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Fuga dall’Italia: da qua se ne vanno tutti

22 Ottobre 2015 13 min lettura

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Fuga dall’Italia: da qua se ne vanno tutti

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Articolo in partnership con Cronaca Italiana - Quotidiani locali Gruppo Espresso

«Siamo in tanti ad andarcene, ormai è un’emorragia». Scriveva così, poco meno di un anno fa, Elena Torresani, in un post in cui raccontava la sua partenza dall'Italia, a 40 anni, verso l'Inghilterra in cerca di un nuovo lavoro, lontano da un mercato occupazionale «mortificante». A ciò si aggiungono anni di crisi che hanno tramutato l'Italia in una terra da lasciarsi alle spalle per un numero sempre maggiore di cittadini italiani.
Calcola infatti l'Istat che negli ultimi dieci anni mai così alto è stato il numero degli emigrati italiani, con il saldo migratorio netto con l’estero (cioè la differenza tra immigrazione e migrazione) che nel 2013 registrava il valore più basso dal 2007. Movimenti che hanno coinvolto i cittadini anche all'interno del proprio Paese, con un flusso di persone che negli anni non smette di abbandonare il Sud per il Centro–Nord, alla ricerca di speranze.

L'aumento dei residenti italiani all'estero

Giovani, lavoratori, famiglie e anziani. Il quadro che emerge dal X “Rapporto Italiani nel Mondo” (2015) della fondazione Migrantes è di una vera e propria escalation che negli ultimi 9 anni ha registrato un aumento del 49,3% di iscritti all’AIRE (Anagrafe italiani residenti all’estero), passando dai 3 milioni del 2006, agli oltre 4 milioni e mezzo di oggi, che rappresentano su una popolazione di 60 milioni, il 7,6%.

Numeri ufficiali che però non tengono conto degli italiani all’estero non iscritti all’Aire – anche se è un “diritto/dovere” farlo –, con una conseguente sottostima dei cittadini che negli anni se ne sono andati dall’Italia.

aggiornamento 23/10/2015 ore 19:40: Riporta, ad esempio, Servio Nava sul il Sole 24 ore che in Gran Bretagna «l'ufficio di statistica ha recentemente stimato in 51mila gli italiani che hanno fatto richiesta lo scorso anno del numero di sicurezza sociale, per poter lavorare oltremanica». «Un numero – continua il giornalista – addirittura quattro volte superiore, rispetto a quello censito dall'Aire».

Italiani residenti all'estero (iscritti all'Aire).
via fondazione Migrantes. Italiani residenti all'estero iscritti all'Aire.

Bisogna comunque specificare che si tratta di una sorta di crescita “dal di dentro”: aumentano infatti soprattutto gli iscritti al registro da più di 10 anni e le nascite all'estero (la prima tra le motivazioni di iscrizione) che si affiancano alle partenze più recenti.

L’Europa (con il 54%) e l’America (40%) sono i due continenti dove vive la stragrande maggioranza degli italiani all'estero, con l’Asia che «si sta contraddistinguendo per uno specifico dinamismo», si legge nel rapporto.

 
L'origine dei cittadini italiani residenti all'estero è per più della metà (il 54%) meridionale, segue il Nord (il 33,2%) e in terza posizione il Centro con il 15,4%. Dati che certificano come il primato vada alle regioni del Mezzogiorno, ma, avvertono gli studiosi della fondazione Migrantes, «si sta progressivamente assistendo a un abbassamento dei valori percentuali del Sud a favore di quelli del Nord del Paese»:

Il confronto tra i dati degli ultimi anni, pone in evidenza una marcata dinamicità delle regioni settentrionali. In particolare, sono la Lombardia (+24 mila) e il Veneto (+15 mila), i territori regionali che presentano le variazioni in valore assoluto più alte seguite da Sicilia (quasi +15 mila), Lazio (quasi +14 mila) e Piemonte (quasi +13 mila).

