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Lezioni di Storia / Politica e propaganda nell’antichità fra ‘fake news’ e influencer di regime

12 Settembre 2021 8 min lettura

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Lezioni di Storia / Politica e propaganda nell’antichità fra ‘fake news’ e influencer di regime

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Lezioni di Storia, una rubrica di divulgazione storica partendo dal presente

Politica, propaganda e social media: nel mondo di oggi chiunque voglia iniziare o consolidare la propria carriera politica ha bisogno dei cosiddetti “spin doctor”, ovvero degli specialisti della propaganda che curino la sua immagine pubblica, soprattutto, nella maggioranza dei casi, attraverso la gestione dei suoi account social.

Già, ma nel mondo antico come funzionava invece? Quali erano i canali che i politici usavano per comunicare le loro idee alle masse per convincerle ad appoggiarli? Come si guadagnava il consenso popolare prima dei grandi mezzi di comunicazione di massa? E c’erano già campagne di propaganda massicce, influencer prezzolati o diffusione di fake news ad arte, per colpire gli avversari e magnificare i propri, spesso inesistenti, risultati? Scopriamolo.

Ramses II, la prima grande fake news della storia e l’instagram di pietra

Qadesh, 1280 circa a.C. Rive del fiume Oronte, in Siria. Nella polvere della pianura, due possenti eserciti sono pronti a combattere. Sono le armate di Ramses II, re d’Egitto, e di Muwatalli II, re degli Ittiti. Da anni sono in lotta per il controllo di tutto l’Oriente, e ora siamo alle resa dei conti. Ma la grande battaglia si risolve in pratica in un grande meh. Gli Ittiti attirano gli Egiziani in una imboscata, e anche se Ramses, intervenendo personalmente, alla fine risulta vincitore, le perdite sono ingenti, Muwatalli si ritira nella fortezza, con le truppe scelte del suo esercito, e gli egiziani preferiscono non assediarlo, o non hanno la forza per farlo. Il re Muwatalli, già malato, morì qualche mese più tardi e gli Ittiti dovettero affrontare la minaccia assira, per cui l’intervento contro gli egizi divenne per loro di secondaria importanza. Seguono diversi anni di lavoro diplomatico febbrile, portato avanti per altro con sapienza dalle due regine, Puduhepa per gli Ittiti e Nefertari per gli Egizi, che concordarono una tregua in cui nessuno dei due contendenti perdeva troppo la faccia.

Ma Ramses non ci stava a passare alla storia come un sovrano che aveva contrattato con il nemico, e così decise che per i posteri Qadesh doveva essere raccontata come la più straordinaria vittoria degli Egizi. Così mentre gli Ittiti si limitarono a conservare con una epigrafe in accadico nella loro capitale, Hattuša, i termini del trattato di alleanza, Ramses decise di fare della battaglia il perno della sua propaganda. Così furono stilate fonti letterarie come il “Bollettino di Qadesh”, cioè un riassunto di quanto avvenuto nella battaglia (sempre secondo l’ottica egiziana) che accompagnava bassorilievi che erano stati posizionati bene in vista nei principali templi e monumenti del regno: si ritrovano a Abu Simbel, a Karnak, al Ramesseum, a Luxor. In pratica ogni egiziano passeggiò per millenni in luoghi dove enormi immagini di Ramses II ricordavano le gesta compiute dal re durante lo scontro, con brevi didascalie illustranti quanto veniva raccontato nelle immagini.

Ramsés II en Qadesh, relieve de Abu Simbel (via Wikimedia Commons)

Ramses aveva in pratica un account Instagram di pietra. E funzionò così bene, che quando Christian Jacq, millenni dopo, scrisse il suo best seller su Ramses, la versione seguita fu quella della propaganda egiziana. Una coda lunga di fake news durata per secoli.

