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Nel 2013 l’Italia torna a sognare. Ma siamo proprio sicuri?

2 Gennaio 2013 5 min lettura

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Nel 2013 l’Italia torna a sognare. Ma siamo proprio sicuri?

5 min lettura


L’Italia torna a sognare. Il peggio è alle spalle. Questa, in soldoni, la mappa di fine anno con cui Ilvo Diamanti su Repubblica ha congedato il 2012 e dato il benvenuto al 2013. La crisi si sente. La fiducia nelle istituzioni, nell’associazionismo, nei sindacati, nelle imprese sociali, negli istituti di culto è ai minimi storici. Siamo sempre più liquidi nel Paese più liquido d’Europa, quell’Italia “società senza stato”. Però ce la faremo. Ma attenzione. La fiducia riposta nel 2013 non è un’eterea speranza dettata dalla percezione che il fondo sia stato ormai toccato. Il passaggio d’anno costituirebbe, invece, una svolta epocale: la convinzione da parte della società civile - si legge nel sommario dell’articolo - che i nostri vizi storici possono essere finalmente superati. Dissolte le vecchie istituzioni, si può ricostruire.

Sono proprio le conclusioni cui giunge l’analisi di Diamanti a destare più d’una perplessità. Si ha l’impressione che il sociologo abbia voluto forzare l’interpretazione dei dati entro una chiave di lettura (quella del germogliare di un rinnovato senso civico) che, più che mappa per cogliere come cambia la fiducia degli italiani nei confronti delle istituzioni, sembra farsi agenda politica e orientamento dell’anno che inizia. Premessa e conclusioni sembrano andare in direzioni opposte, creando un effetto di spaesamento. Ma andiamo con ordine.

Il Rapporto Demos su “Gli italiani e lo Stato 2012” ci dice che in Italia perdono rilevanza gli enti nazionali e quelli locali, i poteri di garanzia (come possono essere le Forze dell’Ordine, la magistratura, la figura stessa del Presidente della Repubblica) e gli attori della democrazia rappresentativa, le organizzazioni sindacali e le associazioni di categoria, gli istituti di credito e quelli religiosi. Tutti indizi, che rimandano al modello della società liquida elaborato dal sociologo polacco Zygmunt Bauman e che Diamanti utilizza come cornice interpretativa. Ci troviamo a vivere in una società caratterizzata dalla deregolamentazione e flessibilità dei rapporti professionali e sociali, dalla sfiducia nelle istituzioni e dall’incapacità dei cittadini di negoziare un progetto di vita comune. Venuta meno la rilevanza di autorità centrali, che garantiscano la strada per il progresso, il mondo appare come una distesa di opportunità, pronte ad essere colte dai soggetti per guadagnare il maggior numero di soddisfazioni possibili. La scrittura di regole comuni cede il passo alla rivendicazione di istanze individuali, siano esse formulate da sindacati, da movimenti, da singole compagini politiche, da gruppi di interesse, da associazioni di consumatori.

Se è vero, dunque, che viviamo anni liquidi, le conclusioni cui giunge Diamanti nel corso della sua analisi sono a dir poco sorprendenti:

L'idea che il 2013 possa essere migliore del 2012 e degli anni precedenti non costituisce, dunque, un auspicio rituale (dettato, magari, da disperazione). Riflette, piuttosto, la sensazione diffusa che l'anno trascorso segni la fine di un ciclo. Un cambio d'epoca. E ciò suscita inquietudine ma anche attesa. Perché se il passato è scritto e de-scritto, il futuro è un libro con molte pagine bianche. Non ancora scritte. Che noi stessi possiamo scrivere.

