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Covid-19 ed emergenza sanitaria: è fondamentale proteggere i diritti e la salute di migranti e rifugiati

2 Aprile 2020 12 min lettura

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Covid-19 ed emergenza sanitaria: è fondamentale proteggere i diritti e la salute di migranti e rifugiati

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I pericoli e le difficoltà dell’emergenza Coronavirus – e delle misure che l’accompagnano – rischiano di essere ancora maggiori per migranti e richiedenti asilo stipati nei grandi centri, finiti fuori dai percorsi di accoglienza o ammassati in insediamenti informali nelle città o nelle campagne. Luoghi in cui è particolarmente complicato rispettare misure igieniche e distanziamento sociale e dove spesso mancano strumenti di protezione, senza contare la difficoltà ad accedere al servizio sanitario per chi è sostanzialmente invisibile.

Mercoledì un comunicato congiunto dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) e Organizzazione mondiale per la sanità (OMS) ha ricordato che “migranti e rifugiati sono vulnerabili in modo sproporzionato rispetto al rischio di esclusione, stigma e discriminazione, in particolare quando privi di documenti”, richiamando i governi ad adottare “un approccio inclusivo capace di proteggere i diritti alla vita e alla salute di ogni singolo individuo” per “scongiurare una catastrofe” e contenere la diffusione del virus: “È di vitale importanza assicurare che tutti, migranti e rifugiati compresi, possano accedere in modo paritario ai servizi sanitari e siano inclusi efficacemente nei piani nazionali di risposta all’emergenza COVID-19, incluse le misure di prevenzione e la possibilità di sottoporsi a esami clinici e terapie. Tale inclusione permetterà non solo di proteggere i diritti di rifugiati e migranti, ma anche di tutelare la salute pubblica e contenere la diffusione globale di COVID-19”.

In Portogallo il governo ha deciso di affrontare la questione regolarizzando tutti gli stranieri presenti sul suo territorio che abbiano presentato richiesta di permesso di soggiorno, equiparando il loro status a quello dei cittadini portoghesi fino almeno al primo luglio. In questo modo, sarà possibile per loro lavorare in maniera regolare e, soprattutto, accedere a tutti i servizi, tra cui quelli sanitari. La misura mira anche a diminuire il rischio di contagio riducendo al minimo i contatti tra il personale di controllo e i richiedenti asilo. «Le persone non dovrebbero essere private del diritto alla sanità e ai servizi pubblici solo perché la loro domanda non è stata ancora elaborata. In questa emergenza, i diritti dei migranti devono essere garantiti», ha dichiarato la portavoce del ministero degli Interni Claudia Veloso».

In Italia diverse associazioni umanitarie chiedono che vengano prese iniziative per garantire maggiori tutele a migranti e richiedenti asilo. “Nei periodi di crisi, gli effetti delle disuguaglianze formali e sostanziali diventano ancor più evidenti”, si legge in un documento sottoscritto da 240 associazioni e diffuso dall’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI).

L’appello lamenta l’assenza di queste categorie dalle previsioni governative per il contenimento di COVID-19, analizza le criticità del sistema italiano e formula alcune proposte. “Se è indubbiamente vero che il virus, nel suo diffondersi, non fa distinzioni, è altrettanto vero che la precarietà giuridica, alloggiativa, lavorativa e finanche esistenziale” alla quale sono esposte molte persone migranti “determina rischi specifici e differenti, di cui è urgente discutere anche in un’ottica di salute pubblica”.

Secondo Filippo Miraglia, presidente del Tavolo asilo ed esponente di Arci (tra i firmatari del documento), la regolarizzazione degli stranieri è «una questione di sicurezza, ancor di più in un momento di emergenza sanitaria: se le persone che hai sul territorio le conosci, gli dai un documento, sai dove stanno, puoi far in modo che rispettino le regole anche quelle previste per contenere il contagio del Coronavirus».

