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Leader autoritari usano l’emergenza coronavirus per avere pieni poteri e imporre il bavaglio all’informazione

1 Aprile 2020 6 min lettura

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Leader autoritari usano l’emergenza coronavirus per avere pieni poteri e imporre il bavaglio all’informazione

5 min lettura

Nelle ultime settimane, governi di tutto il mondo hanno varato provvedimenti straordinari per combattere la pandemia di COVID-19. I cittadini dei paesi e delle aree particolarmente colpite dal coronavirus hanno vissuto un cambiamento radicale delle proprie vite, preceduto in un primo momento da raccomandazioni sanitarie (come e quanto lavarsi le mani, come starnutire, etc.) a cui sono seguite poi misure di distanziamento sociale (smart working, sospensione di eventi culturali e sportivi, chiusura di bar, ristoranti, musei, etc.) che limitano lo spostamento delle persone (divieto di uscire di casa se non in casi di comprovata necessità). Tali restrizioni, se adottate durante un periodo limitato, sono giustificate dall'emergenza sanitaria e hanno come obiettivo quello di rallentare la diffusione del virus e alleggerire il peso dell'epidemia che grava sugli ospedali.

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Governi e organizzazioni per la difesa dei diritti concordano sul fatto che in questo momento sia necessario prendere decisioni straordinarie. Gli Stati hanno bisogno di nuovi poteri per chiudere le loro frontiere e per ridurre la viabilità stradale nel loro territorio, per imporre una quarantena nazionale o per tracciare le persone infettate. Ed è fondamentale che queste decisioni siano prese nel rispetto della costituzione e delle leggi internazionali.

Per i governi con derive autoritarie, però, la difficile situazione che stiamo vivendo è un'opportunità d'oro per poter promuovere leggi speciali che accentrino il potere nelle mani del governo e per ostacolare l'esercizio di una libera informazione. "Potremmo avere un'epidemia parallela di misure autoritarie e repressive a seguito se non durante l'epidemia sanitaria", ha avvertito Fionnuala Ni Aolain, relatore speciale delle Nazioni Unite contro il terrorismo e per i diritti umani.

Ungheria, pieni poteri al primo ministro

Lunedì il parlamento ungherese ha approvato una legge che dà pieni poteri al primo ministro ministro, il nazionalista Viktor Orbán, e che gli permetterà di legiferare per decreto senza bisogno del parlamento durante tutta la durata dello stato d'emergenza nazionale, per il quale non è previsto alcun limite temporale. Le organizzazioni per i diritti umani, l'opposizione e membri del parlamento europeo hanno criticato il provvedimento, "incompatibile con l'appartenenza all'Unione Europea", di cui l'Ungheria fa parte da 16 anni.

La legge è stata approvata dal parlamento ungherese con 137 voti a favore e 53 contrari, la maggioranza di cui gode il partito di Orbán, che controlla due terzi del parlamento, è stata più che sufficiente per far passare la legge senza il sostegno dei partiti d'opposizione, che hanno votato contro. "Siamo d'accordo con il governo sul fatto che ci troviamo in una situazione di emergenza e che bisogna fare tutto il possibile per combatterla. Abbiamo offerto al governo praticamente tutto, ma avevamo chiesto che ci fosse una clausola temporale", ha dichiarato Ágnes Vadai del partito d'opposizione Coalizione Democratica.

A una domanda su quando verrà decretata la fine dello stato d'emergenza, la ministra della Giustizia Judit Varga ha risposto "Lo scopriremo solo vivendo. Non sono un medico, non sono una scienziata, ma sono convinta che sarà chiaro per tutti in Europa quando la crisi sarà finita", riporta il Guardian. Un portavoce di Orbán ha scritto che "come durante una guerra, lo stato di emergenza può durare fino alla fine delle ostilità. Oggi non stiamo lottando contro una potenza militare, ma siamo in una situazione di quasi-guerra per difendere le nostre persone contro una pandemia di proporzioni che non vediamo da un secolo". E, in riferimento alle critiche, ha detto che si tratta di "fake news".

Viktor Orbán, al governo da 10 anni, durante i quali si è contraddistinto per la sua linea conservatrice, tradizionalista, xenofoba, omofoba, autoritaria e ostile alla libertà d'informazione, gode ora di poteri speciali a tempo indeterminato che non solo rendono il parlamento obsoleto, ma sospendono la realizzazione di nuove elezioni o referendum e permettono al primo ministro di revocare qualsiasi legge e di perseguire penalmente i giornalisti accusati di pubblicare "notizie false". La legge introduce pene fino a 5 anni di carcere per chi diffonde intenzionalmente "disinformazione che ostacoli la risposta del governo alla crisi sanitaria". Questa norma, nelle mani di un governo da sempre ostile alla stampa, è uno strumento che favorisce la censura e l'autocensura.