Alcibiade, la guerra del Peloponneso, e l’invasione pilotata della Sicilia

Se L’ateniese Alcibiade avesse avuto a disposizione i social, probabilmente avrebbe fatto macelli. Ma anche non avendoceli (visto che visse nel V secolo a.C.) comunque se la cavò alla grande. Nobile di famiglia (discendeva dagli ultimi re di Atene), ricchissimo e clamorosamente bello, allievo preferito e amante di Socrate, per cui anche colto e dotato di una incredibile capacità seduttiva, Alcibiade decise di seguire le orme dello zio Pericle e buttarsi in politica. Deciso a emergere come comandante militare, desiderava convincere gli Ateniesi a riaprire le ostilità con gli Spartani, terminate qualche decennio prima con una tregua, attaccando la loro principale alleata, Siracusa, la potente città greca di Sicilia.

Ad Atene erano arrivati nel 415 a.C. gli ambasciatori di Segesta e Selinunte, a chiedere aiuto contro i Siracusani, ma gli ateniesi nicchiavano. Conservatori e moderati capivano bene i rischi di inviare truppe così distante da casa, per intervenire in un conflitto che nulla aveva a che fare con Atene. Alcibiade aveva quindi bisogno che il popolo votasse in massa per la spedizione. Ma la stragrande maggioranza degli Ateniesi neanche sapeva dove diamine si trovasse la Sicilia e perché fosse così importante prenderla. Alcibiade organizzò una vera e propria campagna “social” diremmo oggi, con la piccola differenza che non essendoci i social, dovette basarsi sul passaparola. Uomini da lui istruiti si insinuarono nei capannelli di gente nei mercati e nelle piazze, sostenendo le ragioni della spedizione militare, diffondendo notizie sulle immense ricchezze dell’isola e sull’inconsistenza delle sue difese militari. Ma il colpo di genio fu quello di far circolare mappe della Sicilia per far vedere agli elettori lo scenario della futura guerra. In pratica oggi diremmo una rete di bot e di attivisti che ritwittavano le informazioni e si infiltravano ovunque.

La propaganda per immagini che si rivelò vincente: al momento del voto, gli Ateniesi si schierarono convinti per l’intervento militare. Fu un disastro epocale. Ma per quanto riguarda le tecniche manipolatorie dell’elettorato, Alcibiade oggi potrebbe dare lezioni a molti spin doctor e ai più sofisticati algoritmi di analisi politica. In pratica, si magnerebbe i social media team di Trump a colazione.

Giulio Cesare e i tweet dalla Gallia

Giulio Cesare era uno scrittore. Si dimentica spesso, quando si parla di lui, che prima che gli eserciti, aveva fatto la gavetta schierando parole. E se come comandante era geniale, come copywriter e come organizzatore di campagne mediatiche era persino meglio.

Mandato in Gallia come proconsole, voleva scatenare una ampia campagna di conquista, come Alessandro aveva fatto in Oriente. Ma Alessandro era un re, e al seguito si era potuto portare uno storico di corte per narrare le sue imprese. Cesare no, perché i senatori romani avrebbero considerato la cosa un incredibile atto di megalomania. Poco male, decise di coprire lui il ruolo, per altro scrivendo uno dei più grandi capolavori di tutti i tempi: il De bello Gallico.

Come nasce il De bello Gallico? Tutti i proconsoli romani erano tenuti a mandare periodici rapporti al senato sull’operato nelle province. Erano scritti molto scarni e burocratici, relazioni noiose che venivano lette in gran fretta e spesso dimenticate. Cesare cambiò modalità. Avendo a Roma fatto eleggere tribuni della plebe che erano uomini suoi, i rapporti inviati dalle Gallie venivano letti immediatamente anche in pubblico, nelle piazze e nei crocicchi. Lo stile di Cesare, sintetico, scarno, diretto e semplice non è un caso. I suoi scritti erano pensati per venire letti ad alta voce a un pubblico senza grandi conoscenze letterarie e in luoghi dove l’attenzione era difficile da mantenere. Per cui frasi corte, incisive, nomi di personaggi ripetuti più volte nel caso qualcuno si fosse dimenticato chi fossero, lessico semplice. Cesare dipinge uno straordinario affresco delle sue conquiste, in cui lui è il protagonista assoluto e l’eroe della situazione, a uso e consumo del suo target di riferimento, il romano di classe medio bassa dei suoi tempi, che poi era anche il suo potenziale elettore.

