Da tre anni a Londra: cosa ho perso, cosa ho guadagnato lasciando l’Italia

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Tre anni fa Elena ha deciso di lasciare l’Italia per andare a vivere e lavorare a Londra. Su Valigia Blu ospitammo la sua testimonianza e le ragioni della sua scelta.

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Qualche giorno fa abbiamo pubblicato un’altra testimonianza di una lettrice di Valigia Blu che ci ha scritto in chat, raccontandoci della sua scelta di lasciare l’Italia. In molti hanno commentato il post, raccontando a loro volta della loro decisione di lasciare l’Italia, tanti scrivono dai paesi in cui adesso vivono. Qualcuno ci ha chiesto di raccontare però anche come ci si trova dopo due, tre anni in un altro paese. Quindi la testimonianza non solo dell’addio all'Italia, ma anche di cosa è successo dopo quella scelta.

Così abbiamo chiesto ad Elena di raccontarci la sua esperienza dopo tre anni a Londra.

...

Ero seduta al tavolo della mia nuova casa dell’Oxfordhire quando ho sentito le campane del paese suonare a festa. Dopo più di tre anni a Londra, mi ero trasferita in campagna alla ricerca di una vita meno caotica e quelle campane mi riportarono alle domeniche pigre di ragazza, ai pranzi in famiglia di quando ero bambina. Mi si riempì il cuore, inaspettatamente. Erano anni che non sentivo le campane.

Lasciare Londra, la città dalle centinaia di lingue e dalle decine di religioni, mi aveva messo di fronte a una nuova sfida: il passare da essere “una” a essere “la”.

Nell’azienda londinese che lasciavo lavoravano persone di 26 nazionalità diverse, e in ufficio c’era persino una Stanza della Preghiera, in cui persone di fedi differenti potevano andare in raccoglimento; nella nuova società in cui avrei iniziato a lavorare nelle Cotswolds sarei invece stata io l’unica straniera. Per paradossale che possa sembrare, dove esiste molta diversità è più facile equilibrarsi, mentre dove la diversità è così nuclearizzata – e sei tu a essere l’elemento estraneo – l’impatto è potenzialmente molto più dirompente. E sto parlando di due società – quella inglese e quella italiana – tutto sommato simili, geograficamente vicine: teoricamente tutto piuttosto facile.

Di fatto però è come rinascere e reimparare a fare tutto quasi da capo: fare la spesa, ottenere il codice fiscale, guidare, andare dal dottore, cercare lavoro, trovare casa, sapere a chi rivolgersi in caso di emergenza, rinnovare la patente, capire le regole non scritte della nuova società in cui vivi. Mentre fai tutto questo, i tuoi genitori invecchiano, i tuoi nipoti crescono, le tue amiche di sempre si incontrano: da un’altra parte. Inevitabilmente, e nonostante la tecnologia, ti perdi dei pezzi fondamentali delle vite di tutte le persone che ami: tutte meno una, quella matta che ha deciso di seguirti. Trascurabile? No, o quantomeno non per me.

Quando ho chiesto a mio nipote di inserirmi in un ritratto di famiglia che aveva appena disegnato, fingendomi indignata perché si era dimenticato di me, col realismo spietato dei suoi 6 anni ha aggiunto un aereo in un angolo del disegno: “Eccoti qui”, mi dice indicando l’aereo.

Ogni amore è moltiplicato dalla nostalgia, ogni giorno senza di loro è un buco nell’anima.

Eppure la mia famiglia è l’unica cosa, ora come ora, che potrebbe riportarmi in Italia, se ci dovesse essere davvero bisogno di me.

Cos’è quindi quella cosa che è più forte di tutto questo, quella cosa che ti tiene lontana dalle persone che ami di più? Per quanto mi riguarda, la speranza. L’ottimismo. La forza.

Era il marzo 2015 quando sono partita a quasi 41 anni col famoso biglietto di sola andata, due valigie, un lavoro sicuro lasciato alle spalle, nessun lavoro invece ad aspettarmi a destinazione, e una frase fissa che mi rimbombava in testa: “Non staremo a fa’ ‘na cazzata?”.

Sono seguiti tre mesi bui senza occupazione, pieni di paura di non farcela, e poi un tuffo a capofitto nella vita londinese che pensavo di aver attutito bene fino a quando non mi mandò in cortocircuito la tiroide. Fu in quell’occasione che scoprii che per avere un appuntamento dal medico della mutua ci volevano dalle due alle tre settimane: fondamentalmente, un sistema sanitario pubblico basato sullo sperare che passi tutto per suo conto, o al massimo a colpi di Ibuprofene.

Eppure?

Ero partita spenta, disillusa, cinica, azzerata da un’Italia che mi aveva depotenziato, tolto ogni speranza di poter migliorare la mia vita e quella delle persone che mi stavano intorno. Non credevo più di poter cambiare le dinamiche malate che mi circondavano col mio impegno e le mie competenze. Vedevo gli spiriti imbruttire, il mercato del lavoro logorarsi, il senso civico scomparire, le speranze in una politica migliore disintegrarsi. Avevo due strade: restare – rassegnata, lamentosa e grigia come stavo diventando – o partire e fare un bel salto nel vuoto che mi sarei ampiamente risparmiata.