'Siamo in guerra...' contro il dissenso

La svolta autoritaria di un paese dell'Unione Europea è preoccupante, ma Orbán è in buona compagnia: molti altri governi nel mondo stanno usando questa crisi sanitaria come pretesto per schiacciare il dissenso. Come denuncia il Commitee to Protect Journalists, anche in Thailandia e nelle Filippine sono state approvate leggi bavaglio per permettono di incarcerare chiunque pubblichi "informazioni false". In Giordania, Oman, Marocco, Yemen e Iran le autorità hanno addirittura sospeso la pubblicazione e distribuzione dei giornali. In Brasile, il presidente Jair Bolsonaro ha revocato la legge di trasparenza: la norma che permette ai cittadini di conoscere l'operato del governo mediante l'accesso, su richiesta, a informazioni e documenti governativi. Le autorità e le istituzioni non saranno più tenute a rispondere a queste richieste.

La Slovenia sembra voler seguire l'esempio dell'Ungheria. Dopo aver elogiato la gestione di Orbán in più di un'occasione, l'esecutivo del conservatore Janez Jansa, al governo del paese dal 13 marzo in seguito alla formazione di una fragile coalizione di quattro partiti, sta utilizzando la lotta al coronavirus come una scusa per restringere la libertà d'informazione e attaccare giornalisti scomodi. Il giornalista investigativo Blaz Zgaga è stato oggetto di una campagna di diffamazione da parte della autorità, che con un tweet "sarcastico" pubblicato su un canale ufficiale lo davano come ricercato e in fuga. Il tweet suggeriva che il giornalista Zgaga, il famoso filosofo Slavoj Zizek, il poeta e saggista Boris A Novak e l'antropologo Darko Strajn avessero presentato sintomi, facendo un gioco di parole tra "marks" e "Marx" ("have the covid-marks/lenin (sic) virus"), e pertanto erano ricercati. Questa notizia falsa, mascherata come umorismo, ha provocato una valanga di attacchi e minacce online rivolte al giornalista. Blaz Zgaga è un giornalista investigativo, membro dell'International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ), ha coperto coi suoi reportage casi di corruzione e traffico d'armi nel paese.

In India il governo vorrebbe legalizzare la censura, in quanto "informazioni false o imprecise" potrebbero causare reazioni di panico tra la popolazione, per cui i media dovrebbero limitarsi a pubblicare solo le informazioni ufficiali rilasciate dal governo. La Corte Suprema ha negato al governo la possibilità di istituire un sistema di censura, ma nel suo verdetto, pur non volendo interferire con la libertà di espressione, ha invitato i media a pubblicare solo le informazioni ufficiali sulla pandemia.

In Israele, Benjamin Netanyahu sta abilmente utilizzando la crisi per uscire da una difficile situazione. Dopo aver fallito per tre volte nel formare un governo lo scorso anno, adesso sta negoziando con l'opposizione un accordo che gli permetterebbe di rimanere alla guida del paese almeno per i prossimi due anni. Inoltre, dovuto allo stato d'emergenza, il processo per corruzione che lo vede imputato è stato rimandato per almeno due mesi.

Il Turkmenistan, con un approccio che ricorda il bispensiero orwelliano, ha deciso di proibire l'uso della parola "coronavirus". "Questa censura delle informazioni non solo mette in pericolo i cittadini turkmeni più a rischio, ma rinforza anche l'autoritarismo imposto dal presidente Gurbanguly Berdymukhammedov", denuncia Reporters Without Borders (RSF).

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L'uso costante di un linguaggio militare, il paragone continuo alla "guerra", la revoca di diritti essenziali e l'approvazione di misure eccezionali impensabili fino a ieri in "tempi di pace" generano un ambiente favorevole per giustificare pressoché qualsiasi decisione. Chi si oppone, se non arrestato per aver diffuso informazioni che "ostacolano la risposta del governo alla crisi sanitaria", sarà comunque visto come un pericolo o, peggio ancora, un traditore della patria. Il gergo militaresco e l'insistente visione bellica non aiutano nessuno di noi. "La guerra è uno stato di eccezionalità che incide sul tessuto democratico: il bisogno di sicurezza e la volontà di trionfo sul nemico ci rendono più disponibili ad accettare compromessi al ribasso sui diritti", scrive Matteo Pascoletti su Valigia Blu.

In tempi difficili è più facile approvare misure estreme, ma in tempi normali è molto difficile revocarle.

(Aggiornato con il caso della Slovenia l'8 aprile 2020)
(Foto via Reuters)

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