A segnare il punto di svolta sarebbe, dunque, la sensazione di trovarsi alla fine di un ciclo e all'inizio di una nuova stagione politica, tutta da scrivere insieme. Una interpretazione, che, però, contraddice il quadro politico e sociale di liquidità delineato solo poche righe prima nel corso dell'articolo. Se la fiducia riposta nel 2013 fosse l’esito di una rinnovata voglia di ricostruire le istituzioni, l’Italia non sarebbe più quel Paese liquido nel suo anno più liquido fin lì tratteggiato. La fiducia nel futuro non sembra presupporre quel cambio di rotta in termini di impegno civico, cui fa riferimento Diamanti. A una lettura più attenta, anzi, i dati conducono a un’interpretazione di segno opposto: più che superamento di vizi storici, sembra di assistere a un consolidamento di vizi atavici. Tra le righe si legge che:

  1. A fronte della sfiducia generalizzata nei confronti delle istituzioni nazionali, vi è un aumento di credibilità dell’Unione Europea, nell’immaginario quanto di più lontano da noi per prassi politiche e modello di organizzazione statuale.
  2. La famiglia viene ritenuta sempre più tratto distintivo degli italiani rispetto agli altri popoli.
  3. Vi è un progressivo disimpegno verso forme di partecipazione nella politica attiva (-4%) e nel sociale (-1%).

Del rinnovato senso civico e della voglia di partecipazione non sembra esservi traccia. Più che di ritorno a sognare, i dati su politica, volontariato, lavoro sono spie di una contrazione dell’impegno civico e probabilmente di un adeguamento al ribasso delle prospettive di vita. Di una sfiducia in quelle istituzioni che dovrebbero essere struttura portante della nostra società. E allora è spontaneo chiedersi: dove intravvede il punto di svolta epocale Ilvo Diamanti? La soluzione è in un passaggio dell’articolo che precede le conclusioni. Come spiegare questo ottimismo, si chiede il sociologo? Come spiegare questo passaggio da un saldo negativo (-16 punti) ad uno positivo (+12 punti) dell’indice di fiducia nel 2013?

È possibile - anzi, probabile - che i due atteggiamenti si spieghino reciprocamente. Che la destrutturazione del passato alimenti la speranza di strutturare il futuro. In fondo, questo è l'anno di Monti (come emerge dal sondaggio di Demos). Al di là dei giudizi sul suo operato e sul suo ruolo: è il "dopo Berlusconi". Così come Grillo: "attore" della messa in scena (anti) politica. Entrambi, sintomi e simboli di un cambio d'epoca. Una svolta. E se è vero che Silvio Berlusconi è ritornato, ancora una volta. Se invade gli schermi con gli stessi proclami di 5-10-20 anni fa. È, tuttavia, difficile non percepirlo come un segno del passato. Il passato. L'icona liquida di un Paese liquido. D'altra parte, solo una minoranza circoscritta degli italiani (intorno al 13-16%) pensa che Berlusconi possa vincere le elezioni e diventare premier. La maggioranza prevede - ragionevolmente - il successo del Centrosinistra (44%) e scommette sul primato di Bersani (28%). Al più: di Monti (il 27% lo vorrebbe premier).

Per come è costruito, il discorso fila. Se il 2011 è coinciso con il tramonto di Berlusconi (indice di fiducia: -16 punti), il 2012 è stato l’anno di Monti e di Grillo (indice di fiducia: +12 punti). L’essersi messi alle spalle il “berlusconismo” in nome della sobrietà e responsabilità “montiana” è sufficiente per sostenere la tesi di essere alla vigilia di un cambio d’epoca (il superamento del ventennio berlusconiano, appunto), che implica una rinnovata voglia di partecipazione alla vita politica (che però non trova riscontro nei dati). Nutrire speranza in una maggiore credibilità internazionale dell’Italia, nella lotta all’evasione e individuare in Monti la figura migliore del 2012 e Berlusconi tra quelle negative, tuttavia, non sono ragioni sufficienti - come ritiene Diamanti - per poter parlare di una rinascita inaspettata di senso dello Stato che si traduca, poi, in progettualità politica. L’Italia non sembra ancora in procinto di fare questo passo.

E così più che una mappa che aiuti a orientarsi in vista dell’anno che inizia, quello di Diamanti appare il tentativo di dettare un’agenda politica: esorcizzare il ritorno di Berlusconi, caricare di valore simbolico la transizione tra governo di centro-destra e governo tecnico e far percepire come costituente la fase politica che ci apprestiamo a vivere con le nuove elezioni, in nome della continuità con quanto accade in Europa e con le misure intraprese dal governo uscente.

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