché hanno il potenziale di creare più precedenti. È già accaduto in Olanda quando l’ONG Urgenda ha trascinato lo Stato in tribunale, accusandolo di “inazione climatica” e all’inizio di quest’anno, con l’Affaire du Siècle, quando il tribunale amministrativo di Parigi ha riconosciuto per la prima volta la responsabilità dello Stato francese nella gestione della crisi climatica. Ma sono importanti anche per un altro motivo: perché segnano una tendenza giuridica in crescita che automaticamente si traduce in un’azione concreta e globale per il clima su più fronti, da quello legale a quello politico, da quello economico a quello di giustizia sociale. 

In inglese esiste l’espressione “your lies will catch up with you”: le bugie, prima o poi, guadagnano terreno e cominciano a crearti problemi. In altre parole, vengono a galla. Il negazionismo scientifico “non è un errore, è una bugia”, ha detto Lee McIntyre, autore e ricercatore all’università di Boston. E quando inganni il resto del mondo sugli effetti del tuo prodotto, ci sono delle conseguenze. Anche quando cominciano ad arrivare con più di 50 anni di ritardo. 

Foto anteprima: Jeanne Menjoulet from Paris, France, CC BY 2.0  via Wikimedia Commons

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