In tre anni, l’Inghilterra mi ha tolto di dosso quel senso di vergogna che mi soffocava, e mi ha restituito forza, grinta e lucentezza. Ha affinato le mie competenze, mi ha mostrato come si vive in una società dove i privati cittadini si fanno a volte carico delle cose che non vanno e se ne assumono la responsabilità, con successo. Ho visto foreste, monumenti, parchi e cimiteri storici salvati dalla mala politica o dall’economia vorace solamente grazie all’ostinazione di un gruppo di volontari appassionati. L’Inghilterra mi ha mostrato come si lavora quando si considera la propria cultura un patrimonio, come si tutelano le proprie risorse paesaggistiche e come si gestisce un turismo lungimirante.

L’Inghilterra mi ha anche restituito fiducia nel merito.

Dopo 9 mesi che lavoravo a Londra ho avuto un aumento di stipendio del 23%, e ogni anno gratificazioni economiche che, per imprinting, non avevo né chiesto né sperato. All’inizio di quest’anno, invece, ho ricevuto due offerte di lavoro pazzesche, che non ho potuto accettare per diversi motivi, ma che mi hanno fatto capire di essere nel posto giusto: Lifestyle Manager a Facebook e Destination Manager per un distretto della Scozia. Che è come immaginare che la Provincia di Milano – o Arezzo, o Lecce – domani mattina mi chiamasse e mi offrisse di ideare e sviluppare un piano per il rilancio turistico del territorio.

Inimmaginabile.

Questo distretto della Scozia invece mi ha scelto “semplicemente” perché ha ritenuto che il mio progetto di sviluppo turistico fosse il migliore di quelli presentati, e mi ha offerto il posto. A me, 44enne, immigrata, senza alcun tipo di network o connessione, con un personal branding italiano che qui non interessa a nessuno e con una padronanza dell’inglese di cui non poter certo andar fiera.

Non sto nemmeno a spiegare poi l’effetto che fa vivere in un paese dove i politici che sbagliano si dimettono, dove il razzismo è considerato un crimine (e trattato come tale) e nel quale se ricevi un disservizio vieni in qualche modo risarcito.

Le notizie che arrivano dall’Italia a volte mi gelano il sangue, il degrado pericoloso che avverto – e che purtroppo tocca moltissimi Paesi dell’Occidente – mi fa una paura folle. Il distacco che ho scelto, però, è anche una presa di distanza personale. Cercata, voluta, netta. Sono tornata ancora per manifestare, sono scesa in piazza a Milano pochi mesi fa [ndr, si tratta della manifestazione antifascista organizzata lo scorso febbraio a Milano dopo l'attentato fatto da Luca Traini, il neofascista che il 3 febbraio a Macerata sparò dalla sua auto ferendo 6 immigrati. Traini è stato condannato a 12 anni di reclusione per strage con aggravante dell'odio razziale], ma ora è tutto diverso, perché poi comunque, ad un certo punto, me ne vado, e la lontananza mi fa soffrire meno per le vergogne del mio paese. Fa soffrire meno anche quello che accade qui, perché questa non è casa, e quello che non è casa non riesce a ferire allo stesso modo.

Non so dove sarò tra qualche anno: non ho propositi di restare qui per sempre, mi piacerebbe provare a vivere in altri paesi e sarei pronta a trasferirmi di nuovo domani. Civicamente, questo mi porta una parziale deresponsabilizzazione: il fatto di non sentire appartenenza per un luogo particolare significa anche non prendersi a cuore le sue ferite e non farsi carico dei suoi problemi. Ma politicamente mi sento ancora in convalescenza, e non so se è una menomazione che compenserò mai. Il mio paese mi ha reso profuga civile.

Torno in Italia di tanto in tanto per lavoro, per amore, per salute. I miei giorni italiani sono sempre divisi tra visite mediche, razzie ai negozi, cene con amici e momenti di felicità inebriante con la mia famiglia. Una felicità che la lontananza rende incommensurabile.

Ma temo che, se dovessi tornare a viverci, l’Italia diventerebbe ancora la mia kryptonite. Perché mi piace credere negli uomini, mi piace guardare il futuro con un senso di possibilità e speranza. Adoro pensare che a quasi 45 anni posso ancora reinventarmi, imparare, fare la differenza. Vedere i miei meriti riconosciuti, premiati e incoraggiati mi fa letteralmente impazzire di gioia, una gioia incredula.

È stato estremamente faticoso riottenere questo potere, che è il potere della vita. La vita che c’è dove c’è la speranza. Riacquistare l’entusiasmo e il coraggio dei vent’anni a più di 40 è come scoprire di avere dei superpoteri. Sì, ho perso la musica della mia lingua, ora ne parlo male due. Ma sono tornata a far riaccadere le cose, e quello che spero è che la mia forza riconquistata possa in qualche modo arricchire le persone che amo e che non sono qui con me. Spero che l’essere "La Zia d’Inghilterra" possa avere un giorno significato anche per Leonardo e Maddalena, i miei piccoli amori lontani.

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