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La gestione sostenibile degli oceani è fondamentale nella lotta al cambiamento climatico

11 Dicembre 2020 7 min lettura

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La gestione sostenibile degli oceani è fondamentale nella lotta al cambiamento climatico

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Gli oceani hanno un enorme potenziale per combattere i cambiamenti climatici e per generare economie solide e sostenibili: è la conclusione di una revisione scientifica durata due anni, commissionata dall’Ocean Panel – un collettivo globale che comprende politici ed esperti di quattordici nazioni costiere che coprono il 40% delle coste di tutto il mondo – a oltre 75 scienziati con competenze, esperienze e diversi approcci utilizzati, e per la quale sono stati consultati anche più di 250 esperti scientifici, legali e politici provenienti da 48 paesi.

L’obiettivo dell’Ocean Panel (composto da Australia, Canada, Cile, Figi, Ghana, Indonesia, Giamaica, Giappone, Kenya, Messico, Namibia, Norvegia, Palau e Portogallo) era individuare degli interventi concreti, scientificamente fondati, da suggerire agli altri paesi costieri e oceanici in modo che entro il 2030 tutte le acque sotto la giurisdizione nazionale possano essere gestite in modo sostenibile. 

“Abbiamo lavorato due anni per collegare le conoscenze scientifiche alla politica e all’azione concreta”, spiega Jane Lubchenco, ecologa marina e una delle coordinatrici di Ocean Planet, in un articolo su Nature. “Se guidata dalla scienza e attenta all'equità, la gestione sostenibile delle acque nazionali potrebbe essere un vantaggio per le persone, la natura e l'economia. L’oceano non è solo vittima dei cambiamenti climatici, può essere una soluzione ed essere usato per proteggere l’ambiente, limitare il riscaldamento globale e creare economia e posti di lavoro".

«La minaccia che il cambiamento climatico rappresenta per l'oceano è una sfida comune che richiede un'azione collettiva. Pertanto, collaboriamo con la comunità globale nel tentativo di tracciare un percorso verso un futuro a basse emissioni di carbonio e che assicuri un oceano sano e il benessere umano», ha commentato il presidente namibiano Hage G. Geingob durante la presentazione dello studio dell'Ocean Panel. 

«Il benessere dell'umanità è profondamente intrecciato con la salute dell'oceano. Ci sostiene, stabilizza il clima e porta a una maggiore prosperità. Per troppo tempo abbiamo percepito una falsa scelta tra protezione dell'oceano e produzione. Non più. Costruire un'economia oceanica sostenibile è una delle maggiori opportunità del nostro tempo», ha aggiunto la premier norvegese e co-presidente dell’Ocean Panel, Erna Solberg.

Cosa dice lo studio dell’Ocean Panel

Dalla produzione di cibo, energia e minerali alla biodiversità, dagli impatti del cambiamento climatico all’equità oceanica, dalla pesca illegale all’economia generata dalle attività legate agli oceani, gli ecosistemi oceanici sono minacciati in più modi. 

A causa dei cambiamenti climatici si stanno innalzando i livelli dei mari e gli oceani stanno diventando più caldi, più acidi e più poveri di ossigeno. L’oceano ha assorbito circa il 90% del calore in eccesso intrappolato dalle emissioni di gas serra e un terzo dell'anidride carbonica emessa dalle attività umane dagli anni '80.

Immagine: Laura Käse and Jana K. Geuer, CC BY 4.0 via Wikimedia Commons

Secondo il rapporto “La de-ossigenazione degli oceani: un problema di tutti”, curato dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) e presentato lo scorso anno alla Conferenza delle Nazioni Unite sul clima di Madrid, i livelli di ossigeno negli oceani di tutto il mondo sono diminuiti del 2% tra il 1960 e il 2010 con conseguenze disastrose per le specie ittiche, gli ecosistemi marini e le comunità costiere. Le regioni oceaniche con basse concentrazioni di ossigeno sono passate da 45 negli anni ‘60 alle oltre 700 attuali. Nello stesso periodo di tempo si sono quadruplicate le aree oceaniche completamente prive di ossigeno. 

A livello globale, la de-ossigenazione – effetto congiunto del riscaldamento degli oceani, dell’incremento del deflusso nei corsi d’acqua dei nutrienti dei fertilizzanti utilizzati nelle fattorie e nei prati e della deposizione di azoto derivante dalla combustione dei combustibili fossili – sta iniziando ad alterare l’equilibrio degli ecosistemi marini, favorendo quelle specie che più tollerano la carenza di ossigeno come microbi, meduse e alcuni calamari a discapito di pesci come tonni, pesce spada e marlin che, a causa delle loro grandi dimensioni e del loro fabbisogno energetico, sono spinti sempre più verso gli strati superficiali del mare alla ricerca di acqua ricca di ossigeno, rendendoli più vulnerabili anche alla pesca.

