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Gli oceani nel mondo stanno perdendo ossigeno a causa dei cambiamenti climatici

10 Dicembre 2019 4 min lettura

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Gli oceani nel mondo stanno perdendo ossigeno a causa dei cambiamenti climatici

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«Questo è forse l'ultimo campanello d’allarme proveniente dall’incontrollato esperimento che l’umanità sta facendo sugli oceani di tutto il mondo man mano che le emissioni di gas continuano ad aumentare. L’esaurimento dell’ossigeno nell’oceano è una minaccia per gli ecosistemi marini già stressati dal riscaldamento e dall’acidificazione degli oceani. Per fermare la preoccupante espansione delle aree povere di ossigeno, dobbiamo ridurre decisamente le emissioni di gas serra e l’inquinamento da nutrienti provenienti dall’agricoltura e da altre fonti».

È quanto emerge dal rapporto “La de-ossigenazione degli oceani: un problema di tutti” curato dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) presentato sabato scorso durante la Conferenza delle Nazioni Unite sul clima a Madrid. Secondo lo studio – la più grande ricerca peer-reviewed sulle cause, gli impatti e le possibili soluzioni per la perdita di ossigeno nell'oceano mai fatta finora con il coinvolgimento di 67 esperti di 17 paesi diversi – gli oceani stanno perdendo ossigeno a causa dei cambiamenti climatici con conseguenze disastrose per le specie ittiche, gli ecosistemi marini e le comunità costiere. 

La de-ossigenazione è l’effetto congiunto del riscaldamento degli oceani, dell’incremento del deflusso nei corsi d’acqua dei nutrienti dei fertilizzanti utilizzati nelle fattorie e nei prati e della deposizione di azoto derivante dalla combustione dei combustibili fossili. Secondo il rapporto, i livelli di ossigeno negli oceani di tutto il mondo sono diminuiti del 2% tra il 1960 e il 2010. Le regioni oceaniche con basse concentrazioni di ossigeno sono passate da 45 negli anni ‘60 alle oltre 700 attuali. Nello stesso periodo di tempo si sono quadruplicate le aree oceaniche completamente prive di ossigeno. 

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Un calo del 2% potrebbe sembrare poco significativo, «ma se dovessimo provare a scalare l'Everest senza ossigeno, perdere il 2% di ossigeno intorno a noi diventerebbe rilevante», ha commentato uno dei redattori del rapporto, Dan Laffoley, senior advisor marine “Science and conservation del Global Marine and Polar Program” dell’Iucn. Anzi, ha proseguito Laffoley, si tratta di una riduzione tale da influenzare il ciclo planetario di elementi come azoto e fosforo che sono essenziali per la vita sulla Terra. In alcune aree la de-ossigenazione ha raggiunto livelli molto alti. Come ai tropici dove, secondo uno studio pubblicato dalla rivista Science, gli oceani hanno subito una riduzione del 40-50% dell'ossigeno.

A livello globale, la de-ossigenazione sta iniziando ad alterare l’equilibrio degli ecosistemi marini, favorendo quelle specie che più tollerano la carenza di ossigeno come microbi, meduse e alcuni calamari a discapito di pesci come tonni, pesce spada e marlin che, a causa delle loro grandi dimensioni e del loro fabbisogno energetico, sono spinti sempre più verso gli strati superficiali del mare alla ricerca di acqua ricca di ossigeno, rendendoli più vulnerabili anche alla pesca.

Secondo gli autori del rapporto, entro il 2100 l’oceano perderà globalmente il 3-4% del suo contenuto di ossigeno: "La maggior parte delle perdite si concentrerà nei primi mille metri della colonna d'acqua, la più ricca di biodiversità marina".

«Con il loro surriscaldarsi gli oceani perdono ossigeno e il delicato equilibrio della vita marina viene gettato nello scompiglio», ha affermato Grethel Auguilar, direttrice ad interim dello IUCN, che ha aggiunto: «Per limitare la perdita d'ossigeno degli oceani, così come gli altri impatti drammatici dei cambiamenti climatici, i leader mondiali devono impegnarsi a ridurre subito e in modo sostanziale le loro emissioni».

Ma, scrive Fiona Harvey sul Guardian, i colloqui sul clima a Madrid si stanno concentrando su come attuare tecnicamente gli accordi raggiunti a Parigi nel 2015 eludendo ancora una volta la vera questione, cioè l’esistenza di un’emergenza climatica e di quanto velocemente bisogna intervenire per ridurre le emissioni di gas serra. Durante il fine settimana, i negoziatori degli oltre 190 governi, che si incontreranno nei prossimi giorni, hanno approntato l'ultima bozza di un testo chiave sui mercati di carbonio che non ha ancora il consenso sufficiente per poter essere approvato.

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Secondo l’Emission Gap Report pubblicato dall’ONU due settimane fa gli accordi sulla riduzione delle emissioni raggiunti a Parigi nel 2015 sono già insufficienti per mantenere l’aumento del riscaldamento globale a 1,5 gradi in modo tale da limitare gli impatti dei cambiamenti climatici. «Più rinviamo gli interventi, più sarà fuori portata l’obiettivo di tenere l’incremento delle temperature entro gli 1,5 gradi prima del 2030», ha dichiarato Inger Andersen, direttore esecutivo del Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente. Per limitare il riscaldamento globale entro i 2 gradi, bisognerebbe tagliare le emissioni di anidride carbonica del 25% fino al 2030, spiega il rapporto.

«Rischiamo di restare impantanati in tecnicismi durante i negoziati a tal punto che ci dimentichiamo di intervenire sulla foresta per concentrarci così tanto sugli alberi», ha commentato Johan Rockström, direttore congiunto dell'Istituto di ricerca sull'impatto climatico di Potsdam. 

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Oltre 500mila persone hanno marciato a Madrid venerdì scorso, guidate da Greta Thunberg: «Abbiamo fatto tante cose, siamo riusciti a sensibilizzare la gente, a suscitare dibattito nell’opinione pubblica. È un passo importante, però le emissioni di CO2 non si sono ridotte e nel 2019 aumenteranno ancora, per cui non c’è vittoria. Se lo guardi da un certo punto di vista, non abbiamo ottenuto nulla», ha dichiarato la giovane attivista svedese. «Le emergenze climatiche non sono qualcosa che avranno un impatto sul futuro, che avranno effetto sui bambini nati oggi una volta adulti, hanno già effetto sulle persone che vivono oggi», ha aggiunto nel suo intervento nella conferenza stampa organizzata ieri da Fridays for Future.«L'emergenza è adesso. Devono essere ascoltate le storie di tutti, soprattutto di chi vive nel sud del mondo e nelle comunità indigene».

Immagine anteprima di joakant da Pixabay

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