Allungando il periodo di tempo considerato, fino al 2006, si vede come negli ultimi 10 anni tra le Regioni siano aumentate le partenze verso l'estero, con il Lazio in prima posizione (+239%: una percentuale massiccia, spiega però il report, dovuta anche alla sistematizzazione degli archivi per la creazione dell’elenco unico), seguito dal Piemonte (+71%), Liguria (+66,8%), Lombardia (+66,3%) e Toscana (+63,5%).

L'impatto della crisi economica sulla migrazione in Italia

Come se Firenze si fosse completamente spopolata in soli 5 anni. Sono oltre 350mila (per la precisione 354.554) i cittadini italiani che dal 2007 al 2013, gli anni più duri della crisi, hanno lasciato l'Italia. A mostrarlo, l'ultimo rapporto dell'Istat sulle migrazioni internazionali e interne in Italia.

 
Più della metà dei cittadini italiani emigrati sono maschi tra i 20 e i 45 anni e sono rimasti in Europa occidentale (Regno Unito, Germania, Svizzera, Francia) e negli Stati Uniti. L'Istat, inoltre, certifica che nel 2013 il numero degli italiani andati via, negli ultimi 10 anni, non è mai stata così alto, con una crescita rispetto al 2012 del 20%. Un aumento che insieme al calo degli ingressi ha «prodotto nel 2013 un saldo migratorio (ndr, la differenza tra rimpatri ed espatri) negativo per gli italiani pari a -54 mila, quasi il 40% in più di quello del 2012».

via Istat. Clicca per ingrandire.
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aggiornamento 23/10/2015 ore 19:40: Saldo migratorio che, come scrive l'Istat, anche nel 2014 «risulta negativo nella misura di 65mila unità», aumentando quindi del 20,2% rispetto all'anno precedente.

Chi parte, da dove e quali sono le destinazioni

Nel 2014 sono espatriati 101.297 cittadini italiani, documenta la fondazione Migrantes nel suo ultimo report. Il migrante medio italiano è un uomo (56%), giovane tra i 18-34 anni (36%), per la maggior parte in età lavorativa (il 61% ha tra i 18 e 49 anni) e celibe (59%), che parte dal Nord Italia per trasferirsi in Europa. Ma in valore assoluto, i dati dell’Aire registrano comunque una crescita di tutte le classi di età.

Per quanto riguarda il numero delle partenze, nel 2014 c’è stata una crescita del 7,6%, un numero più contenuto rispetto alla scorso anno (+19,2%). Tra i continenti, la meta scelta è stata soprattutto l'Europa, con il 65,5% sul totale delle partenze (con una crescita del 10,6% dal 2014 al 2015), mentre quelle per l’America settentrionale e centrale hanno visto un lieve calo (-2,4%).

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Gli Stati scelti dagli oltre 100mila italiani espatriati nel 2014 sono stati in totale 196. Tra i paesi europei la Germania, con 14.270 trasferiti, è stata la destinazione preferita, seguita dal Regno Unito (13.425) – nel 2013 era al primo posto – e in terza posizione la Svizzera (11.092). A scendere di posizione, anche se non in maniera rilevante, rispetto all'anno precedente i trasferimenti in Cina (-0,9%), Argentina (-3,6%), Canada (-3,9%). Mentre in Venezuela il calo è stato consistente (-19,8%).

 
Per quanto riguarda invece le regioni di partenza, la fondazione Migrantes riporta che «anche per il 2015, la recente mobilità italiana è soprattutto settentrionale»:

la Lombardia, con 18.425 partenze, è, ancora una volta, la prima regione seguita da un’importante novità ovvero il balzo in avanti della Sicilia che dalla quarta posizione del 2014 arriva, nel 2015, alla seconda.

via Fondazione Migrantes. Clicca sull'immagine per ingrandire.
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Ma la mobilità italiana resta un fenomeno nazionale, che coinvolge tutti i territori della penisola e che «sempre di più affonda le sue radici in una recessione che da ormai troppo tempo incide sulla fiducia nel futuro dell’intero Paese», si legge nel report, con il risultato di complicare maggiormente la fotografia di chi se ne va: «lavoratori più o meno formati e più o meno specializzati, talenti altamente qualificati, studenti ancora in crescita formativa, nuclei familiari e anziani, di cui le più avanti con l’età sono donne sole e vedove».