Il 25 marzo il Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione del ministero dell'Interno ha emanato una circolare per dire che la prescrizione dei termini prevista dal decreto "Cura Italia" vale anche per i permessi di soggiorno in scadenza tra il 31 gennaio e il 15 aprile 2020, che vengono prorogati fino al 15 giugno. Secondo l’avvocata socia di ASGI Loredana Leo, però, due mesi non basteranno: «Servirebbero almeno sei mesi o un anno».

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Il sovraffollamento dei grandi centri di accoglienza

L’approvazione del decreto sicurezza alla fine del 2018 ha creato ulteriori sacche di irregolarità e sostanzialmente ha smantellato il precedente sistema SPRAR d’accoglienza diffusa privilegiando un ritorno a grandi centri, spesso sovraffollati e carenti di servizi, compresi quelli sanitari, molto ridotti. Strutture che, spiega il documento sottoscritto dalle associazioni, non sono idonee per il rispetto delle prescrizioni igieniche e di distanziamento sociale previste dalle misure del governo “e per la salvaguardia della salute sia dei e delle richiedenti asilo, sia dei lavoratori e delle lavoratrici dell’accoglienza e pertanto per la salute collettiva”.

Per queste ragioni, le associazioni chiedono la chiusura dei grandi centri, organizzando l’accoglienza secondo il sistema di accoglienza diffusa in piccole strutture distribuite sul territorio. Mentre si provvede a questo, si chiede di “definire e diffondere specifici protocolli di gestione dei casi positivi in strutture collettive”, che riguardino tanto le o gli ospiti quanto il personale coinvolto, e per l’isolamento o quarantena domiciliare.

L’avvocata Leo dell’ASGI ritiene che i «maxi-centri erano inadatti già in situazioni normali, ma oggi potrebbero diventare dei veri e propri focolai, perché non possono fornire servizi adatti a contenere il contagio».

Nel caso dei CARA e dei CAS, prosegue il documento, “con capacità ricettive di decine o centinaia di posti la permanenza degli ospiti è spesso organizzata all’interno di moduli abitativi, container, camerate da oltre dieci posti”. I servizi di distribuzione dei pasti sono organizzati all’interno di mense che possono rappresentare un terreno fertile per la diffusione del virus, “costituendo quelle ‘forme di assembramento’ vietate dalla normativa vigente. Anche la fruizione dei servizi igienici, generalmente insufficienti a rispondere alle esigenze di un numero rilevante di persone, è segnata dalle medesime criticità”.

In una lettera inviata a comune di Bologna, Prefettura e Questura e Regione Emilia-Romagna, il Coordinamento migranti della città ha denunciato i rischi del sovraffollamento delle strutture: “Molti di noi lavorano uno accanto all’altro notte e giorno all’Interporto, dove in alcuni magazzini il lavoro è raddoppiato per star dietro alla grande richiesta di merci causata dal panico dell’epidemia. Quando dobbiamo riposare ritorniamo all’affollamento dei centri di accoglienza. In via Mattei viviamo in più di 200 e dormiamo in camerate che ospitano cinque o più persone, spesso anche dieci, con letti vicini, uno sopra l’altro. Molte di queste stanze non hanno nemmeno le finestre per cambiare l’aria. Alcuni dormono in container, anch’essi sovraffollati, anch’essi senza finestre”. Una situazione simile anche in altri centri della città – e in altre parti d’Italia.

Inoltre, se da un lato alcune prefetture hanno diramato indicazioni ai responsabili dei CAS chiedendo di assicurare l’adozione di iniziative per applicare tutte le prescrizioni igienico-sanitarie, dall’altro mancano mascherine e disinfettanti personali, così come una sanificazione costante dei locali. Un operatore di un centro di accoglienza di Firenze ha raccontato a Eleonora Camilli su Redattore Sociale che in assenza di procedure specifiche da parte del ministero o indirizzi degli enti locali sulle misure di contenimento del Coronavirus, «le cooperative non si interessano dei lavoratori e non forniscono dispositivi, ma chiedono di prendere ferie e permessi a chi può. Nei CAS in molti sono al lavoro con procedure auto-prodotte».

