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Afghan papers: per 18 anni l’opinione pubblica americana è stata ingannata da governo ed esercito sulla guerra in Afghanistan

10 Dicembre 2019 4 min lettura

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Afghan papers: per 18 anni l’opinione pubblica americana è stata ingannata da governo ed esercito sulla guerra in Afghanistan

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Per 18 anni l'opinione pubblica americana è stata ingannata da governo ed esercito sulla guerra in Afghanistan portata avanti dagli Stati Uniti d'America. È questo il quadro che emerge dal contenuto di centinaia di interviste confidenziali ad alti funzionari statunitensi pubblicato il 9 dicembre dal Washington Post: dichiarazioni false e prove nascoste per evitare di dover ammettere che il conflitto iniziato nel 2001 fosse ormai divenuto impossibile da vincere.

Questi documenti – che includono più di 2000 pagine di note, trascrizioni, registrazioni audio inedite di interviste con funzionari che hanno avuto un ruolo diretto nella guerra (politici, comandanti, diplomatici) e di cui il Wapo è venuto in possesso dopo tre anni di battaglie legali ai sensi del Freedom of Information Act (FOIA) – sono il risultato di un progetto interno dello stesso governo americano (l'Ufficio dell'ispettore generale per la ricostruzione in Afghanistan, o SIGAR) che puntava a esaminare quali fossero stati i fallimenti alla radice del più lungo conflitto armato nella storia degli Stati Uniti. Una guerra che, secondo diverse stime, sarebbe costata intorno ai 934 miliardi di dollari e durante la quale sono morti ad oggi oltre 2000 soldati americani, con in totale oltre 150 mila persone uccise, di cui 43 mila civili.

"SIGAR ha pubblicato sette rapporti Lessons Learned dal 2016" ma erano scritti "in una prosa fortemente burocratica" e aveva tralasciato le critiche più aspre e schiette delle interviste, spiega il giornalista Craig Whitlock nel suo scoop. Per questo ottenere le registrazioni delle interviste e altri materiali – come "centinaia di memo riservati dell'ex segretario alla difesa Donald H. Rumsfeld" – è stato un vero servizio pubblico.

Nel 2015, in una di queste interviste, Douglas Lute, generale dell'esercito americano (in pensione) – che ha fornito il suo aiuto nella strategia in Afghanistan per la Casa Bianca durante l’amministrazione di George W. Bush e di Barack Obama – aveva dichiarato: «Eravamo privi di una conoscenza di base dell'Afghanistan – Non sapevamo cosa stessimo facendo», aggiungendo «(...) Non avevamo la più pallida idea di ciò che ci eravamo impegnati a fare». Il capo del SIGAR, John Sopko, ha dichiarato a Whitlock in un'intervista che "il popolo americano è stato costantemente ingannato".

In queste dichiarazioni riservate, spiega ancora il Wapo, vengono elencati i principali fallimenti della guerra in Afghanistan e si sottolinea come tre presidenti americani – George W. Bush, Barack Obama e Donald Trump – e i loro comandanti militari non siano stati in grado di mantenere le promesse di vittoria. I documenti contraddicono così tutta una serie di dichiarazioni pubbliche di presidenti, comandanti militari e diplomatici statunitensi, fatte negli anni, con cui si assicurava agli americani, anche con statistiche falsificate, che in Afghanistan si stavano facendo progressi e che per questo si trattava di una guerra che valeva la pena combattere.

Tra queste interviste ce n'è una particolarmente impressionante, come sottolinea Peter Beaumont sul Guardian: ed è quella con Michael Flynn, il direttore dei servizi segreti dell'International Security Assistance Force [ISAF] in Afghanistan da giugno 2009 a ottobre 2010, che in seguito ricoprirà brevemente la carica di consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump prima di lasciare l'incarico con disonore. Descrivendo un "pregiudizio di positività" nel riferire a Washington, Flynn concluse che il "quadro roseo" che veniva riportato a tutti i livelli dall'Afghanistan era totalmente falso, e condannò la "mancanza di coraggio nel governo da parte dei funzionari più alti in grado di dire la verità ”. "Per un po' [i successi operativi su base quotidiana] forse mi facevano sentire bene, ma dopo il 2006, per me, era in realtà irrilevante perché stavamo solo uccidendo così tante persone e non faceva alcuna differenza".

Nei documenti riservati, gli intervistati affermano che le strategie di combattimento delle truppe statunitensi erano imperfette, che esistevano divergenti piani politici per l'Afghanistan e che alla fine Washington ha sprecato enormi somme di denaro pubblico in questo conflitto. Ad emergere da questa mole di informazioni sono anche i fallimenti dei tentativi da parte degli Stati Uniti di limitare la corruzione – anzi si afferma che la pioggia di risorse impiegate in Afghanistan ha finito per alimentarla –, di costruire e formare un esercito afgano e forze di polizia competenti e di contrastare il fiorente mercato dell'oppio nel paese – secondo le Nazioni Unite, nel 2018, l'Afghanistan ha assicurato più dell’80% della produzione mondiale di oppio.

Gli Afghan Papers ricordano il ruolo che hanno avuto i Pentagon Papers nel 1971 nel rivelare la verità sulla guerra in Vietnam, grazie al coraggio di Daniel Ellsberg. Oltre all'articolo principale, per raccontare cosa contengono gli Afghan papers, il Washington Post ha pubblicato anche un documentario di 17 minuti, un database di documenti, una timeline degli eventi, un podcast, ecc.

Foto in anteprima via Geopolitica.info

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