Giovani e non solo all'estero in cerca di lavoro

Molte sono le ragioni che spingono i giovani ad andarsene all’estero: «la voglia di arricchirsi culturalmente, di acquisire maggiori competenze linguistiche o di confrontarsi con sistemi formativi differenti, ma anche di realizzare all’estero il proprio progetto di vita o professionale». Il problema per il Paese di origine si pone, scrivono gli studiosi della fondazione Migrantes, quando i giovani non tornano più indietro: il cosiddetto fenomeno della “fuga di cervelli”.

Stando, infatti, alle rilevazioni di Almalaurea sui laureati di 72 Atenei italiani (cioè il 91% del complesso dei laureati usciti ogni anno dall'università) a partire sono i migliori, in termini di votazione negli esami e regolarità negli studi.

A emergere, infatti, è un «quadro occupazionale difficoltoso». Inoltre, l'andamento della disoccupazione giovanile in Italia, in base alle ultime rilevazioni Istat continua ad avere livelli preoccupanti.

Spiega AlmaLaura che per i laureati a un anno dal titolo, si registra «negli ultimi anni un timido segnale di ripresa», mentre per quelli di più lunga durata (a tre e cinque anni dal titolo) c'è una concreta difficoltà “di assorbimento da parte del mercato del lavoro”.

Il consorzio interuniversitario italiano precisa comunque che con il passare del tempo dal conseguimento del titolo, la condizione occupazionale nel complesso migliora sotto tutti i punti di vista: «tra uno e cinque anni dalla laurea aumenta sia la quota di occupati che le retribuzioni, diminuisce l’area della disoccupazione e si stabilizzano le condizioni contrattuali». Per questo motivo, precisa la fondazione Migrantes, «il fenomeno della mobilità di natura lavorativa si può considerare, a seconda dei punti di vista, investimento o “fuga” a causa delle difficoltà occupazionali nel nostro Paese».

Mancanza di opportunità lavorative in Italia che si riscontra principalmente per i laureati residenti al Sud, mentre ragioni personali o di studio, tra i motivi del trasferimento, riguardano soprattutto i laureati delle aree settentrionali. È in Europa che la gran parte degli intervistati (82%) ha trovato occupazione, con Regno Unito (16,5%), Francia (14,5%), Germania (12%) e Svizzera (12%) tra i paesi più attrattivi. Mentre chi lavora nel continente americano è il 10%.

AlmaLaura specifica anche che per chi ha un'occupazione fuori dall'Italia ci sono «migliori chance lavorative verificate in particolare dalla maggiore quota di contratti a tempo indeterminato (60% all’estero, 49% in Italia)». Ma anche quelli a tempo determinato sono diffusi (il 26%) e superiori di 11 punti percentuali rispetto ai laureati rimasti in patria. Riguardo la retribuzioni, gli «occupati italiani all’estero, a cinque anni dalla laurea, dispongono di un guadagno mensile netto notevolmente superiore alla media (2.146 euro, contro i 1.298 euro in Italia)».

Anche se, viene specificato, bisogna considerare che la busta paga di chi lavora all'estero è collegata anche al diverso costo della vita del paese scelto e che dunque le differenze «si riducono significativamente tenendo sotto controllo questi fattori». Al netto di queste considerazioni, emerge comunque che tra uno e cinque anni dal titolo di studio, le retribuzioni dei laureati che lavorano all'estero aumentano di più (+28%), rispetto a quelle di chi resta in Italia (+15%).

Rimangono però le differenze di genere: «se si considerano, opportunamente, solo i laureati che hanno iniziato l’attuale lavoro dopo il titolo e lavorano a tempo pieno, c'è un gap vicino al 20%, sempre a favore degli uomini, sia tra quanti lavorano oltralpe sia tra coloro che sono rimasti in Italia».