C’è poi un problema di accesso alle cure. Il documento delle associazioni spiega come per coloro che si trovano nel CARA e nei CAS sia piuttosto problematico l’accesso ai servizi territoriali sanitari e sociali. Una situazione che “risulta particolarmente rilevante nell’attuale contesto di emergenza, durante il quale sono indispensabili diagnosi tempestive ed efficaci trattamenti dei casi sospetti, a cura dei medici di medicina generale. L’iscrizione al Servizio sanitario nazionale è ostacolata in diversi territori, anche in ragione delle differenti normative regionali in materia di accesso alla salute e alle relative esenzioni dal pagamento dei ticket. L’utilizzo del codice Stp (Straniero Temporaneamente Presente) per i richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale è tuttora una pratica diffusa e si sovrappone alla frequente limitazione dell’accesso ai soli ambulatori presenti nelle strutture governative di accoglienza”.

Con il decreto sicurezza, infine, molte persone sono state sostanzialmente espulse dal sistema di accoglienza, diventando irregolari. «Sono coloro a cui non è stato rinnovato il permesso perché godevano della protezione umanitaria, i cosiddetti ‘diniegati’, ma ci sono anche i minori non accompagnati che stanno diventando maggiorenni in questi giorni. Ci arrivano giorno dopo giorno parecchie segnalazioni da parte dei nostri operatori di espulsioni arbitrarie dai centri. Molte persone sono diventate e stanno diventando irregolari, ed è una cosa che in questo momento potrebbe avere conseguenze davvero drammatiche», spiega l’avvocata Leo. A questi soggetti secondo il testo sottoscritto dalle associazioni dovrebbe essere consentito l’accesso al Siproimi (ex Sprar), che oggi prevede l’accoglienza solo di titolari di protezione internazionale e minori non accompagnati.

Insediamenti informali, senza dimora e braccianti

Molti migranti che con il decreto sicurezza hanno perso il titolo di soggiorno e sono finiti nell’irregolarità si trovano oggi a vivere in insediamenti informali, sia nelle città che nelle aree rurali del paese. Si tratta di luoghi, spiegano le associazioni, “caratterizzati da precarie condizioni igienico-sanitarie e disagio abitativo”, condizioni “di promiscuità e in piccoli ambienti, senza riscaldamento e sistemi di aerazione, senza acqua corrente e servizi igienici”.

Secondo Medici Senza Frontiere, sono almeno 10mila le persone che vivono in insediamenti informali. Un dato rilevato nel 2018 e dunque sicuramente sottostimato considerata l’entrata in vigore in quell’anno del decreto sicurezza.

Secondo il documento promosso da ASGI, queste condizioni di vita “rendono molto difficile - se non impossibile - sia il rispetto delle misure previste dai decreti, sia la messa in atto delle misure di prevenzione della diffusione del contagio, quali ad esempio il lavaggio frequente delle mani e degli indumenti indossati, dell’igienizzazione degli ambienti”. È una condizione che accomuna tutta la popolazione senza dimora in Italia, non presa in considerazione dai decreti e che dunque si trova ad alto rischio per la precarietà delle condizioni igienico sanitarie, per la carenza di informazioni adeguate e anche per la difficoltà di accesso ai servizi. A prendersi cura di loro ci sono le organizzazioni umanitarie, che però denunciano la mancanza di dispositivi di protezione, igienizzanti e altro materiale.

Le situazioni più critiche ci sono nei ghetti dove vivono i braccianti stranieri, dove i migranti vivono ammassati e lavorano nei campi senza misure sanitarie, diritti o tutele.

«In molti distretti agricoli il quotidiano degli immigrati non è mutato: uscita all'alba dai ghetti in cui si accalcano a centinaia in condizioni disperate, lunghe giornate nei campi senza nessun dispositivo di protezione individuale, misure di sicurezza inesistenti, paghe da fame», ha detto all’Ansa Jean-René Bilongo, coordinatore dell'Osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil, sottolineando l’assenza di questi lavoratori dai provvedimenti governativi, nonostante prestino la loro opera in un settore più che essenziale. «In tanti luoghi della Penisola, gli invisibili sembrano ancora più spettrali del solito. In questi ghetti, si continua ad arrangiarsi per sbarcare il lunario. Nessuna parvenza, nessuna eco di alcuno straccio di disposizioni tarate sulla loro condizione soggettiva. I comportamenti precauzionali che girano sui telefonini sono un'iniziativa sussidiaria spontanea di note sigle dell'assistenza umanitaria. Non è accettabile questo stato di abbandono».