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La pesca eccessiva, a sua volta, minaccia gli habitat oceanici e la biodiversità, dai margini costieri ai mari aperti e profondi. Lo sviluppo selvaggio lungo le coste sta portando alla distruzione delle barriere coralline, dei prati di fanerogame, delle paludi salmastre e delle foreste di mangrovie, molto importanti perché sequestrano il carbonio, forniscono vivai per i pesci e proteggono le coste dalle mareggiate. La plastica e altre sostanze inquinanti stanno uccidendo la fauna marina. 

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Cosa fare? Quali politiche adottare? La soluzione è sempre negli oceani, spiega il gruppo di studiosi ed esperti consultati dall'Ocean Panel.

Avere un oceano sano, proteggendo almeno il 30% dei suoi habitat, potrebbe portare alla riduzione del 20% delle emissioni di carbonio necessarie per rispettare gli obiettivi degli accordi di Parigi del 2015 e limitare a 1,5 gradi l’aumento delle temperature globali rispetto ai livelli preindustriali; a un incremento del 40% della produzione di energia rinnovabile rispetto a quella generata nel 2018; a enormi ricadute di carattere economico e professionale. Per ogni euro investito in oceani sostenibili, secondo lo studio, ci potrebbe essere un ritorno di circa 5 euro in benefici economici, sociali, ambientali e sanitari. Inoltre, la gestione sostenibile degli oceani in tutto il mondo potrebbe creare circa 12 milioni di nuovi posti di lavoro.

via Ocean Panel

 

via Ocean Panel

Lo studio dell'Ocean Panel individua cinque tipologie di interventi:

1) Vietare la pesca illegale, eliminare i sussidi alla pesca dannosa e ripristinare gli stock ittici. 

2) Passare a una pesca sostenibile. Attualmente pesce, crostacei e molluschi forniscono il 17% della carne commestibile. La pesca sostenibile e la maricoltura potrebbero incrementare le rese tra il 36 e il 74%, soddisfacendo il 12-25% della carne in più necessaria per nutrire la popolazione mondiale in aumento. Se gli oceani fossero gestiti in modo sostenibile, potrebbero fornire sei volte più cibo rispetto a oggi, quando molte specie vengono pescate fino e oltre i loro limiti di recupero. 

3) Mitigare il cambiamento climatico attraverso anche la decarbonizzazione delle spedizioni via mare e la protezione di mangrovie, prati di fanerogame e paludi salmastre, capaci di catturare carbonio fino a dieci volte di più degli ecosistemi terrestri. Oltre il 90% delle merci nel mondo vengono spostate via mare. Le navi utilizzano combustibili che rilasciano fuliggine zolfo e anidride carbonica pari al 18% di alcuni inquinanti atmosferici e al 3% delle emissioni di gas serra. Per questo vanno decarbonizzate le navi, adottate tecnologie per la produzione e lo stoccaggio di nuovi combustibili a emissioni zero e incentivata la realizzazione di porti a basse emissioni di carbonio. Per quanto riguarda le mangrovie, i prati di fanerogame e le paludi salmastre, già tra il 20% e il 50% di questi ecosistemi è andato perduto: sebbene coprano solo l’1,5% dell’area delle foreste terrestri, rilasciano l’8% delle emissioni totali a causa della loro distruzione e della deforestazione. Il ripristino di 3.000 ettari di praterie di fanerogame nella lagune della Virginia, negli Stati Uniti, ha portato al sequestro di circa 3.000 tonnellate di carbonio all’anno.

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4) Arrestare la perdita di biodiversità. Le aree marine protette efficaci sono lo strumento più potente per fermare questa perdita, ma attualmente solo il 2,6% dell'oceano è in aree completamente o altamente protette. Molte studi hanno concluso che almeno il 30% degli oceani a livello globale dovrebbe essere protetto. 

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5) Investire in economia oceanica per creare posti di lavoro, incrementare il turismo, migliorare la salute delle persone e limitare le emissioni di gas serra. L’Ocean Panel ha individuato quattro aree di intervento: il ripristino degli ecosistemi costieri e marini; l’estensione delle infrastrutture fognarie e delle acque reflue; gli investimenti in una maricoltura sostenibile, guidata dalle comunità locali soprattutto nelle economie emergenti; l’incremento delle energie rinnovabili basate sull’oceano.

Tutti questi interventi – conclude lo studio – richiedono un approccio sistematico che tenga conto di tutti gli aspetti collegati a ogni singolo intervento. Per proteggere in modo efficace, produrre in modo sostenibile e crescere in modo equo, sarà necessario essere più intelligenti negli usi degli oceani, essere più efficienti, utilizzare tecnologie avanzate e farsi guidare dalle evidenze scientifiche”.

Immagine in anteprima: Shwollo – CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

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