Tra i motivi che hanno spinto i laureati a lasciare il proprio paese prevale comunque la mancanza di opportunità di lavoro (38%). Un'argomentazione che, come è stato scritto, è predominante in particolare nei laureati del Sud. Riguardo invece la prospettiva di rientro in Italia, nel medio termine (cinque anni) quasi la metà degli intervistati (il 42%) dichiara che è molto improbabile che tornino a casa, «segno della grande incertezza rispetto al mercato del lavoro italiano». Solo 1 su 9, invece, considera il rientro una possibilità concreta.

 
«Ma – aggiunge – monsignor Giancarlo Perego, direttore della fondazione Migrantes su La Stampa – sarebbe sbagliato parlare solo di cervelli in fuga perché le cifre comprendono anche gli over 40 rimasti disoccupati troppo tardi per avere chances in Italia: almeno la metà di quelli che partono trova lavoro nei bar di Barcellona, nelle fabbriche tedesche, nell’attività artigianale in Gran Bretagna».

Una ricerca di opportunità che per giovani e non, inoltre, avviene anche all'ombra dell'irregolarità. «Sarebbero almeno 500mila – scriveva Paolo Berizzi su la Repubblica un anno fa –, secondo stime ufficiose tarate sulle proiezioni di associazioni, ong, fonti diplomatiche, gli italiani irregolari nel mondo». Di questi, tra i 200mila e 250mila vivrebbero negli USA, dove, anche con salari ribassati, trovano occupazione nei servizi commerciali, ristoranti e fast food. «Quelli che arrivano a New York – spiega il professor Anthony Tamburri, promotore della storia della cultura degli italiani d'America al giornalista nell'articolo – sono per la maggior parte ragazzi. Arrivano come turisti e dopo 90 giorni, scaduto il permesso, rimangono e trovano lavoro in nero».

Un fenomeno raccontato proprio da una di queste persone, un ragazzo italiano di 24 anni proveniente dalla Sicilia intervistato in forma anonima dal Corriere della sera che lavora su suolo americano con documenti falsi. «In futuro mi piacerebbe aprire un business mio negli Stati Uniti», dice il giovane siciliano, aggiungendo che una volta ottenute le carte per mettersi in regola vorrà chiedere poi un prestito alle banche, visto che «in Italia sperare che questo accada è praticamente impossibile».

Le migrazioni interne e il dramma del Meridione

I cittadini italiani non emigrano solo verso l'estero, ma si muovono anche all'interno dei confini nazionali. Spostamenti di massa, principalmente dal Sud al Nord, che hanno caratterizzato la storia contemporanea dell'Italia, come negli anni Cinquanta e Sessanta, tempo delle grandi industrializzazioni.
A ciò è seguito, negli anni Ottanta, un periodo di stagnazione. Mobilità interna che invece «dalla seconda metà degli anni ‘90 – si legge nel rapporto Migrantes – torna a crescere», ma con caratteristiche diverse rispetto agli anni precedenti, come la riduzione dei trasferimenti di lungo periodo a favore di quelli di breve.

Negli ultimi anni, poi, gli spostamenti interni hanno riscontrato nuovi cambiamenti, con un ruolo importante giocato dagli immigrati arrivati in Italia. Infatti, la Fondazione Migrantes, analizzando il saldo migratorio complessivo dal 2004 al 2014 su dati Istat, evidenzia come sia preponderante il ruolo che gli stranieri hanno avuto sulla dinamica complessiva della popolazione: «il saldo naturale è negativo nei dieci anni considerati e pari a -271 mila unità, con la crescita della popolazione interamente dovuta alle migrazioni con l’estero (+2,5 milioni)».

Nello specifico, riguardo gli spostamenti interni si può vedere come, dal 2004 al 2014, il Sud cede popolazione (-412 mila) alle regioni del Centro-Nord (+500mila). Questo a dimostrazione che ancora oggi queste migrazioni sono una fattore importante della mobilità interna in Italia, con il relativo impatto «che hanno avuto e continuano ad avere sia sul mercato del lavoro sia sulla società e sulla demografia meridionale».