Nei ghetti della Piana di Gioia Tauro vivono circa 1200 braccianti. Nella tendopoli di San Ferdinando sono state adottate delle misure per prevenire il contagio, tra cui una tensostruttura per eventuali casi e la distribuzione di gel disinfettante, guanti e mascherine. Si vive in 7 o 8 in ogni tenda, e non c'è spazio per stare lontani. Ci sono 7 bagni per 500 persone, si legge in un reportage sul manifesto. A Rosarno in una tenda si sta in sei.

La situazione più grave è a Taurianova, dove, afferma Francesco Piobbichi, operatore di Mediterranean Hope, non c’è né acqua né elettricità e «le persone vivono in baracche e vecchi casolari, ammassati, vicini. Venti giorni fa, dopo un controllo, è stato tolto l’accesso all’acqua, avevano un allaccio informale e così la polizia è intervenuta. Ora devono andare a prenderla con le taniche per lavarsi. Questa situazione ovviamente è molto grave, lo abbiamo fatto presente alla prefettura e a tutte le istituzioni». Secondo Piobbichi «portare il gel nei ghetti è quasi un atto simbolico, non è pensabile affrontare una pandemia in quelle situazioni. Nelle tendopoli e nei container almeno c’è il bagno ma nei ghetti neanche quello. Ed è impossibile distanziare le persone».

Insieme all’organizzazione Medici per i diritti umani (MEDU), Mediterranean Hope ha inviato una lettera al dirigente generale del Dipartimento Salute e politiche sanitarie e alla presidente della Regione Calabria, in cui si chiede principalmente – oltre all’approvvigionamento idrico - di portare via le persone dai ghetti, utilizzando alberghi, il sistema Siproimi o beni confiscati. Le associazioni chiedono che questo venga fatto prima che succeda che il contagio si diffonda.

«Nei ghetti e negli accampamenti informali, da nord a sud dell'Italia, le condizioni sanitarie sono indecenti» ha detto a Vita Giovanni Mininni, segretario generale della Flai-Cgil. Associazioni e sindacati hanno proposto al governo una regolarizzazione dei braccianti stranieri, per garantire l’accesso alle cure e tutelare chi lavora in filiere come quella agricola.

I reclusi nei Cpr

La scorsa settimana è stato confermato un caso di COVID-19 tra i migranti reclusi nel Centro per il rimpatrio di Gradisca (Cpr) d’Isonzo, in Friuli Venezia Giulia. È un uomo nigeriano arrivato il 19 marzo, quando l’emergenza era già nel pieno, dalla Lombardia, una delle regioni più colpite. Era stato messo in isolamento, ma poi le sue condizioni si sono aggravate ed è stato portato in ospedale. Giorni prima di questo caso, i reclusi nella struttura avevano iniziato a protestare proprio per la paura del contagio, a causa delle scarse condizioni igieniche, degli spazi di convivenza angusti e dell’assenza di protocolli e di protezioni da parte di poliziotti, operatori, avvocati, operatori o altro personale che entrano ed escono dalla struttura.

La stessa preoccupazione è condivisa dalle persone che si trovano in altri Cpr. «Non siamo protetti dal virus, non abbiamo mascherine né niente. C’è un ragazzo tunisino in isolamento a causa di un’ernia. Si dice che abbia anche la febbre alta», hanno raccontato al Manifesto alcuni reclusi della struttura di Palazzo San Gervasio, in provincia di Potenza. In un reportage pubblicato su Internazionale Annalisa Camilli ha intervistato una donna di 26 anni che si trova nel Cpr di Ponte Galeria, alle porte di Roma: «Qui dormiamo in camere da sei o da quattro, mangiamo tutte insieme, usiamo gli stessi servizi. Non tutte rispettano le norme igieniche e di sicurezza. Vediamo in televisione quello che sta succedendo fuori e abbiamo paura». In entrambe le strutture ci sono state proteste. Nessun provvedimento governativo prevede misure per garantire la sicurezza sanitaria di questi posti.