Niente giri di frase complicati, parole colte e difficili. Cesare non parla come mangia, parla come mangiano i suoi sostenitori. E ha un genio per lo slogan efficace: "Veni vidi vici" dice tutto ed è così straordinariamente moderno da poter stare dentro persino ad un tweet.

Spin doctor di oggi, prendete appunti.

Augusto, le fake news e gli influencer di regime

Ottaviano Augusto non fu mai un comandante militare di successo e non era nemmeno un uomo particolarmente affascinante, ma riuscì a fondare l’Impero Romano perché aveva una perfetta gestione della comunicazione politica e della propaganda.

Palliduncolo, malaticcio e poco estroverso, allevato in campagna e discendente di una famiglia non nobile, non ricca e dagli antenati oscuri (un avo sarebbe stato un liberto, cioè un ex schiavo), il giovane Ottaviano aveva però una determinazione e una ambizione infinite. Per accreditarsi come degno successore di Giulio Cesare non esitò a ritoccare la sua biografia con 'fake news' create ad arte. Fece passare l’idea di essere stato adottato in quanto era il parente maschio più stretto di Cesare (in realtà era solo un lontano pronipote: i due nipoti diretti erano gli altri due coeredi citati nel testamento di Cesare, Quinto Pedio e Lucio Pinario, e persino Marco Antonio, cugino di Cesare, aveva una parentela più stretta con il dittatore). Fece circolare la voce che la madre Azia lo avrebbe concepito dopo una notte passata in un tempio di Apollo, lasciando intendere di essere figlio del dio.

Costruì una vera e propria macchina del fango per colpire nemici personali e quanti si opponevano ai suoi disegni: Antonio fatto passare per un volgare ubriacone che si lasciava dominare dalle donne e Cleopatra dipinta come una intrigante prostituta sono i due casi più famosi, ma anche senatori e politici suoi antagonisti furono screditati e attaccati.

Lo zoccolo duro della propaganda augustea era formato dal circolo di letterati che Augusto, tramite i buoni uffici di Mecenate, foraggiò per tutta la vita. Erano dei veri e propri “influencer”  che di nome facevano Virgilio, Orazio, Livio, e che tramite i loro poemi e i loro scritti convincevano i romani di vivere nel migliore dei mondi possibili e in una età dell’oro. Quella di Augusto, appunto.

Chi provava ad opporsi alla narrazione di regime o a costruirne una di alternativa, con nuovi valori, veniva “bannato”. Nel senso più pregnante del termine: invece che chiudergli l’account social, finiva in esilio a Tomi e ci moriva disperato, come lo sventurato Ovidio.

Ara Pacis - via Wikimedia Commons

Per il resto, Augusto diffondeva in tutto l’Impero immagini di lui, della moglie, degli eredi, con statue, bassorilievi o interi monumenti, come l’Ara Pacis, in cui la famiglia reale viene raffigurata felice e coesa manco fosse una stories di Fedez e della Ferragni. In realtà la famiglia era un nido di vipere che si azzuffavano fra loro, Augusto il moralista organizzava cene eleganti con amanti occasionali sempre più giovani, gli eredi morirono come mosche spesso in circostanze misteriose, la figlia Giulia fu condannata per aver organizzato una congiura, la moglie Livia tramò per mettere sul trono i figli di primo letto e fu odiatissima da tutti. Ma quello che resta ancor oggi è in molti casi l’immagine di un uomo vincente e di una inarrivabile età dell’oro. Potenza della propaganda ben strutturata. E di molto pelo sullo stomaco, anche.

Immagine anteprima: Statua bronza dell'imperatore Augusto in Via dei Fori Imperiali. Replica moderna in bronzo da originale romano in marmo, detto "Augusto di Prima Porta" oggi nei Musei Vaticani. -  Alexander Z., GNU Free Documentation License via Wikimedia Commons

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