La forte attrattività delle regioni centro-settentrionali nei confronti di quelle meridionali è visibile dall'analisi dei flussi migratori interregionale nell'ultimo rilevamento dell'Istat nel 2013: «nel Mezzogiorno, escludendo l’Abruzzo che presenta un saldo di +0,1 per mille, in tutte le regioni si registrano saldi interregionali negativi, particolarmente rilevanti in Calabria (-3,3 per mille) e Campania (-3,1)».

via Istat. Clicca per ingrandire.
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Una situazione che considerando i dati economici che contraddistinguono il Meridione non stupisce. «Nel Mezzogiorno – scrive Adriano Giannola, dell'università Federico II di Napoli, all'interno del volume “La nuova migrazione italiana” (2014) – tra il 2007 e il 2013 si registra una riduzione del PIL (in termini reali) che sfiora il 14% e che condiziona il resto del Paese dove il prodotto lordo si contrae per oltre l’8%». Una crisi che ha avuto impatti anche sull'occupazione, in particolare proprio al Sud che tra il 2008 e il 2012, aggiunge Giannola, «con solo il 26% degli occupati (e una popolazione pari al 34% di quella nazionale) subisce circa il 60% delle perdite di posti di lavoro».

Tra chi se ne va, la componente di giovani con titolo di studio più elevato è massiccia. «L’emigrazione – scrive ancora il professore dell'università napoletana – tende a concentrarsi sulla fascia di popolazione giovanile con laurea: dai 12.592 del 2000 si passa ai 25.058 laureati del 2012 che cercano sbocchi al Nord». Una situazione che secondo Giannola, impone oneri diretti e indiretti particolarmente forti ai territori di partenza:

Ogni ragazzo che abbandona il suo territorio porta in dono, al luogo di approdo, il costo della sua formazione; in aggiunta, anche quando lavora […] necessita di norma di un sostengo economico da parte della famiglia di partenza. Si configura così una sorta di rimessa per gli emigrati che è l’esatto contrario di quanto avveniva negli anni Cinquanta quando l’operaio meridionale immigrato finanziava la sussistenza dei familiari rimasti al paese.

Forti criticità che persistono anche nelle ultime rilevazioni dell'associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno, Svimez, da cui emerge un quadro impietoso.

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Secondo i dati dello studio nel 2014 il Pil del Mezzogiorno è sceso dell’1,3%, «rallentando sì la caduta del 2013 (-2,7%) ma diminuendo di oltre un punto in più rispetto al Nord (-0,2%)». Di segno negativo anche le cifre sull’industria, per il crollo, tra le altre cose, degli investimenti del 59,3% dal 2008 al 2014. Da quanto riportato nel rapporto, inoltre, nel solo 2014 il Meridione ha perso 45mila posti di lavoro, arrivando a 5,8 milioni di occupati.

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Inoltre, sul lavoro c'è un allarme specifico che riguarda le donne (lavorano il 20,8% contro una media Ue del 51%) e i giovani: «tra il 2008 e il 2014 il Sud ha perso 622mila posti tra gli under 34 (-31,9%) mentre ne ha guadagnati 239mila tra gli over 55. Per gli under 24 nel 2014 il tasso di disoccupazione ha sfiorato il 56%, contro il 35,5% del Centro-Nord».

Detto questo, dal 2008 al 2013 si è registrato un calo del 5,5% dei flussi migratori interni dei cittadini italiani, con il Nord-Est, un tempo il territorio più attenzionato dalle migrazioni, maggiormente coinvolto (-16,1%), seguito dal Centro (-8%) e dal Mezzogiorno (-1,5%). Ad aumentare sono solo i flussi verso il Nord-Ovest (+1,5%). Da considerare, inoltre, che nello stesso periodo di tempo c'è una forte diminuzione dei movimenti in partenza dal Mezzogiorno (-7,6%), ma anche dal Nord-Ovest (-5,3%), Centro (-3,4%) e nel Nord-Est (-2,4%).

Ma, spiega ancora la Fondazione Migrantes, si tratta di una tendenza che va letta non tanto come «crescita delle opportunità delle regioni del Sud che riescono a trattenere i propri residenti, quanto piuttosto come un ulteriore effetto negativo del permanere della crisi economica e dell’aumento della disoccupazione giovanile al punto che neanche la migrazione interna è più appetibile».

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