Secondo il documento firmato dal gruppo di associazioni e promosso da ASGI, le condizioni di Cpr o Hotspot “destano estrema preoccupazione”, considerato che “un numero elevato di persone vive in condizioni di promiscuità, spesso in condizioni sanitarie precarie, in assenza di adeguati presidi sanitari interni ai centri frequentati da persone che vivono all’esterno (dal personale di polizia e dell’esercito, al personale degli enti gestori, alle e ai mediatori, agli operatori/trici e, per quanto riguarda i Cpr, alle/ai giudici e agli avvocati/e). Le misure eventualmente adottabili (autocertificazioni, uso di mascherine, mantenimento della distanza di almeno un metro tra trattenuti e altre persone) non appaiono idonee a scongiurare il rischio che avvengano contagi all’interno”.

Un contagio in queste condizioni “avrebbe conseguenze drammatiche, non potrebbe essere affrontato con misure di isolamento dei soggetti che risultassero contagiati,” sia perché non sono previste aree dedicate, sia perché “significherebbe concentrare in condizioni di promiscuità, in aree isolate e con privazione dei diritti fondamentali, un numero sempre maggiore di trattenuti contagiati”. Le associazioni chiedono il blocco dei nuovi ingressi e misure alternative al trattenimento per chi si trova già nella struttura.

Dunja Mijatović, commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa ha chiesto agli Stati il rilascio dei migranti detenuti, che costituisce «l’unica misura che gli Stati membri possono adottare durante la pandemia da Covid-19 per proteggere i diritti delle persone private della libertà e più in generale quelli di richiedenti asilo e migranti».

Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti delle persone detenute, ha avviato un’interlocuzione – ancora in corso - con il Ministero dell’Interno per quanto riguarda le persone nei Cpr il cui termine di trattenimento sia prossimo alla scadenza. “La questione riguarda la sensatezza della privazione della libertà in funzione del rimpatrio di persone che al momento non possono essere rimpatriate, data la chiusura dei confini e l’inesistenza di collegamenti aerei o navali con la gran maggioranza degli Stati”, si legge in una nota del Garante. Per coloro che dovrebbero essere rimpatriati prima che la pandemia si esaurisca, sottolinea Palma, “il periodo da ora ad allora rischia di essere una sottrazione di tempo e libertà, oltre che una esposizione accentuata al pericolo di contagio, conseguente a nulla e destinato a nulla. Per capire l’entità della questione, per esempio, su 45 persone trattenute nel Centro di Gradisca d’Isonzo, a 13 scade entro due mesi il termine massimo di trattenimento e di questi otto sono nel Centro in base a un provvedimento meramente amministrativo”.

«Siamo in una situazione di pandemia, tutte le frontiere sono chiuse, i voli sono sospesi, e questa situazione andrà avanti per almeno altri due mesi. Per questo tra l’altro abbiamo chiesto al ministero di rilasciare tutti quelli che sono vicini alla scadenza: è illegittimo trattenerli in queste condizioni», ha spiegato Elena Adamoli dell’ufficio del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale. «Il presupposto stesso dell’esistenza dei Cpr, cioè la possibilità del rimpatrio, è venuta meno. Quindi ci si chiede quale sia la legittimità dell’apertura di questi centri».

Alcune associazioni hanno scritto una lettera ai giudici di Pace chiedendo loro di non convalidare, né prorogare il trattenimento dei migranti nei Cpr alla luce dell’impossibilità di espellerli. Come riporta il Manifesto, il 31 marzo i tribunali di Roma e Trieste non hanno convalidato il trattenimento dei primi tre reclusi in un Cpr (due a Ponte Galeria e uno a Gradisca) proprio in ragione dell’emergenza sanitaria. Secondo i giudici «la privazione della libertà personale in spazi ristretti renderebbe difficoltoso garantire le misure previste a garanzia della salute dei singoli».

Foto anteprima via Ansa

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